Spectres Are Haunting Europe

Spectres Are Haunting Europe

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Dal dettaglio del dolore del ‘migrare’ all’universale abiezione della chiusura delle frontiere: Spectres Are Haunting Europe è un atto d’accusa nei confronti dell’Europa – e della sinistra ex-internazionalista – capace di muoversi tra il documentario d’osservazione, il video-saggio e la lirica. In Internazionale.doc al TFF.

Scarpe rotte eppur bisogna andare

La vita quotidiana dei rifugiati nel campo profughi di Idomeni. Persone che aspettano in coda il cibo, il tè e i medici. E soprattutto sono in attesa di attraversare il confine tra la Grecia e la Macedonia. Ma un giorno, l’Europa ha definitivamente chiuso i confini. E i “residenti” di Idomeni hanno deciso, a loro volta, di occupare i binari, bloccando i treni che trasportano le merci passando per quella frontiera. [sinossi]

La fine dell’idea di Europa, volendo, la si può ritrovare in tanti epifenomeni che si stanno manifestando con particolare ricorrenza negli ultimi anni. Nessuno però sembra essere tanto significativo quanto quello che ha condannato la Grecia a una tragica crisi economica e che poi ha avuto anche il suo corollario nella migrazione di popoli in fuga da guerre e dittature sparse tra il Medio Oriente e l’Africa i quali hanno scelto, per ragioni logistiche, la terra di Omero quale luogo di passaggio privilegiato in direzione dei più ricchi paesi del Nord. Idomeni è quella frontiera – chiusa – in cui l’Europa è tornata a negare se stessa, così come Calais d’altronde.
Il dramma di siriani, curdi, iracheni, afghani bloccati alla frontiera tra Grecia e Macedonia – il cui apice, per presenza nel campo profughi, si è avuto nel marzo di quest’anno – viene messo in scena in Spectres Are Haunting Europe con occhio lucidissimo e impietoso dalle registe greche Maria Kourkouta e Niki Giannari. Impietoso verso l’Europa ovviamente, verso le sue colpe, le sue meschinità, le nostre meschinità.

In concorso in Internazionale.doc alla 34esima edizione del Torino Film Festival, Spectres Are Haunting Europe inizia con una lunga inquadratura fissa in cui viene ripresa una strada sterrata percorsa incessantemente dai migranti. Questi attraversano lo schermo con passo veloce e, soprendentemente, nessuno di loro parla. Camminano in silenzio, distrutti dalla stanchezza, con le scarpe consumate e ben poca speranza di attraversare il confine. Da lì in poi le due registe mostrano di volersi concentrare sui dettagli, sui corpi infiacchiti, le scarpe distrutte, i brandelli di conversazione pieni di disillusione. E la solitudine iniziale di queste individualità monadiche che camminavano verso la frontiera chiusa si fa mano a mano complicità, dialogo estemporaneo, condivisione di spazi e destini. Fino ad arrivare a un cambio di passo, quello in cui vediamo essersi creata una comunità di migranti che protesta in maniera veemente e disperata. Costoro fermano un treno diretto verso la Grecia in segno di protesta per il confine sbarrato, indispettendo così le autorità locali. E la lunga discussione tra un rappresentante greco e il gruppo di migranti che si sono sdraiati sui binari diventa una sorta di lezione filosofica sull’inanità del Vecchio Continente. Si fa presto a capire che entrambi hanno ragione e nessuno ha torto, ma che allo stesso tempo non vi è speranza, perché qualcuno dall’alto ha deciso di far morire ogni speranza, sia dei migranti, sia dei greci, come di chiunque altro che non sia parte delle segrete stanze.

In questa fase, che in maniera un po’ arbitraria potremmo considerare come la seconda porzione del film, Spectres Are Haunting Europe continua ad essere girato nello stesso modo della prima, attraverso una fissa frontalità dello sguardo che lascia ampio spazio d’evocazione al fuori campo, tanto che ad esempio il rappresentante del governo locale con cui viene intavolata la discussione non è mai inquadrato. Finché non si arriva all’epilogo, in cui si passa radicalmente a un’altra dimensione ancora – sia pur già data come premessa in precedenza – quella più apertamente lirica e saggistica: un testo recitato in voice over e scritto da una delle due registe, Niki Giannari, si appella all’umanità di queste persone, al loro dolore e alla loro forza, alla considerazione che quel momento, quei mesi vissuti a Idomeni saranno comunque da questi ricordati come un ricordo in certo modo positivo per via di una condivisione sì disperata, ma in ogni caso concreta.
Mentre, dall’altra parte del muro, l’Europa egoista e isolata ha dimenticato i suoi principi positivi, e in particolare la sinistra ha rimosso il marxismo e l’internazionalismo e dunque non è più se stessa. Ricordando il fatto che, come viene detto nel poetico testo di Giannari, Walter Benjamin si uccise nel 1940 nel momento in cui si vide ritirare il visto in Spagna per potersi imbarcare per gli Stati Uniti, ciò significa che – con la cosiddetta crisi dei migranti – siamo di fronte a una nuova forma di nazismo, meno appariscente, più ipocrita, ma ugualmente distruttivo per la cosiddetta comunità europea. E quest’ultimo ed esplicito atto d’accusa dell’epilogo viene arricchito da delle riprese in bianco e nero, che si pongono dialetticamente rispetto alla colonna audio e in cui si passa alla macchina a mano e al bianco e nero (come delle cartoline o dei ritratti), con i migranti che guardano in macchina e sorridono. La vita è dalla loro parte, non dalla nostra.

Info
La scheda di Spectres Are Haunting Europe sul sito del Torino Film Festival.
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