A Bitter Story

A Bitter Story

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Il Piemonte ospita la seconda comunità cinese più grande d’Europa. A Bitter Story si concentra su alcuni adolescenti per narrarne disagi e difficoltà, ma l’approccio è piuttosto superficiale e sembra ricercare luoghi comuni per averne conferma. Al TFF per Italiana.doc.

La Cina è così lontana, così vicina

Barge e Bagnolo sono due piccoli centri del Cuneese ai piedi delle Alpi che dalla metà degli anni Novanta hanno accolto una sempre più folta popolazione cinese, attirata dalle opportunità di lavoro nell’estrazione della pietra. Anche nelle scuole dei due paesi i ragazzi sono per la maggior parte cinesi, alle prese con le difficoltà della maturazione, del confronto con i rigidi schemi di famiglia, con le poco mutevoli prospettive di lavoro… [sinossi]

Tra i luoghi comuni più diffusi sulla popolazione cinese residente in Italia è sicuramente un must la sua impenetrabilità. Fra Prato e Firenze (città di appartenenza del sottoscritto) è un continuo rimbalzarsi di opinioni sui comportamenti di questo “mondo a parte”, sempre più numeroso, che passa “accanto a noi” e a detta di molti non si lascia conoscere. Sembra voler venire incontro a tale esigenza A Bitter Story di Francesca Bono, nato come progetto di autonarrazione dedicato a un gruppo di adolescenti cinesi dei comuni di Barge e Bagnolo. I due piccoli centri del Cuneese ai piedi delle Alpi sono diventati infatti l’agglomerato sociale con la seconda percentuale più alta di cinesi in tutta Europa. Attirate dalle possibilità di lavoro nell’estrazione della pietra, le famiglie cinesi si sono moltiplicate da metà degli anni Novanta in poi, tanto che la locale popolazione scolastica è composta per amplissima parte dai ragazzi di prima o seconda generazione. A Bitter Story si propone di fare breccia in tale ignota comunità straniera, scegliendo come protagonisti proprio un gruppo di ragazzi, coinvolti in un progetto di confronto e confessione privata. L’approccio narrativo è piuttosto consueto, calato a metà strada tra il pedinamento e la ricostruzione preordinata. I ragazzi raccontano di sé, sono seguiti nelle loro azioni quotidiane, dall’autobus per andare a scuola ai primi lavori e collaborazioni, ai momenti intimi in casa e in famiglia. Nel frattempo parlano dei propri genitori, quasi sempre in termini poco lusinghieri, o rievocano separazioni affettive per motivi di lavoro.

Se a monte A Bitter Story si dichiara progetto di autonarrazione, si deve altrettanto rilevare che la rielaborazione dopo le riprese è intensa e ben evidente. Dopo aver raccolto il proprio materiale, l’autrice ha operato scelte ben precise in ambito di montaggio in funzione di un discorso decisamente tendenzioso, in cui la verità dei ragazzi sembra energicamente piegata a una precisa volontà a monte. Il titolo stesso, così netto e malinconico, annuncia già una presa di posizione, un discorso preconcetto, che in pratica cerca nelle immagini conferme alle proprie idee. Se insomma volevamo conoscere qualcosa di più della comunità e dell’adolescenza cinese in Italia, resteremo con la voglia di documentarci ancora. A Bitter Story è infatti animato da un approccio piuttosto superficiale, tutto proteso all’evocazione di un universo morale già assunto come discutibile nelle premesse. Tra le testimonianze dei ragazzi, che si confessano nella loro lingua madre, il montaggio dà pieno risalto solo ai luoghi comuni più rocciosi sul tema: orari di lavoro massacranti, avviamento estremamente precoce al lavoro, dittatura genitoriale nelle scelte dei figli, amore incompreso per la cultura d’adozione. Non c’è alcun dubbio che su tale scenario vi sia molto da discutere (ma con almeno un risvolto positivo che il film registra tra le righe: una rapida acquisizione di autosufficienza da parte dei ragazzi, assai anticipata rispetto agli standard familistici italiani), ma si può dire altrettanto di un’idea di documentario che si propone di indagare una realtà conducendo poi il film verso la conferma di quanto più comunemente si dice. E ancor meno giovano i tentativi poeticistici, già evidenti nella prima sequenza che si richiama all’ultima con circolarità (uno dei ragazzi protagonisti gira sconsolato in bicicletta in mezzo al freddo e alla nebbia), e confermati dal leit-motiv della confessione su un palco teatrale o dagli interventi di musica extradiegetica.

A conti fatti A Bitter Story si nutre non tanto della realtà che narra, bensì di convenzioni e pensieri diffusi sulle difficoltà dell’adolescenza, non necessariamente cinese. Quell’immagine del ragazzo che pedala in salita, così simbolicamente convenzionale, sta lì a dimostrarlo, convocato a sottolineare una generica e crepuscolare fatica giovanile che viene dritta da una precisa retorica. Così come più volte viene da chiederci che tipo di rapporto si sia instaurato al momento delle riprese con i (pochi, in realtà) familiari dei ragazzi, inseriti in un racconto per registrarne sostanzialmente la durezza e la rigidità con un certo sguardo moraleggiante, dall’alto in basso, ben ravvisabile anche nella stoccata all’“eugenetica zodiacale”. A A Bitter Story manca quindi un’idea forte di regia, uno sguardo penetrante sul reale. Forse in ultima analisi gli manca la vita, quella data da un incontro sincero e spregiudicato tra filmmaker e soggetti narra(n)ti.

Info
Il trailer di A Bitter Story.
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