Intervista a Garin Nugroho

Intervista a Garin Nugroho

Conosciuto in Italia per Opera Jawa, presentato alla Mostra di Venezia del 2006, e poi per una personale dedicatagli dall’Alba International Film festival nel 2007, l’indonesiano Garin Nugroho è un regista estremamente eclettico, che ha fatto della commistione tra le arti performative la sua cifra stilistica. Nella sezione Onde del Torino Film Festival, ha portato Nyai – A Woman from Java, opera ambientata nel 1927 che tratta ancora il tema del colonialismo olandese con lo stile, filologicamente riprodotto, del teatro musicale dell’epoca. A Torino abbiamo incontrato Garin Nugroho.

Nyai – A Woman from Java è tratto da vari testi. Puoi dirci qualcosa su questi e sul perché li hai scelti?

Garin Nugroho: Il film è un adattamento da quattro testi: il primo è un romanzo molto famoso, Bumi manusia di Pramoedya Ananta Toer, un nuovo romanzo, del 1980, ambientato nel periodo degli anni Venti; un altro romanzo è stato pubblicato in quel periodo, nel 1927, Boenga Roos dari Tjikembang di Kwee Tek Hoay ed è un racconto su Nyai perché all’epoca Nyai era una storia molto popolare. Mentre gli altri due sono Njai isah (1904) di F. Wiggers e Seitang koening (1906) di R. M. Tirto Adhisoerjo. In definitiva solo un romanzo contemporaneo e gli altri tre sono del passato. Li ho scelti perché tutti e quattro questi testi rappresentano la situazione sociopolitica e religiosa dell’epoca, questa è la cosa rilevante, al di là delle storie che raccontano. Ho scelto questa vecchia storia del passato perché rappresenta tutta la complessità di quello che succedeva rispetto alla legge islamica e a quella internazionale, all’industrializzazione, al consumo di risorse, al fatto che la popolazione giavanese cominciava a conoscere, per la prima volta, quello che è chiamato denaro, il denaro contemporaneo. Anche se è una storia antica rappresenta i conflitti sociali, politici e religiosi che ancora si presentano.

Sul tema del colonialismo olandese avevi già realizzato il film Soegija, ma in forma di film tradizionale, come un kolossal storico, opera decisamente anomala nella tua filmografia. Oltre ai diversi periodi storici dei due film, perché hai affrontato questo periodo storico in modi così diversi?

Garin Nugroho: Su quel periodo storico, del colonialismo, ho fatto tre film, tre storie, comprendendo anche il mio più recente, che ancora non è stato presentato nei festival europei e che si intitola Guru Bangsa Tjokroaminoto. Così attraverso gli anni Dieci, Venti, fino al giorno dell’indipendenza. Perché voglio rappresentare una mappa dell’Indonesia, sociale, politica e religiosa, questa è l’idea, dato che in questi cinque anni ho fatto tre film che vanno dagli anni dieci fino al 1949, che corrisponde alla prima era dell’indipendenza e dell’organizzazione politica nel mio paese. In Soegija tratto la storia del leader dei cattolici, l’arcivescovo Albertus Soegijapranata, un’eccezione visto che in Indonesia la maggior parte dei film sono sui leader dell’Islam. Da noi infatti la maggioranza è islamica, con più 250 milioni di persone, l’80% della popolazione è musulmana. Questo nonostante la nostra filosofia sia più legata alla tradizione Kaharingan. Perciò credo che fosse necessario raccontare anche la storia del leader dei cattolici, che combatteva l’occupazione all’epoca e che ha avuto un ruolo nei giorni dell’indipendenza. Quindi ho voluto raccontare questa storia con un film più epico. Ma non l’ho fatto in bianco e nero, in senso manicheistico, perché in ogni persona puoi trovare tutto quello che io chiamo area grigia, tutti hanno un lato buono e uno cattivo. Ora con Nyai – A Woman from Java ho provato a fare un melodramma, ma con un approccio molto personale, con solo una location. È molto diverso, in questo film tutti i conflitti politici e sociali entrano in casa in un unico grande piano sequenza.

L’impressione è che in Soegija il colonialismo olandese fosse visto come migliore di quello giapponese. Qual è il tuo giudizio?

Garin Nugroho: Ogni colonialismo è malvagio. Quello giapponese si reggeva sull’idea della grande Asia, quello olandese è più nel liberalismo, nel capitalismo, nel neocapitalismo, e sullo sfruttamento delle risorse naturali. Sono prospettive diverse, ma ogni colonialismo rappresenta il male.

Concepisci il cinema come crocevia di forme diverse d’arte, ogni volta secondo un diverso amalgama. Puoi dirmi qualcosa su questa tua concezione del cinema?

Garin Nugroho: La storia stessa del cinema condensa tanti elementi, la letteratura, la danza, le performing art, il teatro, la visual art, la pittura. Ci sono sette, o nove, arti nel cinema. Possiamo esplorare questi elementi, possiamo farle dialogare in un’infinità di modi. In questo modo in Opera Jawa ci sono tutti gli elementi delle arti, l’installation art, la pittura, la danza. Siamo nell’era della cultura visiva, con tutte le arti che possono essere musica, danza, fotografia, canzoni. Tutti questi elementi raccontano storie, tutti questi elementi sono simbolici e narrativi. Possiamo fare simboli e storie. In questo modo mi sento libero come un bambino di fare tutto, raccontare storie, storie con i corpi. In Soegija le canzoni, tutte le canzoni, sono di quell’epoca, e le canzoni raccontano una storia. Anche quelle di Chaotic Love Poems. La tradizione orale, la danza: tutte raccontano storie e diventano narrative. Mi sento davvero libero e senza un confine tra una forma d’arte e di cultura e l’altra.

Nyai – A Woman from Java è un Kammerspiel teatrale e musicale che si svolge tutto in quella grande stanza, un’anticamera che diventa un palcoscenico. Solo verso la fine però con la macchina da presa attraversi la porta per affacciarti un attimo nella camera da letto del signore malato. Perché?

Garin Nugroho: Quella peraltro è la mia casa. L’architettura qui è come un linguaggio del corpo, come la struttura del corpo umano. La facciata è il volto, quando entri dalla porta è come se entrassi in una persona, la parte destra e sinistra sono la mano destra e sinistra, quella destra rappresenta il lavoro, la sinistra la famiglia. Quando vedi che la camera entra è per la personalità di loro due, moglie e marito. In questo modo si attraversa la porta perché dal pubblico, dalla dimensione pubblica, si va nel privato. Si entra davvero dentro la persona.

Il personaggio del colono mi ha ricordato un po’ certe figure del colonialismo raccontate nel romanzo olandese ottocentesco Max Havelaar ovvero Le aste del caffè della Società di Commercio olandese di Multatuli. Conosci quel libro?

Garin Nugroho: Sì, è uno dei libri che segna una nuova era per la gente europea, per comprendere la nuova umanità, certo. Sì, Max Havelaar è un romanzo molto popolare.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Garin Nugroho.
Il sito del Torino Film Festival.

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