Sui marciapiedi

Sui marciapiedi

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Inserito nel progetto “Happy Returns!” della Lab80 finalizzato al recupero di grandi classici, Sui marciapiedi di Otto Preminger ritorna in sala dal 1° dicembre in versione restaurata. Ottima occasione per riscoprire uno splendido dramma psicologico, che attraversa noir e poliziesco secondo proprie linee di realismo urbano. Al TFF per Festa Vintage.

La bestia umana

Il sergente Mark Dixon viene spesso richiamato dai suoi superiori per i metodi spicci e violenti che riserva ai criminali. Una delle ossessioni più ricorrenti del sergente è il criminale Scalise, italoamericano che è riuscito a farla franca e al quale Dixon continua imperterrito a dare la caccia. Dopo aver compiuto accidentalmente un omicidio, il sergente escogita un piano per far ricadere le responsabilità su Scalise, mentre intesse anche una relazione con Morgan, la bella moglie della vittima… [sinossi]

Senso di colpa, nevrosi, ereditarietà. E intorno un contesto urbano, una New York stropicciata dalla noia e dalla malavita, percorsa da una lotta tra bene e male in cui inevitabilmente i confini si sfrangiano in una morale ambigua. Del classico noir americano e delle aspettative che esso suscita in chi vede non manca proprio niente a Sui marciapiedi (1950) di Otto Preminger, presentato al Torino Film Festival per Festa Vintage in vista della sua ricomparsa nelle sale italiane il 1° dicembre. Anche questo film poco ricordato di Preminger rientra infatti nel progetto “Happy Returns!” della Lab80, che già nella scorsa stagione aveva dato vita a “La diva fragile”, un ciclo di uscite in sala per 4 film interpretati da Gene Tierney. Proseguendo su questo nobile solco, adesso la Lab80 riporta al cinema il restauro digitale di un altro film con la Tierney tra i protagonisti, con l’alto intento di ridare ai classici la loro collocazione più congeniale e meno frequentata: il buio della sala. Sui marciapiedi (bislacco titolo italiano del ben più pregnante Where the Sidewalk Ends) si profila come un solido noir che tuttavia si propone anche come variazione dei canoni più collaudati del genere. Stavolta è assente la dark lady, e tutt’al più si può parlare di un “dark lord” protagonista, volto tormentato di una duplice morale. Costeggiando anche il poliziesco propriamente detto, Sui marciapiedi vede al centro di un’intricata vicenda il sergente Mark Dixon, spesso richiamato dai suoi superiori per i suoi modi spicci e violenti con i criminali. Una delle ossessioni più ricorrenti del sergente è l’elegante criminale Scalise, italoamericano che è riuscito a farla franca e per il quale Dixon prova un oscuro risentimento. Per una serie di fatali concause Dixon compie accidentalmente un omicidio e cerca di far ricadere la colpa su Scalise, mentre intesse anche una relazione con Morgan, la bella moglie della vittima che suscita nel sergente sentimenti di protezione.

Prima di ogni altra cosa Sui marciapiedi è uno splendido puzzle morale, in cui i personaggi (Dixon più di tutti) sono costantemente sottoposti a scelte problematiche. A fungere da braccio narrativo principale è rintracciabile la questione della “giusta giustizia” e di quanto si possa forzare la realtà per assicurare un accertato criminale a una congrua pena. In tal senso Dixon, secondo un intelligente paradosso, infrange la legge per cercare di farla rispettare. Tuttavia il risentimento “sociale” di Dixon nei confronti di Scalise si traduce in riflessione puramente noir su destino ed ereditarietà nel momento in cui si scopre che il padre di Dixon è stato un criminale, e Scalise uno dei suoi allievi migliori. Così il sergente Dixon, splendidamente incarnato da Dana Andrews, amplia a dismisura la propria portata psicologica, dando luogo a un ritratto decisamente inconsueto all’interno del codice noir per pregnanza e profondità. Tramite una vicenda di abituale disillusione e pessimismo, Preminger assume a protagonista una figura estremamente prismatica che assomma oscuri destini a determinismo zoliano. Sta nella sua discendenza familiare, nella tara paterna il tormento del sergente, che da un lato spiega le sue maniere violente coi criminali, dall’altro dà rilievo tragico e disperato al tentativo di redimersi con la cattura del “fratellastro” Scalise. In sostanza, sotto il canovaccio di un noir Sui marciapiedi evoca scenari da tragedia universale dai risvolti psichici e nevrotici.

Stavolta però i personaggi evocati non sono eccessivi, bensì calati in un contesto credibile e realistico. Il tormento del sergente Dixon è restituito in tutta la sua umana realtà sul volto probo di Dana Andrews, mentre l’apparato espressivo del film non si affida a figurazioni espressioniste di chiaroscuri e tagli estremi d’inquadratura (e non è casuale che sia del tutto assente il commento musicale). Stavolta siamo più dalle parti di un realismo urbano che conduce il film verso i territori di un brutale e terraceo poliziesco. Ne è prova anche la collocazione sociale dei suoi personaggi, figure marginali che si dibattono a vari gradi in una misera vita di espedienti. Non siamo nei ricchi saloni de La fiamma del peccato (1944, uno dei tanti titoli paradigmatici di un genere), ma piuttosto negli angusti appartamenti di povera gente, lasciata ai margini dallo spietato ingranaggio di New York. A volte siamo addirittura nei seminterrati (la bella parentesi dell’anziana testimone) o in squallide trattorie dove si spende poco e si mangia male, tanto che pure i proprietari lo ammettono candidamente. D’altra parte, del noir Preminger conserva la struttura di indagine “a rovescio”, ovvero la classica situazione narrativa in cui lo spettatore ne sa più dei personaggi. Da subito sappiamo che il colpevole è Dixon, e in perfetta atmosfera noir il racconto si profila come una paradossale indagine condotta su se stesso con inevitabile scacco finale. Proprio sotto tale aspetto Sui marciapiedi assurge a parabola dagli accenti zoliani, in cui più che i consueti meccanismi di genere appare determinante il dramma di un personaggio centrale in disperata fuga da un destino “biologicamente lombrosiano”. In linea con tale idea di dramma aspro e rude Preminger, con consueta durezza, non sfugge alla franchezza espositiva, lasciando ampie pagine a una schietta violenza fisica piuttosto aliena al cinema americano anni Cinquanta. Una sorta di “realismo noir” più preoccupato delle beghe morali di fumose stazioni di polizia che dell’avidità di annoiati e rapaci borghesi. In tutto questo Gene Tierney ha un ruolo più defilato del solito, pressoché funzionale al grande protagonista Dana Andrews. Che è attore di grandissima razza, decisamente dimenticato ai giorni nostri a favore di istrioni più marcati. Andrews mostra qui invece grandi capacità di interiorizzazione del personaggio, affidandosi spesso più al non-detto che alle evidenze del dialogo. Sul suo volto tirato s’indovinano conflitti e tormenti, mentre fantasmi paterni fluttuano sulla sua testa. E più se ne fugge, più ti avviluppano. Come un ultimo discendente dei Rougon-Macquart.

Info
Il trailer di Sui marciapiedi.
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