Las lindas

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La regista argentina Melisa Liebenthal in Las lindas vuole raccontare il momento cruciale per una ragazza del coming of age, dell’adolescenza. Ma la soluzione adottata appare eccessivamente verbosa e monotona. In concorso al Torino film Festival.

Il villaggio delle dannate

Melisa e le sue amiche si conoscono da anni: insieme sono state prima bambine, poi adolescenti, e ora sono giovani donne. Ma come è avvenuto il passaggio? Com’erano da piccole e com’è stata la loro adolescenza? Attraverso fotografie, ricordi condivisi, filmati di feste, cene e momenti quotidiani emerge il ritratto di un gruppo di ragazze a cui la società chiede prima di tutto di essere carine, «lindas», e che non sempre si trovano a proprio agio con queste aspettative. [sinossi]

Due mezzi volti inquadrati molto da vicino, di ragazze. Intente a debellare con il trucco quello che è un problema che ha afflitto tutti nell’età adolescenziale, i brufoli. Panoramiche a schiaffo che correggono il fuoco sui visi di ragazze. Las lindas, presentato in concorso al Torino Film Festival, è un film di facce, di sguardi. Sono quelli di un gruppo di amiche, una delle quali è la regista stessa, che si conoscono dall’infanzia, e che si raccontano nella loro crescita. Tutto è visto e narrato attraverso le loro foto, e i loro filmati, come fosse un loro archivio, della loro breve vita. Il passaggio delicato dell’adolescenza, il corpo che cresce e si modifica, le insicurezze, la fragilità tipiche di quell’età: questo è quello che vuole trasmettere Melisa Liebenthal.

Le ragazze che ballano, al ritmo di Don’t You (Forget About Me) dei Simple Minds, che parlano in maniera spregiudicata e bevono tequila. Lo sviluppo dei seni, l’ingresso nell’età adulta, commentato con l’immagine della statuetta della Venere di Willendorf risalente al Neolitico, simbolo di femminilità e maternità. La rassegna di tutte le pettinature e i tagli di capelli adottati. Ognuna delle quali è espressione di una certa moda, ma anche di una certa cultura. Cruciale ovviamente il rapporto con i genitori, l’immagine che deve aderire ai canoni estetici imposti dalla società, gli inestetismi di cellulite e brufoli. Le facce imbronciate come trasgressione, perché in una foto bisogna sorridere. O il vestirsi da maschio, ma solo all’età di 9-10 anni. Che poi torna anche in un’insicurezza di genere, nel chiedersi se si avrebbe successo in una festa gay.

Il risultato dell’operazione è però un film incredibilmente verboso, continuamente parlato nella voce off della regista, senza ritmo né pathos, che in definitiva rimane piatto. Difficile rimanerne coinvolti, pur trattando una fase della vita in cui siamo passati tutti, anche – con le rispettive differenze – gli uomini.
Gli unici momenti riusciti sono quelli in cui si esce da questa dimensione intima, da questo circolo ristretto, da questa dimensione privata. Le immagini esterne, in funzione di contrappunto o di commento, quella della statuetta del neolitico, di cui sopra, e di Sophia Loren che mostra come anche le ascelle non depilate possano avere il loro perché. Ma soprattutto il fotogramma da Il villaggio dei dannati, una similitudine brillante per ragazze disturbate in giovane età, apprezzabile però solo da chi abbia una minima cultura cinefila. Comunque poca roba.

Info
La scheda di Las lindas sul sito del Torino Film Festival.
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