Attaque

Attaque

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Dopo lo splendido Où est la guerre Carmit Harash torna al Torino Film Festival con Attaque, ennesimo scandaglio impietoso della Francia di questi anni, e del suo rapporto con “l’attacco”.

Essere tutti Charlie

In Francia dopo gli attentati del gennaio 2015 regnano caos e confusione. Attaque raffigura questo periodo travagliato, sollevando questioni politiche senza risposta. Poiché la democrazia è sotto attacco, tutti sembrano perduti, dai comuni cittadini agli intellettuali a quelli che devono prendere decisioni. Non è più chiara nemmeno la differenza tra realtà e immaginazione. Il verbo politico appartiene ancora a pochi, mentre le minoranze sono invitate a unirsi a una maggioranza dominante, un’orchestra che canta con una sola e unica voce, diventata ancora più forte dopo gli attacchi terroristici. [sinossi]

Attaque, vale a dire attacco, attack, ataque, angriff, e via discorrendo. Qualcuno è all’attacco o qualcuno è sotto attacco? O entrambe le cose? Carmit Harash torna sotto la Mole per presentare un film al Torino Film Festival a un anno esatto di distanza da Où est la guerre, primo passo di una danza in tre movimenti che dopo Attaque dovrebbe proseguire nel 2017 con Christelle. Nel 2015, nel presentare al pubblico torinese Où est la guerre, la regista israeliana – ma trapiantata a Parigi oramai da molti anni – scriveva nelle note del catalogo: «Dietro la facciata parigina di monumenti storici, attrazioni turistiche e immagini romantiche, la terra sta bruciando. […] Una situazione esplosiva ignorata dalla maggior parte dei francesi, che preferisce guardare altrove piuttosto che concentrarsi sui problemi che lacerano la società. Questo film fa appello a un cambiamento in Francia. Esorta i francesi a lasciarsi alle spalle le vecchie tradizioni, a guardare i concittadini che non vogliono vedere e ad accettarli finalmente come parte della società. Où est la guerre è un film preveggente: anche se termina con l’attacco a “Charlie Hebdo”, non è uno sguardo a ritroso su quegli eventi. Avevo già iniziato a girare nel maggio del 2012, tre anni prima degli attacchi che hanno sorpreso la Francia e il mondo intero».
Sì, perché tutto quello che è poi terminato in un collettivo Je suis Charlie e nel pianto rituale per le vittime del Bataclan, era già in atto. Si preferiva voltare le spalle e non vederlo, ma era già tutto lì.

Se Où est la guerre colpì il pubblico come un pugno alla bocca dello stomaco, scardinando di fatto l’idea di una Francia democratica nel senso più vero e profondo del termine, Attaque porta avanti la battaglia con le stesse armi a disposizioni: la camerina di un cellulare e un’intera città, Parigi, che appare sempre più contraddittoria, spaccata, incapace di comprendere davvero quel che sta accadendo sul suo suolo, e che continuerà ad accadere se lo stato delle cose rimarrà uguale, inerte. La Harash non è una documentarista educata, non segue la linea né la prassi. Lei sciopera, contesta, sobilla. Piazza la videocamerina di fronte a una donna che incontra al supermercato – e che non si vuol far riprendere, ma quella sequela di immagini di carne in vendita, prodotti di marca e sconti dice comunque moltissimo, forse anche di più di un anonimo volto – e che non ha alcun senso di vergogna a dichiarare di non sapere assolutamente nulla delle banlieu, lei che comunque considera il maggio del 1968 una rivoluzione fondamentale. Ma le banlieu no, chissà dove sono, chissà chi ci abita. Loro non fanno la rivoluzione, loro fanno “gli scontri”.
È la lama di un rasoio, lo sguardo di Attaque, che squarcia la gola di un paese addormentato su se stesso, sicuro della propria grandeur al punto da apparire tronfio; un paese che è in guerra – ricordare il bombardamento a tappeto della Siria nell’immediato post-Bataclan non è cosa da poco, visto che in molti sembrano averlo già rimosso dalla memoria – ma fa finta di nulla. E quando scende in piazza lo fa con la goliardia di una mascherata, neanche si stesse prendendo parte ai carri allegorici carnascialeschi: ragazzini zampettanti con scritte fatte con il pennarello sulla pancia, il delirio di una donna afrodiscendente che fa un gran papocchio di quel che sta accadendo, abbracci gratis contro l’orrore che avanza. E che ovviamente continua ad avanzare, dall’esterno come dall’interno.

E allora il vero “attacco” è forse proprio quello della regista, un attacco senza fronzoli contro il perbenismo di una socialdemocrazia che continua a segregare gli ultimi sempre più lontano dal centro – economico, del potere politico, culturale – per far finta che non esistano. Per far finta che questo non riguardi la Francia. Contro la mascherata di un progressismo blando e che non ha nulla di realmente rivoluzionario, Attaque si propone a sua volta con il volto imbellettato: l’intervista con il compagno di classe di uno degli attentatori di Charlie Hebdo è dichiarata come falsa, la stessa Harash riprende scene palesemente costruite in cui incontra persone per strada (il professore già apparso in Où est la guerre è un caso evidente) o parla con il compagno, e tutto si fa ancora più difficile da decifrare. Dov’è il vero? E cosa è possibile considerare vero? Può il falso palese essere il vero distruttore di una falsità invece accettata come pura e sincera?
In un grande blob che mette insieme brandelli di una società dello spettacolo sempre più rintronata da se stessa, e incapace quindi di vivere nello spazio sociale senza creare sovrastrutture infinite, Attaque raggiunge una volta di più l’obiettivo, e dichiara Carmit Harash come una delle autrici indispensabili per scavare al di sotto della coltre di polvere che è stata sparpagliata con cura. Perché non siamo tutti Charlie. Per fortuna.

Info
La scheda di Attaque sul sito del TFF.
  • attaque-2016-carmit-harash-01.jpg

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