Collateral Beauty

Collateral Beauty

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Il nuovo film di David Frankel con protagonista Will Smith, Collateral Beauty, è un dramma hollywoodiano insulso e ricattatorio, che inanella insensatezze e sprezzo del pudore con rara inconsapevolezza dei propri limiti e di una giusta, doverosa misura.

Let’s Hurt Tonight

Dopo aver subito una grave perdita, un manager della pubblicità di New York perde ogni interesse per la vita che conduceva. Mentre i suoi amici preoccupati tentano disperatamente di ristabilire un contatto, lui cerca risposte nell’universo scrivendo lettere all’Amore, al Tempo e all Morte. Ma quando le sue annotazioni ricevono risposte inaspettate e personali, inizia a comprendere come queste costanti siano legate ad una vita vissuta appieno, e di come anche la perdita più triste possa rivelare momenti significativi di bellezza… [sinossi]

Sono davvero pochi i film che si fanno beffe del buon gusto e del buon senso con la stessa, insana assenza di censure con cui lo fa Collateral Beauty, nuovo film del regista di Io & Marley e Il diavolo veste Prada David Frankel, in arrivo nelle nostre sale dopo aver collezionato una notevole dose di stroncature e aver deluso al botteghino in America. Un dramma strappalacrime che fa propri i triti stereotipi del sentimentalismo hollywoodiano e li restituisce nella versione più hardcore che si possa immaginare, tra pornografia del dolore a tutto spiano e blandi ricorsi al registro del fantastico, tra recitazione fuori controllo (quella del protagonista Will Smith, in primis) e passaggi di scrittura raffazzonati e mal dosati a più non posso.
Il personaggio di Smith, importante manager della pubblicità di New York colpito profondamente dalla perdita della figlioletta di sei anni, ci viene presentato nelle prime sequenze come un imbonitore ammiccante e sicuro di sé, capace di toccare nel profondo quanti lo ascoltano, rapiti dalla sua retorica solare e da una fisicità energica e trascinante. Howard Inlet, questo il suo nome, appare integro e indistruttibile, ma immediatamente dopo la sceneggiatura di Allan Loeb provvede a mostrarci lo stato di abbandono psicologico e di prostrazione morale nel quale l’uomo è sprofondato a seguito del suo lacerante dramma familiare: una giustapposizione talmente repentina e strumentale che, oltre a presentare i tre amici di Howard e il loro tentativo di riportarlo alla vita (a interpretarli Kate Winslet, Edward Norton e Michael Peña), concorre in maniera lampante e subitanea a far naufragare il film nella melassa più indigeribile e untuosa.

Nello script di Loeb, infatti, decisamente al di là del bene e del male nonostante l’impegno profuso in termini di tempo alla stesura del copione, qualsivoglia causa è azzerata in nome di una dittatura, fastidiosa e aberrante, dell’effetto, della sottolineatura didascalica, della spettacolarizzazione bieca tanto della sofferenza quanto di una presunta profondità. Un’intimità che guarda caso lavora solo su astrazioni risibili e posticce: tutti i discorsi di Howard sono incentrati, al colmo della banalità, sulle tre unità di misura minime dell’esistenza umana, Tempo, Amore e Morte. Tre entità che in Collateral Beauty vengono addirittura personificate e affidate a tre differenti interpreti, che provvederanno a pungolare Howard per fargli riacquisire la forza di vivere. Una trovata, va da sé, da antologia dello scult istantaneo, che sia nei risultati che nelle premesse dà l’idea di un romanzo di Fabio Volo rivisitato in chiave approssimativamente New Age, con presenze angeliche sconcertanti ed emorragie narrative che nessuno sembra essersi preso la briga di tamponare.

In Collateral Beauty, titolo pretenziosissimo e fasullo, di collaterale non c’è di fatto alcunché: tutto è urlato molte ottave sopra il dovuto, amplificato oltre il livello di guardia, evidenziato fino a bucare il foglio. Il kitsch dilaga incontrastato e la fa da padrone assoluto, per non parlare delle scene improntate a metafore talmente pedestri e letterali (Howard che va contromano in bici per strada) da far dubitare perfino della buona fede degli autori. Will Smith, dal canto suo, non è mai stato più lontano dall’immagine di Re Mida di Hollywood che un tempo gli era cucita meritoriamente addosso: il suo Howard pare la versione deformata del protagonista di Sette anime di Gabriele Muccino, forse perfino la sua parodia involontaria. I toni e i rischi della prova d’attore di Smith sono in questo caso ancora più accentuati che in quel caso, tant’è che la caduta appare ancor più fragorosa e rovinosa.

Se il parterre di star hollywoodiane è ai minimi storici come non capita certo tutti i giorni (dalla Winslet a Norton passando per Naomie Harris non si salva davvero nessuno), ancor più allarmanti sono i momenti all’insegna della pura drammaticità: la musica in levare e l’overacting di Smith sono un tandem a dir poco mortifero, per non parlare delle malattie che vengono esplicitate per intero, secondo esatta dicitura medica, per tentare di esasperare a dismisura l’immedesimazione dello spettatore e di giustificare, parallelamente, i convulsi piagnistei degli interpreti. A completare il desolante quadretto e il pasticcio senza appello (Pete Travers su Rolling Stone l’ha bollato come “turd”, che sta per sterco allo stato puro) contribuiscono i rimandi random e totalmente fuori tono a mostri sacri del teatro (Jerzy Grotowski, Stella Adler), le ragazzine che citano Anna Wintour e gli spacciatori che regalano, giusto per gradire, Il mondo nuovo di Aldous Huxley. Tant’è che quando sui titoli di coda, finalmente, arrivano gli One Republic con Let’s Hurt Tonight, il titolo della loro ultima hit pare un paradossale invito messo lì ad infierire sul masochismo degli incauti spettatori.

Info
Il trailer di Collateral Beauty su Youtube.
La pagina Facebook di Collateral Beauty.
La scheda di Collateral Beauty sul sito della Warner Bros.
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