Pseudo Secular

Pseudo Secular

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Ambientato nel cuore del movimento di protesta Occupy Central, Pseudo Secular di Rita Hui è un monumentale viaggio attraverso Hong Kong, le sue contraddizioni e le sue continue mutazioni. In Onde al Torino Film Festival.

Aria di rivoluzione

Hong Kong, 2011. Gli studenti Tai Cho e Yi partecipano attivamente al movimento Occupy Central. Yi viene però arrestata e Tai Cho si avvicina alla madre della ragazza, Wan. Nel frattempo altri personaggi sono influenzati dalla scossa politica e sociale che ha investito la città: Maxim, ricco produttore cinematografico, sente nascere una coscienza politica; la sua ex moglie, giornalista televisiva, raccoglie interviste a persone travolte dalla politica edilizia cinese; la giovane cinese Li Lei incontra Ha Mai, una celebrità del web, e si fa coinvolgere nel movimento… [sinossi]

L’industria cinematografica, che partecipò attivamente ai moti del ’68, sia aderendo da un punto di vista concettuale e militante alla protesta – soprattutto negli ambienti underground, ovviamente – sia sfruttando gli eventi per trascinare in sala nuove orde di giovani (è il caso di Fragole e sangue di Stuart Hagmann, per esempio, visto al Torino Film Festival tra i film scelti dal ‘guest director’ Gabriele Salvatores e paradigma di un’opera che riesce ad andare suo malgrado oltre i dettami che si era imposta, nonostante le facilonerie ideologiche, sfuggendo in qualche modo al controllo della casa di produzione, la destrorsa MGM), sembra quasi completamente disinteressata alle manifestazioni di piazza degli ultimi venti anni, da quello che sarebbe stato chiamato “movimento No Global” fino alle realtà di Occupy Wall Street e simili. Un distacco del cinema dal vissuto contemporaneo – con le dovute eccezioni – che appare come una ferita aperta, quasi che il più grande contenitore di immaginario non sappia maneggiare le velleità riottose delle giovani generazioni, non comprendendole oppure, in forma assai più cinica, considerandole già destinate al fallimento.
Anche per questo, tra gli altri motivi, acquista un peso specifico non indifferente un’opera come Pseudo Secular, presentato sotto la Mole Antonelliana all’interno della sezione Onde, la più attiva nella ricerca di una lettura del reale che sappia anche farsi riflessione sul dispositivo cinematografico, e sulle sue potenzialità. Il film di Rita Hui, regista attiva fin dalla metà degli anni Novanta del secolo scorso ma ancora relegata in un ghetto critico, è ambientato nel cuore pulsante di Occupy Central, la cosiddetta “Rivoluzione degli ombrelli” che dilagò a Hong Kong nel settembre del 2014 per protestare contro la riforma elettorale voluta dal Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese in vista delle amministrative del 2017. Occupy Central rientra dunque all’interno del sommovimento globale che all’inizio degli anni Dieci si è sviluppato dagli Stati Uniti al Cile, dalla Spagna degli indignados alle “Primavere arabe”.

La Hui in Pseudo Secular affronta di petto la questione, ma non si limita a una sua messa in scena retorica; anzi, schiva in ogni modo i dardi di una rappresentazione eroica, o anche solo vagamente mitizzata, dei militanti che presero parte alla protesta (destinata a finire in un nulla di fatto, o quasi, ma anche in grado di ridestare il senso di nazione di una città-stato che dall’hangover del 1997 sembrava subire le ingerenze cinesi senza la capacità di rialzare la testa, venendo meno a una storia di proteste di piazza che segnalarono Hong Kong agli occhi del mondo durante il protettorato britannico).
In realtà Occupy Central, su cui pur si focalizza l’attenzione della regista, e che è in ogni caso il centro nevralgico della narrazione, filtra in maniera quasi sottocutanea negli occhi dello spettatore di Pseudo Secular. Nell’inseguire, pedinare e accompagnare i suoi protagonisti, il film della Hui non si rinchiude nei motivi della protesta e nella sua attuazione fattiva, ma si apre al contrario a una messa in scena monumentale, pacata ma allo stesso tempo epica, di Hong Kong. Nelle storie di Tai Cho, Maxim e Li Lei, non c’è solo lo stato di repressione politica cui va incontro chi non accetta senza riserve lo status quo, ma si sviluppa anche una profonda riflessione sul sistema mediatico hongkonghese: non è certo un caso che tra i protagonisti della vicenda si trovino un produttore di blockbuster cinematografici, in grado con i suoi film di sfondare anche sul mercato della Mainland China, una giornalista televisiva e un guru del microcosmo web. Attraverso loro e le situazioni nelle quali si vengono a trovare la Hui orchestra un grande ritratto di una città in profondo stato di confusione, ma in continuo movimento.

Un movimento quasi inarrestabile, a sua volta coatto ma pronto a eversioni di libertà inattese, in uno spazio ingolfato, dove tutto è caos, e dove è sempre più difficile riuscire a trovare una propria dimensione. Una dimensione umana. Nello scontro tra elefantiasi urbana e umanesimo si trova il cuore pulsante di Pseudo Secular, tragico ma vitale scandaglio di un mondo capitalista che ha accettato la politica neoliberista cinese senza opporre alcuna resistenza, fino a un risveglio brusco. Un risveglio dalle proprie certezze, dagli ideali evaporati in una nuvola di yuan.
Anche per questo Pseudo Secular, pur nella sua completa e totale adesione a uno schema narrativo di finzione, può essere letto come un grande documentario su Hong Kong, uno dei pochi sguardi puri su una realtà complessa, con troppa facilità semplificata in occidente e di fatto abbandonata al proprio destino senza tanti complimenti.
La Hui maneggia la sua creatura con grazia e virulenza, alternando le timbriche espressive e sopperendo a un’inevitabile pesantezza della parte centrale del film – dopo l’incipit in cui vengono descritti i personaggi e prima della svolta che porta al finale – con un’ultima ora emozionante e tesa, in cui l’afflato militante si sposa a una architettura dello sguardo lucida, spaziale come il monolite-Hong Kong, terra fuori dal tempo e dallo spazio eppure ancorata con forza a entrambi. Il finale di Pseudo Secular, con quell’allontanamento dal bivacco della protesta su una strada oramai inutilizzata, che finisce su un traffico sempre in movimento, incurante di ciò che sta succedendo a poche centinaia di metri da lui, lascia senza fiato, e si propone come una delle sequenze più potenti dell’annata cinematografica.

Info
Pseudo Secular sul sito del Torino Film Festival.
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