Torino 2016 – Bilancio

Torino 2016 – Bilancio

La trentaquattresima edizione del Torino Film Festival si chiude con la vittoria del neo-noir cinese The Donor e, metaforicamente, con la morte di Fidel Castro e del Novecento. Tra ipotesi di spostamento e conferma della struttura, il corso di Emanuela Martini procede.

Il Torino Film Festival 2016 si era aperto, già a partire dalla conferenza stampa di presentazione e dallo svelamento del poster ufficiale, con la memoria di David Bowie, simbolo di un Novecento in continua rivoluzione, alla ricerca del “nuovo” per sfuggire alle asfittiche gabbie del preordinato, dell’ovvio, della prammatica. Nessuno avrebbe immaginato che l’ultimo giorno di festival, in attesa di sapere come sarebbero stati distribuiti i premi, sarebbe giunta la notizia della morte di Fidel Castro, il Líder Máximo della rivoluzione cubana. Il Novecento se ne va, lascia il campo a un nuovo che sembra sempre più spaventoso, proteso alla creazione di continue barriere sociali, distante dalle esigenze del popolo. Per ironia della sorte, Castro è morto proprio nel giorno in cui Torino omaggiava Costa-Gavras, tra i registi europei quello che forse ha cercato in modo più continuo di parlare della questione latino-americana, e delle ingerenze dei governi yanqui nelle fragili democrazie del sud, assai propense a trasformarsi in regimi militari e fascistoidi (L’Amerikano, sui Tupamaros uruguayani, e Missing – Scomparso sul golpe cileno ordito da Augusto Pinochet in combutta con Washington, il futuro premio Nobel per la pace Henry Kissinger in testa).
Con la fine del Novecento, idealmente inteso, viene anche più naturale e facile focalizzare l’attenzione sulle derive dei festival, sul loro destino, su ciò che ancora possono e probabilmente devono rappresentare, in un sistema italiano che non sa più come maneggiare la cultura e la guarda con sospetto, quasi come un peso inevitabile da sostenere. Se da un lato la legge cinema del ministro Franceschini dice tutto e niente, vista l’infinità di decreti attuativi che bisognerà redigere per renderla attiva (e i peana innalzati con sospetta velocità da molte figure capitali dell’industria cinematografica nazionale alimentano ulteriori dubbi), dall’altro l’esperienza dell’amministrazione pentastellata a Roma, con la cultura fortemente azzoppata nei fondi – così come il diritto all’istruzione e i mezzi pubblici – prospetta scenari altrettanto cupi.

Durante il festival la città di Torino ha discusso pubblicamente su La Stampa e altri media locali la proposta del presidente del Museo del Cinema Paolo Damilano di spostare la kermesse a giugno; un modo per sfruttare un clima più clemente e aumentare – così si pensa – i consumi attorno all’evento. La risposta di Emanuela Martini è stata chiara, entrando nel dettaglio del perché questo Torino Film Festival non può essere spostato, a meno di andare incontro a un ridimensionamento della proposta culturale. Se si sottolinea il termine questo è perché il punto della discussione, e il discorso non vale solo per Torino, è proprio ciò che si vuole e si pretende da un festival del cinema. Al di là di alcuni aspetti che sembrano aver preso piede in modo sempre più netto ed evidente, a partire da un’elefantiasi della proposta per quel che concerne Festa Mobile (che quest’anno ospitava la bellezza di cinquanta titoli: praticamente un festival a parte, con un’inevitabile altalena artistica), la struttura orchestrata dalla Martini fin dai tempi della reggenza di Nanni Moretti ha oramai acquistato una solidità invidiabile. Bene o male che sia, lo spettatore e l’accreditato sanno perfettamente cosa aspettarsi da ogni singola sezione, e possono permettersi di muoversi quasi alla cieca tra le varie anime del festival. Non necessariamente un aspetto positivo, ovvio, ma un segnale di come il festival abbia messo radici nel corso dell’ultimo decennio, che rappresenta in ogni caso quasi un terzo dell’intera vita del TFF.
Se da Torino si pretende altro – una maggiore visibilità sui media nazionali, che pure non lo snobbano, o il tanto chiacchierato “tappeto rosso” di cui si parla da tempo immemore – è probabile che non lo si otterrà, a meno di forzare la mano, con risultati sui quali è difficile fare una previsione. “Festival pop, aprire alle periferie” sono concetti che tornano con una sinistra circolarità nel dibattito sugli eventi culturali; è accaduto a Roma, in un contesto ben più caotico e meno strutturato – e a farne le spese fu Marco Müller, l’unico finora ad aver tentato un approccio davvero radicale – e se ne parla ancora sotto la Mole Antonelliana.

Va tutto bene, ed è giusto che si discuta. Ma cosa significa effettivamente “festival pop”? L’impressione è che Torino lo sia già, con la sua fusione fra istinti di ricerca (la sezione Onde), aperture al documentario e un numero pressoché infinito di “fuori concorso”, oltre a una sezione che ragiona da vicino sulle declinazioni odierne del “genere”. Un pastiche che mescola le istanze più differenti, e fa parlare Garin Nugroho con Clint Eastwood, Derek Jarman con Sadako vs. Kayako, Jean-Daniel Pollet con Raffaello Matarazzo, Paul Verhoeven e Ben Wheatley. Se non è pop, nel senso di “popolare” ma anche di differenziato e polimorfo, questo, è davvero difficile comprendere cosa si intenda.
Sull’apertura alle periferie, poi, si potrebbe aprire un capitolo a parte: il centralismo urbano della proposta culturale è da sempre la spada di Damocle di qualsiasi amministrazione – soprattutto quelle afferenti alla sinistra, per ovvie ragioni storiche e strutturali –, ed è assurdo che non si faccia nulla per agire in tal senso. L’esempio però dovrebbe essere quello della Berlinale, il festival per di più cui è evidente che Torino guardi come un faro: un centro nevralgico dell’evento (nel caso tedesco l’area attorno a Potsdamer Platz, per Torino quella che va dal Cinema Massimo al Reposi) e poi sale dislocate nel resto della città, per agevolare ancora di più la fruizione dei film e degli eventi. Inutile sottolineare come per fare questo servano risorse economiche, sulle quali non è affatto scontato che si possa fare affidamento (anzi…). Per di più ciò che ancora ribadisce la solidità della struttura attuale – pur con i suoi scricchiolii, già accennati in precedenza e su cui si tornerà – è proprio il modo in cui i torinesi vivono il festival. Abituati al deserto lunare del Lido di Venezia e all’ambiente radical chic che in gran parte prende possesso dell’Auditorium a Roma, il flusso di persone – studenti universitari, appassionati, pensionati – che affolla le sale torinesi equivale ancora a una boccata d’ossigeno. È per queste persone, in fin dei conti, che esiste e resiste il TFF, più che per addetti ai lavori e stampa, che a volte storcono il naso (in maniera stolida) di fronte a titoli già presentati ora alla Berlinale, ora a Locarno, ora a San Sebastian.

Certo, si avverte qua e là anche un po’ di stanchezza, forse fisiologica dopo un decennio. La formula pare ancora funzionare, ma le gioverebbe un alleggerimento, soprattutto per sopperire alla già enunciata frotta di titoli selezionati. È davvero necessario proporre, tra Festa Mobile e After Hours, quasi settanta film? Non si rischia – la domanda è retorica – di mandare al macello alcuni titoli oppure di proporre opere di cui in pochi avrebbero avvertito la mancanza? Oltretutto, questa scelta spinge TFFdoc e Onde fuori dai radar di chi segue solo le proiezioni stampa, riservate in forma esclusiva al Concorso internazionale lungometraggi, e alle sezioni non competitive. Il fatto che le sale del Lux e del Massimo si riempiano lo stesso, a seconda dei casi, dimostra il rapporto creatosi tra queste due sezioni e il pubblico, ma un maggior riconoscimento “ufficiale” sarebbe d’uopo, anche per permettere al festival di svolgere appieno il suo compito culturale. È davvero un peccato, per fare un esempio, che le opere di due monumenti del cinema degli ultimi trent’anni, Daguerrotype di Kiyoshi Kurosawa e Nyai – A Woman from Java di Garin Nugroho (entrambi presenti nel palinsesto di Onde), siano sfuggite agli occhi di gran parte della stampa, a sua volta tragicamente pigra e sempre più ottusa e ben poco disposta ad aprirsi a ciò che non sa riconoscere a prima vista.
Sempre rimanendo sullo stesso discorso, ma spostando leggermente la visuale, pur apprezzando la retrospettiva dedicata alla fantascienza, in cui era difficile non imbattersi in grandi, grandissimi film – con qualche chicca riscoperta per l’occasione, come Glen and Randa di Jim McBride –, e la decisione di donare uno spazio al punk e alle sue messe in scena, non si può non sentire la mancanza di retrospettive più rigorose, che fungano meno da compendio ma si presentino come più analitiche ed esaustive. Per rimanere negli ultimi anni, si dovrebbe forse tornare a seguire l’esempio delle personali dedicate a Claude Chabrol, Sion Sono e Nagisa Oshima. E a proiettare in pellicola.

Ma non ha senso essere distruttivi. Il Torino Film Festival è una macchina che funziona, e che continua il suo corso in maniera imperterrita, cocciuta, a suo modo coerente. Le lusinghe della facilità è semplice trovarsele davanti, ma c’è da dire che nella stragrande maggioranza dei casi per ora sono state schivate. La speranza è che si continui a farlo, limando quelle obesità fisiologiche per rinnovare una volta di più il contratto non scritto tra il festival e il suo folto e variegato pubblico. Un luogo dove per poco più di una settimana opere prime, seconde e terze parlano alla fantascienza, discutendo con il punk, tra documentari e opere “altre”, correndo dagli Stati Uniti alla Cambogia, dalla Francia al Giappone, dall’Italia all’Uganda. Guardando al futuro senza dimenticare il passato, e soprattutto senza snobbarlo o sminuirlo. Un’etica, quest’ultima, che sembra sempre più desueta ora che il Novecento palesa la sua morte, e che a pochi passi dalla Mole si può ancora rintracciare.

Info
Il sito del Torino Film Festival.

Articoli correlati

  • Notizie

    torino-film-festival-2016-minuto-per-minutoTorino 2016 – Minuto per minuto

    Eccoci nuovamente all'ombra della Mole per il Torino Film Festival 2016, all'inseguimento di opere prime (seconde e terze), documentari italiani e internazionali, retrospettive, omaggi, (ri)scoperte.
  • Festival

    torino-2016Torino 2016

    Il Torino Film Festival 2016, dal 18 al 26 novembre. La trentaquattresima edizione della kermesse piemontese, tra opere prime, sci-fi, punk, documentari, film di ricerca... Tutte le nostre recensioni.
  • Torino 2016

    torino-2016-presentazioneTorino 2016 – Presentazione

    David Bowie che si muove sul palco è l'immagine scelta per il Torino Film Festival 2016, un omaggio che è anche dichiarazione di intenti. Tra passato punk e futuro che è forse a sua volta passato. Come il cinema.
  • Editoriale

    festa-nella-citta-che-agonizza-roma-2015-bilancio-cov932La Festa nella città che agonizza

    La decima edizione della Festa/Festival di Roma chiude il cerchio su una questione culturale mai realmente affrontata dall'inizio del millennio.
  • Torino 2014

    torino-2014-bilancio-mole-antonelliana-cov932Torino 2014 – Bilancio

    La trentaduesima edizione del Torino Film Festival si è conclusa, confermando essenzialmente la passione della città sabauda per il cinema.
  • Torino 2013

    Torino 2013 - BilancioTorino 2013 – Bilancio

    La trentunesima edizione del Torino Film Festival chiude i battenti con le inevitabili polemiche che fanno da corollario a qualsiasi kermesse italiana, e con la conferma del ruolo di primaria importanza svolto dalle sezioni TFFdoc e Onde.
  • Torino 2016

    the-alchemist-cookbook-2016-joel-potrykusThe Alchemist Cookbook

    di Vita nei boschi, utopie fondative e magia nera sono al centro di The Alchemist Cookbook di Joel Potrykus, brillante satira su quel che resta della wilderness americana. Al TFF in After Hours.
  • Torino 2016

    evviva-la-libertaEvviva la libertà

    di Klein orchestra una satira divertente e divertita che smonta pezzo dopo pezzo l'immaginario e l'imperialismo statunitense. Evviva la libertà (Mr. Freedom) è stato ripescato dal TFF 2016 per la retrospettiva Cose che verranno.
  • Torino 2016

    SONY DSCPseudo Secular

    di Ambientato nel cuore del movimento di protesta Occupy Central, Pseudo Secular di Rita Hui è un monumentale viaggio attraverso Hong Kong, le sue contraddizioni e le sue continue mutazioni. In Onde al Torino Film Festival.
  • Torino 2016

    eclisse-senza-cielo-2016-carlo-michele-schirinzi-cov932Eclisse senza cielo

    di Eclisse senza cielo è l'opera di Romano Sambati, pittore e scultore salentino, filmata e riletta da Carlo Michele Schirinzi, che dell'artista fu allievo. In Onde al Torino Film Festival.
  • Torino 2016

    the-love-witch-2016-anna-biller-cov932The Love Witch

    di Presentato nella sezione After Hours del Torino Film Festival l’ultimo lavoro di Anna Biller, The Love Witch, dopo l’anteprima all’International Film Festival Rotterdam. Un concentrato psichedelico di omaggi cinefili ai film in Technicolor, ai B-movie explotation, per veicolare un, debole, messaggio femminista. Tanto colore per quasi nulla o molto poco.
  • Rotterdam 2017

    out-there-2016-takehiro-ito-cov932Out There

    di Presentato nella sezione Bright Future dell’International Film Festival Rotterdam Out There, l’opera seconda di Takehiro Ito: un lavoro sul cinema, sulla genesi di un film, sui concetti di heimat e di memoria.

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento