Il magistrato

Il magistrato

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La ricostruzione e la debolezza della nuova borghesia italiana, l’individuo e la corruzione morale. Consueto dramma civile dal piglio robustamente accusatorio, Il magistrato di Luigi Zampa è un film complesso e stratificato, sorretto da un’eccellente sceneggiatura. Prima volta in dvd grazie a Mustang e CG.

In un lungo flashback il magistrato Andrea Morandi spiega al procuratore le ragioni che l’hanno spinto a presentare le dimissioni. Giunto in una nuova città (presumibilmente Genova), l’uomo prende alloggio in una camera presso la famiglia Bonelli. Il capofamiglia Luigi è un impiegato senza ambizioni, afflitto da una moglie avida e arrivista. Nascondendo a tutti di aver perso il lavoro, Luigi cerca di tirare avanti costantemente preoccupato di far vivere la propria famiglia con dignità senza cedere però alle lusinghe della corruzione. Benché incoraggiata dall’avida madre, sua figlia Carla recalcitra all’idea di convolare a nozze con un ricco rampollo per sistemare tutta la famiglia, mentre il magistrato Andrea deve occuparsi di un’aggressione al porto in cui un oscuro personaggio ha rischiato di perdere la vita. Il maggiore indiziato è un manovale, Orlando, prossimo al matrimonio e oppositore del caporalato… [sinossi]

Luigi Zampa ha sempre avuto un approccio fortemente popolare al racconto, spinto dalla volontà di parlare a chiare lettere a una platea più ampia possibile. Scontando spesso una buona dose di semplificazioni a rischio pure di qualunquismo, nei suoi film si trovano sovente forme di dialogo diretto col pubblico, al quale si va incontro narrandogli più o meno quel che vuol sentirsi dire. Un incontro tra luoghi comuni, si potrebbe dire, ovvero rifarsi alla realtà italiana nelle sue storture più marchiane per denunciarle senza sfumature e tramite lo stesso linguaggio adottato dal popolo.
Il cinema di Zampa ha assunto spesso tali coordinate tramite la commedia, ma ha frequentato in egual misura le strade del dramma civile, fondato sull’immediata aderenza a una realtà sociale (o storica) con la quale il pubblico potesse identificarsi. È su questo solco sanamente popolare che s’innesta pure Il magistrato (1959), una delle opere ad oggi meno ricordate di Luigi Zampa e tra le sue più riuscite, capace di tenere a freno le derive declamatorie del suo cinema verso una maggiore asciuttezza, corroborata da una spietata lucidità d’analisi sociale. Come altrove nel suo cinema, ci troviamo di fronte a un’ennesima vicenda esemplare, ovvero protesa a dimostrare come una tesi che nell’Italia del tempo (e forse ancora di oggi) certi meccanismi perversi si ergono inesorabilmente a nemici dell’individuo, fatto prigioniero di una ragnatela di ingranaggi. Ma stavolta la tesi non mostra forzature, non lascia la sensazione di programmatico, bensì si profila come il necessario portato di un’ineluttabilità sociale del tutto credibile.

Dalla soffocante catena di eventi, tutti sorretti da spietate e geometriche risposte di causa-effetto, non spira aria di artificio tendenzioso né tanto meno di irrazionale fato avverso; il racconto si muove secondo uno schietto “pessimismo della ragione” fondato su precise responsabilità sociali, determinate da un contesto italiano in rapido mutamento (e disfacimento) morale. Una lunga ombra di cinismo e disperazione che uno dopo l’altro investe tutti i personaggi, anche i più puri e insospettabili, travolti da un’ampia degenerazione dei comportamenti. A rendere più rarefatto e pregnante il consueto impianto accusatorio zampiano concorre un raffinato lavoro di sceneggiatura, attento sia alla credibilità di un intreccio complesso e stratificato, sia soprattutto al ritratto dei personaggi, alcuni di splendida scrittura (pensiamo in particolare alle figure di Luigi e Carla Bonelli, padre e figlia legati da un sincero affetto destinato a infrangersi contro il marcitoio della società borghese, alta media o piccola che sia).

Nella ben nota galleria zampiana di individui schiacciati (o in lotta) con la società, stavolta trova posto il meschino impiegato Luigi Bonelli, capofamiglia frustrato dalle scarse entrate e dai tanti debiti, da sempre preoccupato di dare un’esistenza dignitosa ai suoi cari. Benché sollecitato da una moglie avida e senza scrupoli, Luigi si dichiara candidamente inadatto alle battaglie quotidiane per affermarsi nel mondo, rifiutando modelli di comportamento fondati sulla concorrenza e il “self-made man” di retaggio occidentale. Lui è nato per fare l’impiegato, senza responsabilità personali e senza particolari ambizioni. La sua aspirazione al basso profilo dovrà tuttavia scontrarsi con la corruzione e con le ingerenze di una società che tutto travolge, a partire dall’innocenza di sua figlia Carla, diciassettenne determinata a restare fedele a se stessa.
Narratore della vicenda, che avrà un esito tragico, è l’avvenente magistrato Andrea Morandi, pensionante in casa Bonelli colto da profonda crisi professionale e sul punto di dimettersi a seguito della triste parabola della sua famiglia ospitante. A sua volta il magistrato sta seguendo un caso di aggressione al porto (la città è Genova, benché non venga mai menzionata) in cui l’effettivo colpevole è soltanto l’esecutore di un crimine provocato da una catena di concause socio-culturali di cui il povero reo è in sostanza la prima vittima.

Tema ricorrente nel cinema di Luigi Zampa, anche ne Il magistrato il racconto si adopera alla radiografia di una spersonalizzazione dell’individuo al centro di un reticolo di ingerenze che si allargano a macchia d’olio a ricomprendere in chiare responsabilità un intero contesto sociale (tra i tanti esempi, Zampa darà a questo una lettura di commedia in Una questione d’onore, 1965, riguardo ai codici morali di una Sardegna da western). Sia Luigi Bonelli sia l’operaio Orlando commettono crimini spinti dalla disperazione e dal rifiuto di una società irrimediabilmente compromessa con le pratiche della corruzione. Corruzione prima morale che materiale, dal momento che come un ineluttabile veleno il denaro e il benessere spingono tutti i personaggi, uno dopo l’altro, a compiere scelte contro la propria natura.
Dopo aver perso il lavoro, Luigi accetterà di collaborare con un assicuratore disonesto, mentre la giovane Carla sarà l’ultima a cedere, dopo una strenua resistenza esistenziale, finendo tra le braccia dello stesso assicuratore corrotto, ben più anziano di lei. E pure Orlando, l’operaio accusato dell’aggressione, deciderà di piegarsi ai meccanismi del caporalato per poter lavorare, dopo esservisi opposto con veemenza.

Benché centrato su un’impietosa analisi della debolezza della nascente borghesia italiana, Il magistrato assume in realtà i tratti di un inconsueto dramma borghese-proletario. Le due vicende parallele sembrano voler estendere a tutte le latitudini sociali una tragedia nazionale che si radica innanzitutto in una spietata disamina della nuova Italia repubblicana. Le magnifiche sorti e progressive della ricostruzione postbellica svelano il proprio lato oscuro. Il Paese è di nuovo smagliante e sorridente, proteso a un futuro di successi determinati da modelli comportamentali non (del tutto) autoctoni. Il Paese si veste a festa per Capodanno, e l’accesso a tali nuovi paesaggi sociali pare garantito a tutti, pure a una grigia e piccola borghesia impiegatizia che magari s’indebita per comprare l’abito più bello alla figlia. Ma è un benessere non solo apparente; è un benessere traditore, che batte cassa, che chiede in cambio degenerazione morale e furto di dignità. Il nucleo più puramente tragico de Il magistrato sta proprio nell’aspirazione sempre più disperata a vivere con dignità, senza vergognarsi di se stessi. Non ce la fa Luigi Bonelli, la cui figura è sapientemente sfumata tra patetica empatia e colpevole debolezza; non ce la fa Carla, in ultimo arresa a un destino deciso dalla famiglia per lei. Non ce la fa forse neanche il magistrato Andrea Morandi, dubbioso sull’utilità e giustezza del suo ruolo professionale.

A fronte di un grande e ammirevole lavoro di sceneggiatura, Il magistrato assembla un cast d’attori internazionali per consuete ragioni di coproduzione (pare che addirittura per gli stessi motivi una parte degli esterni, che dovevano evocare Genova, siano stati girati a Barcellona). In linea di massima però il comparto attoriale appare omogeneo e funzionale, con la sola eccezione del protagonista, lo spagnolo José Suarez chiamato a incarnare un fascinoso e fonatissimo magistrato affidandosi a una diffusa monoespressività. Ma François Perier e Jacqueline Sassard conferiscono begli accenti a due figure splendidamente intagliate, mentre ai proletari Maurizio Arena e Claudia Cardinale spetta il dramma portuale. Il volto della corruzione è affidato alla melliflua eleganza di Massimo Serato, perfettamente a suo agio nei panni del laido elegante, da sempre presenza fissa degli italici salotti “bene”. Funzionale ed endemico a tutto un sistema sociale, la classe dominante se ne serve come strumento delle loro corruzioni, mentre lui si lascia sfruttare per il proprio interesse: il servo che sta assiepato sotto al tavolo dei ricchi e raccatta le briciole. Ma che briciole.

Costantemente interessato ai rapporti tra individuo e Potere, sotto le sue svariate (e anche deviate) manifestazioni, Luigi Zampa sferra di film in film attacchi alla burocrazia, al trasformismo, alle speculazioni edilizie, all’avidità dei poteri forti, al clientelismo, alle baronie professionali. L’approccio è spesso diretto, robusto e popolare, il linguaggio magari non sempre finissimo. Il magistrato dispone però di una più sottile capacità analitica, che va a scandagliare negli spietati ingranaggi di un ineludibile determinismo sociale. E ha il coraggio della vera tragedia, sintetizzata in prefinale in un mirabile piano-sequenza che racchiude in una manciata di secondi il senso di un intero fallimento esistenziale. Probabilmente nazionale. Perché, parola di Carla Bonelli, siamo tutti in fila, e se qualcuno spinge, il primo della fila cade.

Extra
“L’insostenibile inettitudine della borghesia”, introduzione al film di Gianni Canova (10’09”).
Info
La scheda di Il magistrato sul sito di CG Entertainment.
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