The Love Witch

The Love Witch

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The Love Witch, l’ultimo lavoro di Anna Biller, è stato presentato nella sezione After Hours del Torino Film Festival dopo l’anteprima all’International Film Festival Rotterdam. Un concentrato psichedelico di omaggi cinefili ai film in Technicolor, ai B-movie explotation, per veicolare un, debole, messaggio femminista. Tanto colore per quasi nulla o molto poco.

Vita da strega

California, anni Sessanta. Quando la bellissima Elaine, che si professa strega per amore, rimane vedova in circostanze misteriose, decide di trasferirsi da San Francisco in una cittadina di provincia dove magia e riti orgiastici sono tollerati. Qui, per mezzo di pozioni e sortilegi, potrà dare inizio alla ricerca dell’uomo ideale. Con conseguenze spesso sanguinose… [sinossi]

Girato in un immaginario formato Oscilloscope, in realtà il nome della società distributrice del film, The Love Witch, presentato al Torino Film festival nella sezione After Hours, prosegue la ricerca estetica camp della filmmaker indipendente Anna Biller, che con il precedente Viva aveva ricreato il genere sexploitation degli anni Sessanta e Settanta, mentre con il cortometraggio A Visit from the Incubus creava un mix di elementi ‘weird’ dai classici del western, dell’horror e del musical. Ancora di un immaginario vintage si tratta anche per The Love Witch: la protagonista, la bellissima strega Elaine, viene subito mostrata guidare la macchina con uno sfondo palesemente e ostentatamente retroproiettato, come nello stile del cinema classico hollywoodiano, tipico ad esempio nei film di Hitchcock. Lei indossa un abito rosso sgargiante in sintonia con le sue valigie. E i suoi completini sgargianti si susseguiranno per il film, esibendo anche un vestito arcobaleno.

Anna Biller confeziona un nuovo omaggio all’estetica del Technicolor anni Sessanta, e usa per prima la pellicola 35mm. Lo fa per raccontare una storia psichedelica ed esoterica, da B-movie horror, una fiaba dark, una storia di streghe nel cui calderone magico ci butta un bel po’ di humor macabro e un pizzico di erotismo, per finire ancora nella fiaba fantasy con l’unicorno bianco. Tutto incentrato sulla maliarda Elaine, una meravigliosa Samantha Robinson, che si scopre essere morta e rinata come strega. Mentre si lascia dietro una scia di ex-amanti tutti deceduti in circostanze misteriose, Elaine è dedita alle arti magiche come Amelia, la strega che ammalia. Nel suo laboratorio casalingo caleidoscopico prepara pozioni con le sue ricette di magia, tra fumi che si sprigionano dalle sue ampolle e teschi umani stilizzati. Con ingredienti a volte bizzarri come il tampax messo in infusione con il rosmarino. E quando ha bisogno di ingredienti, si rifornisce alla farmacia magica del quartiere. Non manca neppure di fare i tarocchi per organizzare tutte le sue mosse.

A cosa servono tutte quelle pozioni magiche? Sono elisir d’more per stregare gli uomini, sedurli, farli innamorare di lei, nonostante la sua incredibile bellezza – tutti gli uomini si voltano al suo passaggio – che dovrebbe rendere superflui questi riti magici. E, inutile dire, chi rimane invischiato nella sua ragnatela non ha molte speranze di uscirne vivo. In The Love Witch la regista fa uso di scenografie curatissime e dettagliatissime, profondendo un senso della decorazione al suo cinema, un cinema da tappezzeria. E così anche la casetta della sua vittima, un docente universitario libertino, ha interni altrettanto kitsch pur senza nulla di magico, ma in uno stereotipato stile country con il caminetto in bella mostra. Ci saranno poi quadri con l’estetica da vetrata di cattedrale gotica, o interni british da tè delle cinque che si accompagnano a una musica di clavicembalo vittoriana. Anche i momenti erotici si richiamano a un immaginario patinato classico che va da Bettie Page a Russ Meyer al genere nudie-cutie, per sfociare in momenti liturgici da messa nera e danze da sabba. Anna Biller non lesina preziosismi come il montaggio analogico che va dallo scavo per recuperare il cadavere dell’uomo sepolto al cucchiaio che affonda nel budino al cioccolato, oppure quello dello zoom sulla bocca di lei che urla che termina su una panna cotta coperta di una salsina rossa di fragole. Predomina il colore rosso vivo, del sangue ma anche del rossetto. E poi citazioni esplicite come il falcone maltese, una statua come quella ne Il mistero del falco di John Huston, visibile sulla scrivania del professore. Non mancano neanche brani nella colonna sonora ripresi dal cinema di genere italiano, come quelli composti da Piero Piccioni o il lavoro di Ennio Morricone per Giornata nera per l’ariete di Luigi Bazzoni.

The Love Witch è un contenitore, una scatola infiocchettata come un pacco regalo che Anna Biller usa per veicolare un messaggio femminista. La figura di Elaine è al contempo una mantide, una dark lady che incarna ciò che gli uomini temono delle donne, una trappola nascosta nel loro aspetto sexy che funziona come esca. Ma si tratta anche di una donna forte, che scarta gli uomini che non le piacciono e che è alla continua ricerca di quello giusto. E ancora in lei, e nel suo comportamento libertino, rivive un inno al libero amore che si scopriva negli anni Sessanta. Non basta tuttavia questo significato, da distillare, per giustificare una maniacalità estetica che alla fine si riduce a un compitino ben svolto, ma poco di più.

Info
The Love Witch, il trailer.
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