Piangerò domani

Piangerò domani

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Alcolismo, società dello spettacolo e lo straordinario talento per il dramma di Susan Hayward. Piangerò domani di Daniel Mann sconfessa la propria struttura edificante rivelandosi un incubo a occhi aperti dalla progressione quasi horror. In dvd per Sinister e CG.

Cantante e attrice dalla carriera brillante e promettente, Lillian Roth cede a poco a poco alla dipendenza dall’alcool a seguito dell’incontro con mariti sbagliati dopo aver perso prematuramente l’amore della sua vita. Ma la vera influenza nefasta è quella della madre Katie, che fin da quando Lillian è ancora bambina la spinge ossessivamente verso la carriera nello spettacolo tenendo tutta la sua vita sotto stretto controllo e accrescendo in lei un’insopprimibile senso d’insicurezza. Ispirato all’autobiografia di Lillian Roth, attrice e performer musicale che ebbe un buon successo popolare fino agli anni Trenta… [sinossi]

Al cinema è sempre piaciuto scostare le tendine dei camerini di se stesso o di altre forme d’arte e intrattenimento. Parlare di sé, dei propri divi, e soprattutto della loro doppia vita: un volto pubblico smagliante e sorridente, e una sfera privata spesso tormentata, attraversata da disagi comportamentali e vite ben poco felici. Cantante e attrice in fiorente attività dagli anni Dieci ai Trenta, Lillian Roth è oggi del tutto dimenticata, ma nel 1954 diede alle stampe “I’ll Cry Tomorrow”, un’autobiografia scritta con la collaborazione di Gerold Frank e Mike Connolly che si rivelò un enorme successo editoriale, tradotto in ben venti lingue. Nel libro Lillian Roth raccontava con accenti franchi e crudeli della sua rapida parabola discendente dovuta alla dipendenza dall’alcool, e la vicenda umana trovò un suo definitivo suggello nel 1953 con la partecipazione dell’attrice a una puntata di “This Is Your Life”, profetico programma che preconizzava le attuali derive televisive verso la messinscena del privato. Proprio dalle finalità edificanti di quel programma televisivo, che puntava alla narrazione di un dramma a lieto fine per incoraggiare altri alcolisti a incamminarsi sulla via della redenzione come Lillian, sembra prendere le mosse anche la trasposizione dell’autobiografia in forma cinematografica, il Piangerò domani (1955) di Daniel Mann costruito ad arte sullo splendido talento drammatico di Susan Hayward. Primattrice particolarmente affezionata al melodramma, la Hayward aveva già interpretato i tormenti di una donna alcolizzata in Una donna distrusse (1947) di Stuart Heisler, raccogliendo in entrambi i casi la nomination all’Oscar. Ma Piangerò domani le fece portare a casa del tutto meritatamente il premio per la migliore attrice al Festival di Cannes.

Il film di Daniel Mann conserva quindi la struttura del calvario esistenziale con finale uscita verso la luce, secondo un progetto di cinema educativo che doveva parlare alle masse per sensibilizzarle su un argomento di scottante attualità. In tal senso l’ultimo capitolo suona fastidioso e un po’ artefatto, sorretto da una rapida glorificazione degli Alcolisti Anonimi e dei suoi infallibili metodi. In qualche modo tale macrostruttura sembra voler obbedire alla celebrazione dello stesso sistema americano, capace di creare vite mostruose ma anche di comprendere in sé gli antidoti e le migliori soluzioni per salvarsi dall’incubo secondo un perfetto meccanismo di domanda e risposta. In tale direzione risulta funzionale nel film anche la finale riproposizione dell’invito di Lillian a “This Is Your Life”, scioglimento in gloria del racconto dove la tv del dolore privato non è ancora vista come una sentina mefitica bensì come un salvifico mezzo d’informazione, rassicurazione e incoraggiamento delle masse. Ma per giungere a quest’ultimo capitolo di forzoso ottimismo Daniel Mann attraversa invece con Piangerò domani un’abbondante ora e mezzo di lucidissimo incubo, tale da far passare del tutto in secondo piano le magnifiche sorti e progressive della conclusione, che finisce per assumere i tratti di un atto dovuto alle logiche dell’industria cinematografica. Fin dall’incipit seguiamo infatti Lillian Roth, ancora bambina, spinta a forza dalla madre Katie, ambiziosa e sottilmente dittatoriale, a presentarsi davanti alle commissioni dei provini. Sottratta precocemente all’infanzia, Lillian esordisce come “baby singer” per avviare poi una brillante carriera adulta di attrice e performer musicale. Si lascia convincere poi da David, suo amore d’infanzia, ad abbandonare tutto per sposarsi, ma l’uomo muore prima del matrimonio sprofondando Lillian nella disperazione. Per cui la migliore amica diventa la bottiglia, mentre la carriera va a picco e le finanze della donna sono a poco a poco prosciugate da un duo di mariti sfruttatori, nonché da sua madre. Poi Lillian ha il coraggio di bussare alla porta degli Alcolisti Anonimi, trovandovi comprensione, salvezza e pure finalmente il vero amore. Ma nel frattempo il ritratto americano che si è visto passare è di sconcertante crudeltà, l’esatto rovescio del Sogno.

Sotto molti aspetti Piangerò domani non disdegna il dramma immediato e pure sensazionalistico, affidato per lo più a una narrazione tutta esplicita ed esteriore, in cui gli eventi sull’arco di un probabile trentennio si snodano con ellittica sintesi in una sorta di strano “eterno presente” e si susseguono svelti senza evitare qualche superficialità: i due squallidi mariti si alternano uno dopo l’altro senza che nessuno si curi mai di chiedere il divorzio, e soprattutto i loro personaggi sono congedati e abbandonati per strada senza ulteriore menzione. Ma d’altro canto il film trova il suo senso ultimo in quel rapporto splendidamente narrato tra madre e figlia che a sua volta si tramuta in occasione di due abbaglianti prove attoriali. Susan Hayward e Jo Van Fleet si portano quasi l’intero film sulle spalle, affiancate da partner maschili scialbi o sottoutilizzati. Non parliamo di un’opera interamente funzionale alle prove di due attrici superbe, bensì dell’esatto opposto: due attrici superbe che tramite i loro personaggi restituiscono l’intero senso di un’opera. La sostanza narrativa di tale rapporto madre-figlia non è diversa dall’ampio repertorio di luoghi comuni che innervano la generale autonarrazione dello spettacolo americano: da un lato la madre frustrata che sogna un futuro radioso per la figlia talentuosa fino a farne un’ossessione, dall’altro la conseguente schiavitù psicologica della figlia che non riesce a rafforzare la propria autostima nemmeno tramite il grande successo di pubblico. A dominare ogni rapporto umano, sia con la madre sia con gli uomini, resta soltanto il denaro, che scorre ovunque inesorabile, implicito ed esplicito e che deforma lo spettro degli affetti.

Daniel Mann è spesso ricordato come un onesto autore al servizio dell’industria, sorretto dalla retorica americana della “regia trasparente”: in Piangerò domani ciò risulta in parte vero, soprattutto nell’evidente ricorrenza di inquadrature frontali in piano americano funzionali a frequenti dialoghi a due. Ma Mann infonde al racconto anche una sapiente impalcatura di incubo progressivo, ben evidenziato dall’incarognirsi di dialoghi e figure umane. Partito come un “para-musical” costellato da esibizioni di danza e canto, Piangerò domani sembra rovesciare crudelmente il suo incipit sfigurando proprio quella sorridente patina hollywoodiana e consegnandoci una seconda parte ai limiti dell’horror. Man mano che Susan Hayward deforma il suo volto nella bestialità dell’alcool, i suoi tratti somatici si fanno sempre più mostruosi e digrignati dalle scosse inconsulte dell’astinenza. Ben vestite, truccate e pettinate finché la carriera di Lillian va a gonfie vele, madre e figlia si ritrovano poi rinchiuse in una squallida cucina a sbranarsi a vicenda, una schiava dell’altra, imbruttite e invecchiate. Come si suol dire, è la scena che vale l’intero film: montato quasi come un unico piano-sequenza (giusto un paio di brevissimi tagli), il confronto decisivo tra le due è un saggio di regia, sceneggiatura e recitazione. Basti pensare all’uso intelligente della prossemica, che vede le due donne muoversi in uno spazio angusto imbastendo non soltanto relazioni tra le loro figure, ma anche tra i confini dell’inquadratura. La porta, la macchina da presa: quando la madre Katie, nel climax della presa di coscienza, si avvicina verso l’obbiettivo piegando la testa davanti a esso, lo sguardo del cinema la rende una volta di più prigioniera. Un teatro della crudeltà al femminile che anche nell’uso deformante del trucco sembra anticipare il grand guignol di Che fine ha fatto Baby Jane? (1962) di Robert Aldrich, a ben vedere altra opera fondata sulla psicosi di un’ex baby-star. E pure quando la vicenda di Lillian va incontro al suo raggio di speranza con l’approdo agli Alcolisti Anonimi, Daniel Mann non si risparmia in ulteriori eccessi stavolta naturalistici, seguendo con sguardo spietato le contorsioni e i deliri di Susan Hayward sul letto in preda a crisi d’astinenza.

C’è insomma ben poco della trionfale retorica hollywoodiana in un film che, pur profilandosi come un tradizionale racconto edificante di caduta e redenzione, trova nella cupezza psichica la propria ragion d’essere. In tale direzione la costruzione del personaggio di Lillian è semplicemente esemplare: ossessionata da un rapporto ambivalente con la madre, Lillian appare la vittima predestinata di una società votata al successo e al profitto, la perfetta incarnazione di un sogno tramutato in incubo, che già negli anni Cinquanta trovava sue forme di narrazione pregne di dubbio e spavento. Non a caso si tratta anche del decennio in cui il cinema americano scopre con terrore il mondo delle dipendenze, protagoniste di altre splendide opere come L’uomo dal braccio d’oro (1955) di Otto Preminger e Dietro lo specchio (1956) di Nicholas Ray. Più in generale assistiamo a una complessiva emersione del rimosso che deborda a chiare lettere nel cinema americano di quel decennio (un esempio fra tanti, i molti film tratti dalle opere di Tennessee Williams) dando piena evidenza a mostri e fantasmi psichici, e restituendoci un cinema brutale e disperato come pochi altri. Il tempo delle certezze è finito, se mai c’è stato.

Info
Extra: trailer cinematografico, galleria fotografica.
Il trailer di Piangerò domani su YouTube.
La scheda del film sul sito di CG Entertainment.
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