Intervista a Costa-Gavras

Intervista a Costa-Gavras

Presidente della Cinémathèque française e fautore di un cinema politico quanto spettacolare, Costa-Gavras incarna un modello unico di cineasta europeo, al momento senza eredi. Lo abbiamo incontrato al Torino Film Festival dove gli è stato assegnato il Premio Maria Adriana Prolo alla carriera.

È di questi giorni la notizia della morte di Fidel Castro. Lei che ha dedicato diversi film ai paesi latino-americani, tra cui Missing (1982) e L’amerikano (1973), come vede il presente di quel continente? E che conseguenze immagina possa avere la scomparsa di Fidel per Cuba?

Costa-Gavras: Io ho fatto quei film in un periodo molto tragico, c’erano delle terribili dittature in quei paesi. Una situazione che, poco a poco, si è andata modificando. Ora mi pare che le cose vadano meglio. In tutto questo, Cuba è un caso molto particolare. Ci sono stato tre volte per la scuola di cinema che Gabriel García Márquez ha fondato nel 1986, ero suo amico e quindi mi aveva chiesto di passare qualche tempo con gli studenti cubani. In quelle occasioni mi era capitato di incontrare due volte Fidel Castro, ma di passaggio, senza sviluppare una grande relazione con lui. Io credo che se il mondo occidentale, il nostro mondo, avesse lasciato la possibilità a Cuba di svilupparsi sin dal principio normalmente, allora Fidel non avrebbe deciso di allearsi con l’Unione Sovietica. In quel caso Cuba avrebbe potuto avere uno sviluppo diverso, completamente differente da quello che poi in effetti ha avuto, e molto più interessante. Ma Castro è stato attaccato da tutti e, vista l’impossibilità di fare altrimenti, ha deciso di allearsi con i sovietici, facendo in modo che anche Cuba divenisse un sistema sovietico. Ora il problema è capire se Fidel sia riuscito a preparare una nuova generazione capace di succedergli. Apparentemente no, e questo potrebbe essere un disastro. Del resto anche suo fratello Raúl è molto anziano, dunque probabilmente si andrà verso un sistema come quello che c’è in Cina, verso cioè una sorta di capitalismo di stato. Quindi, secondo me, è stato un gran peccato che non sia stato permesso alla Rivoluzione Cubana di svilupparsi normalmente, proprio al principio quando Castro, giovanissimo, prese il potere. Perché lui e gli altri volevano creare una democrazia senza l’intervento diretto degli Stati Uniti. Volevano una vera indipendenza.

Ne L’amerikano c’è una sequenza particolarmente significativa, in cui si vedono all’università dei militari che distruggono gli altoparlanti da cui provengono le celebri parole della canzone Hasta siempre, scritta nel 1965 da Carlos Puebla e dedicata al Che che partiva per il Congo. E nel film, non appena i militari, distruggono un altoparlante, ne spunta fuori un altro, piazzato dagli studenti, da cui continuano ad arrivare le note della canzone, e così via all’infinito, rendendo l’impresa dei militari – di distruggere il dissenso – grottesca e vana.

Costa-Gavras: Sì, pensai di fare quella scena perché per anni i giovani latino-americani hanno sognato di avere una rivoluzione come quella cubana, e questo quindi è il senso di quella scena. Un sogno, quello dei giovani sudamericani per Cuba, che è vivo ancora adesso. L’amore per Cuba e specialmente per Fidel Castro è ancora grandissimo in tutti i paesi latino-americani.

Qui a Torino, in occasione del premio che le viene consegnato, viene proiettato anche Z (1969), forse il suo film più celebre. Quanto è oggi ancora attuale?

Costa-Gavras: Mi chiedono spesso di presentare questo film, anche all’università. L’ultima volta, prima di Torino, è stata una settimana fa a Parigi. E c’erano trecento, quattrocento studenti a vederlo. Sono rimasto molto impressionato dalla loro reazione, perché hanno reagito come se quello che viene raccontato nel film fosse una questione ancora attualissima. Ed è un problema per la nostra società, se la gente pensa che quello che si racconta in Z sia ancora attuale. È un problema non per il film, ma per la società. Significa che le nostre democrazie non vanno e che anche l’Europa non va. Voi, in quanto italiani, lo sapete molto bene, ma lo sappiamo anche noi in Francia, così come lo sanno gli ungheresi, o i polacchi.

A proposito di Z

Costa-Gavras: Ah, sì, volevo aggiungere un’altra cosa, che in Italia un distributore imbecille all’epoca diede un altro titolo al film, Z – L’orgia del potere. Ma che significa? È assurdo! In tutto il mondo si intitola semplicemente Z

Sì, è assurdo, ma va detto che i titolisti italiani hanno fatto di peggio. L’orgia del potere è comunque un sottotitolo d’impatto, a suo modo affascinante…

Costa-Gavras: Dici? Bah! [ride, n.d.r.]

Comunque la copia restaurata di Z venne presentata lo scorso anno a Cannes nella sezione Cannes Classics, ed è stato un bel momento perché si era nel vivo del primo governo Tsipras, era presente il Ministro greco della Cultura Aristidis Baltas, e si aveva l’impressione di una grande fase di orgoglio nazionale, in cui finalmente quel che veniva raccontato in Z, dove si allude alla terribile dittatura dei colonnelli, sembrava appartenere definitivamente al passato. Ora, poco più di un anno dopo, Tsipras ha deluso già in molti…

Costa-Gavras: Eh, beh, ma cosa si può fare? Tsipras ha le mani legate dall’Europa. Non ha potere. Arrivano i rappresentanti dell’Unione Europea e gli ordinano di vendere gli aeroporti, e lui è costretto a farlo, senza sapere dove andranno i soldi, senza poter decidere il prezzo, ecc. È chiaro che, di conseguenza, la sua aura cade, visto che gli elettori gli chiedono dei cambi radicali, e lui non riesce a farli. Ma continuo a credere in Tsipras, è giovane e non ha un passato negativo come tutti i vecchi politici greci, sia di destra, sia socialisti. Sembra appartenere in generale a una generazione più pulita, almeno questa è la mia impressione, e anche la mia speranza.

Qual è secondo lei l’eredità del suo cinema, un cinema politico e civile che oggi non si fa più, in una società come quella contemporanea dove l’influenza della politica appare secondaria rispetto a quella dell’economia?

Costa-Gavras: Ho un rimorso, che è quello di non aver fatto un maggior numero di film, perché ci sono sempre tante cose da raccontare. Mi sembra che generalmente il mondo è migliorato, ma non abbastanza velocemente, come sarebbe necessario. Mi capita spesso di parlare con dei giovani all’università, soprattutto in Europa, che non capiscono perché le nostre società, anche solo quelle occidentali, con le ricchezze che abbiamo, abbiano così tanti poveri, con le persone che si impoveriscono e i ricchi che diventano sempre più ricchi, e in cui la classe media si assottiglia sempre di più. E anche quest’ultimo è un enorme problema perché si è sempre detto che la società deve avere un’ampia classe media per aver assicurata la pace sociale. Oggi accade il contrario, la democrazia non funziona più, mentre quello che funziona sono le banche e le imprese economiche che in certo modo controllano il mondo. Se questo non cambia rischiamo la catastrofe sociale.

Vorrei chiederle due ricordi di due grandi attori con cui ha lavorato di frequente, uno è Yves Montand, che era una grande star ma anche impegnata politicamente, un tipo di figura ormai scomparsa dal panorama cinematografico, e l’altro attore con cui ha lavorato abbastanza spesso è Renato Salvatori, cui tra l’altro ha di frequente assegnato dei ruoli negativi, come quelli che interpreta in Z e ne L’amerikano.

Costa-Gavras: Ho grande affetto per Renato Salvatori, un personaggio straordinario, che era cresciuto in una famiglia povera. E avevo grande piacere a lavorare con lui. Il fargli fare personaggi negativi era semplicemente un gioco. L’ho conosciuto con Franco Solinas, quando ho lavorato con lui, e mi ha informato su tanti aspetti dell’Italia dell’epoca e della società italiana. Perché lui era molto impegnato. Poi, è chiaro, anche Yves Montand era italiano… Ed è anche per questo che mi sento molto vicino all’Italia. Montand era un grande attore e mi ha aiutato molto nella fase iniziale della mia carriera. Grazie a lui e a Simone Signoret ho cominciato a fare il regista…

E come vi siete conosciuti?

Costa-Gavras: Nel 1963, ero assistente di René Clément per il film Le Jour et l’Heure, con protagonista Simone Signoret, e in qualità di assistente dovevo occuparmi di lei. Quindi sono andato a casa sua varie volte, dove ovviamente c’era Yves Montand, con cui stava insieme già da anni. Yves una volta mi chiese: “Sai giocare a pallavolo?” Io ho risposto: “Sì, abbastanza”. E allora lui mi ha detto: “Vieni il prossimo weekend nella mia casa in campagna”. Così è cominciata la nostra amicizia e, dopo il primo film che abbiamo fatto insieme, Vagone letto per assassini del 1965, è nata una relazione molto forte. Per questo film lui non avrebbe voluto fare il ruolo del poliziotto, allora io gli ho detto: “Fallo, ma con l’accento di Marsiglia”. L’idea gli piacque molto, perché recitare con l’accento per lui era come indossare una maschera. E penso che, grazie a questo fatto, per la prima volta dimostrò veramente le sue capacità d’attore, si sentiva liberato. Fino a quel momento aveva sempre combattuto il suo accento di Marsiglia e allo stesso tempo i produttori lo costringevano a evitare di recitare in quel modo, perché di solito era un modo di parlare che veniva identificato con dei ruoli comici, come ad esempio Fernandel.

Su che cosa le piacerebbe lavorare ora?

Costa-Gavras: Ho pubblicato un cofanetto con i miei fim, uscito in Francia qualche giorno fa e dedicato alla prima parte della mia carriera [per maggiori informazioni sul cofanetto vedere qui, n.d.r.]; e dunque ho passato varie settimane a restaurarli. Poi ho scritto un libro sul cinema, non veramente biografico, ma una sorta di biografia della mia filmografia. Infine, sto lavorando a una sceneggiatura per fare un film, sempre che riesca a trovare i soldi.

Ambientato in Francia o…?

Costa-Gavras: Ambientato in Europa.

Lei ha diretto anche diversi film negli Stati Uniti, come Music Box (1989) o Mad City (1997). Come è stata quell’esperienza e quant’è diverso il sistema cinematografico americano da quello europeo?

Costa-Gavras: Sono state delle bellissime esperienze, anche perché in tutti i casi ho chiesto di lavorare lì con la mia équipe francese e di poter fare la post-produzione in Francia. Così sono riuscito a farli, sennò non avrei accettato. Ogni volta ho fatto esattamente quello che volevo fare, come il lavoro sul montaggio senza intromissioni, o il lavoro sulla sceneggiatura o la scelta degli attori. Volevo evitare in ogni modo che la produzione in sede di montaggio potesse prendere possesso del film e cambiarlo. Comunque è tutt’altro che scontato il fatto che sia riuscito a conquistarmi questa libertà. Credo che, soprattutto negli ultimi venti anni, sia diventato molto più difficile fare cinema. Sempre restando agli USA, trovo che negli ultimi dieci, quindici anni, sia sparito il grande cinema americano che abbiamo vissuto noi. E la colpa è delle banche e dei commercianti, che sono entrati in tutte le grandi compagnie.

In effetti un film come Missing, con Jack Lemmon protagonista e in cui si condanna in maniera così radicale la politica statunitense, credo che oggi sarebbe…

Costa-Gavras: …impossibile da fare? Sì, penso proprio di sì. Ad esempio di recente con la Cinémathèque française pensavamo di fare una grande retrospettiva dedicata ai film indipendenti americani recenti, e ce ne sono di interessanti. Però hanno pochi soldi per farli, non hanno i mezzi, perché non trovano produttori. E qualche volta vengono anche male. Poi, certo, con il sistema digitale cambia completamente il concetto di cinema, le cose da un certo punto di vista sono diventate più semplici…

Però il digitale crea dei problemi per lei in quanto presidente della Cinémathèque française…

Costa-Gavras: Beh, il digitale è un’enorme evoluzione per le ragioni che ho detto, però ha un aspetto molto negativo per quel che riguarda la preservazione dei film e degrada le modalità di percezione, visto che ad esempio ora si possono vedere i film al telefono. È una barbarie, e in più le grandi compagnie come Netflix entrano in questo campo e possono distruggere completamente la maniera di fare cinema indipendente. Mi pare chiaro che un cinema nazionale non può esistere senza una volontà politica nazionale di fare cinema. In Francia per fortuna questa volontà politica esiste, a partire dal ’46 quando De Gaulle decise di fondare il CNC, dichiarando che la Francia doveva avere un suo cinema. E questa linea è proseguita nel corso dei decenni, con tutti i governi che si sono succeduti. Ad esempio in un momento storico in cui il cinema francese andava male, all’inizio degli anni Ottanta, Mitterand creò Canal+ per finanziare il nostro sistema cinematografico, obbligando anche gli altri grandi canali a fare lo stesso.

E invece compagnie come Netflix, che sono globali…

Costa-Gavras: …entrano nel meccanismo di produzione cinematografica, pagano per fare il film, ma poi ci fanno quello che vogliono. Ed è inaccettabile. Ma non è solo questo: non pagano una parte dei guadagni per creare altro cinema, non pagano le tasse. Questo è un altro problema.

Per chiudere, cosa ne pensa del nuovo presidente degli Stati Uniti, Donald Trump?

Costa-Gavras: Se riesce a fare solo la metà di quello che dice di voler fare può essere un casino totale. È molto pericoloso, e in più ha ridato coraggio all’estrema destra di tutto il mondo, dalla Polonia alla Francia. E poi questa idea che passa attraverso Trump secondo cui la politica la deve fare chi non ha una cultura politica la trovo preoccupante. Serve una preparazione e una cultura per fare politica.

Info
La pagina Wikipedia dedicata a Costa-Gavras.
La pagina dedicata a Costa-Gavras sul sito del Torino Film Festival.

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