Dum spiro spero

Dum spiro spero

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Presentato al Festival dei Popoli di Firenze, Dum spiro spero è il primo film dello scrittore croato Pero Kvesić, un diario a ruota libera sulla propria quotidianità, riflettendo, con estrema rassegnazione, sul proprio stato di salute precario e sulla imminente morte.

À bout de souffle

“Dum spiro spero” è un motto latino che significa ‘finché respiro spero’, ancora oggi usato da coloro che vogliono vivere fino all’ultimo respiro. Intrecciando vita quotidiana, libri e morte, il regista riflette sulla sua progressiva perdita delle forze e sulla forza che ci vuole per lasciare andare la vita. [sinossi]

Pero Kvesić, scrittore croato di successo, nel suo primo film, Dum spiro spero presentato al Festival dei Popoli, ci invita a casa sua, in una zona residenziale con molto verde, con casette caratteristiche. Ci invita a partecipare a un suo flusso di coscienza tanto mentale, quanto visuale, che comincia, e finisce, dall’immagine bianca del soffitto. Quante riflessioni esistenziali, quanto vagare con la mente ciascuno di noi non ha fatto fissando il soffitto? E altre immagini saranno sguardi dalla finestra, ancora una dimensione contemplativa, a vedere la neve, o la pioggia facendo le bolle di sapone come un bambino.

La videocamera di Pero scende dal soffitto e si aggira per la casa, in maniera molto casuale. Ma proprio questo fluttuare a ruota libera comunica un senso di intimità che condivide con gli spettatori, preludio di quella comunicazione shock su cui torneremo. Il figlio diciottenne è ripreso in bagno mentre finisce di vestirsi allacciandosi la cintura. Pero fa colazione con un caffè granulare, passeggia nella sua ricca biblioteca, colma di libri di storia ma anche di fumetti di Alan Ford. Ci presenta la moglie e la cognata, traduttrice che lavora in casa al computer. E poi il suo cane, anziano e sordo, e quello della cognata. E le due gatte Bara e Mara. Saluta il figlio che va a scuola in macchina, sul cui finestrino si sta arrampicando un bruco verde. Lui stesso esce a portare i cani al parco, ma il suo sguardo si sofferma, con zoom, su una coppietta di giovani che si scambiano effusioni.

Lo sguardo di Pero è quello di una rigorosa soggettiva, che si infrange poche volte nel film, la prima delle quali è quando va in garage e qui l’inquadratura è fissa. Per il resto il punto di vista è sempre quello suo, il suo io che è anche un io narrante. Le braccia che spuntano entrando ai lati del quadro, o nell’atto di afferrare la maniglia di una porta per aprirla. Quando nel suo gironzolare per la casa decide di salire sul tetto – gesto che fa così tanto per fare qualcosa – lo sentiamo anche ansimare. Il suo volto non si vede quasi mai, tranne quando passa davanti allo specchio coperto comunque dalla videocamera. Lo si vede invece nelle foto. E a un certo punto occulterà la sua faccia con il casco di Darth Vader.
Pero Kvesić ha un male incurabile e gli rimane poco da vivere. La confessione avviene a sorpresa ed è preceduta da tutto questo atteggiamento di intimità che instaura con il pubblico. Ora però inquadra tabelle, esami, grafici, referti, cartelle mediche. Tutte che dimostrano la sua inevitabile, e imminente fine. Uno spirito anarchico quello di Pero Kvesić, che rifiuta ormai di fare esami e controlli, nella consapevolezza che semplicemente gli direbbero che la situazione non può che peggiorare. Rimpiange di non vivere in un paese dove sia prevista l’eutanasia. Non teme la morte, è una cosa naturale. Piuttosto si rammarica che non completerà mai quella lunga lista di libri che pianificava di scrivere, ma prima della fine del film riuscirà comunque a consegnare un manoscritto all’editore. E si chiede da chi giungerà per primo la cupa mietitrice brandendo la falce, se da lui o dal suo anziano cane. E riflette sul fatto che difficilmente arriverà all’età in cui il padre è mancato, 71 anni, avendone lui solo 65.

Lo scrittore Pero Kvesić decide di non usare la letteratura per comunicare al suo pubblico – che tratta come un gruppo di amici – la sua partita a scacchi con la morte. Usa il video in modo assolutamente sgrammaticato e in modo spontaneo per comunicare in via diretta la naturalezza di quello che sta per succedere. La morte aleggia nel film ma si disperde tra le foglie, il vento e la pioggia, sul tetto e sul soffitto. E Pero persegue il suo sguardo da fanciullino, sognando Alan Ford e Darth Vader, facendo le bolle di sapone ed esaltandosi per l’asse di legno che ha deciso di collocare sulla vasca. Così potrà leggere un libro mentre fa il bagno.

Info
Il sito del Festival dei Popoli.
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