Magic Island

Magic Island

di

Da New York alla Sicilia: Marco Amenta in Magic Island segue il percorso del figlio dell’attore italo-americano Vincent Schiavelli, mettendo così in scena il racconto dell’impossibile recupero delle radici.

Tornare è un po’ ri-morire

Il viaggio di Andrea, figlio dell’attore italo-americano Vincent Schiavelli. Uno tra i più celebri caratteristi del cinema americano, di origini siciliane che ha recitato in oltre 150 film. [sinossi]

Autore negli anni di Diario di una siciliana ribelle (1997), di La siciliana ribelle (suo primo lungometraggio di finzione, del 2009) e di Il fantasma di Corleone (2005), Marco Amenta prosegue il suo discorso sulla Sicilia con Magic Island, dove però mafia e denuncia civile passano in secondo piano per un racconto più intimista e familiare.
In Magic Island infatti Amenta si muove tra New York e Polizzi Generosa (in provincia di Palermo) per seguire il suo protagonista, Andrea Schiavelli, giovane musicista figlio dell’attore italo-americano Vincent Schiavelli, il quale – stante una carriera prolifica come caratterista nell’industria hollywoodiana (a partire da Qualcuno volò sul nido del cuculo) – passò l’ultima fase della sua vita nel paesino d’origine (Polizzi, per l’appunto) con l’obiettivo di riscoprire le sue origini, sia biografiche che recitative (dedicandosi in particolare al teatro).
A dieci anni di distanza dalla morte di Vincent, scomparso nel 2005, suo figlio Andrea replica lo stesso percorso – dall’America all’Italia – spinto da motivazioni logistiche (una piccola eredità lasciatagli dal padre), ma soprattutto mosso dal desiderio di fare i conti con il proprio passato. Un passato che gli ritorna continuamente come senso di colpa: quello di non essere andato a trovare il genitore quando questi si ammalò e di essersi perso anche il suo funerale, che si tenne anch’esso in Sicilia.

Una volta arrivato a Polizzi, Andrea ritrova vecchi amici paterni, tra cui il regista Salvo Cuccia, e nello stesso tempo cerca di recuperare l’uso della lingua italiana, come pure di riflettere su quel che è perduto, per sempre. La riscoperta delle radici, se evidentemente per suo padre è andata a buon fine, non può riuscire allo stesso modo per Andrea: la perdita è totale, restano immagini sbiadite di Vincent, un appartamento in cui un tempo si passavano le vacanze, un luogo – la Sicilia – che si palesa ripetutamente nella sua estraneità rispetto al mondo del protagonista (che, al contrario, nel suo personale tragitto biografico, vorrebbe tornare ad abitare nel quartiere di New York in cui è cresciuto). E così pare sostanzialmente azzeccata la scelta di Amenta di lasciare – e, anzi, di enfatizzare – tutte le incomprensioni linguistiche, come quelle tra Andrea e l’esecutore testamentario, ma come anche quelle tra Andrea e un’amica del padre. Sono, questi, i momenti più vivi e più vividi di Magic Island, che altrimenti rischia di apparire quasi freddo, sempre vagamente impostato.
L’impressione infatti è che Amenta, invece di seguire fino in fondo i codici del documentario, abbia privilegiato l’uso del reenactment, rimettendo in scena incontri e situazioni e perdendo dunque in freschezza. D’altronde degli indizi che vanno in questa direzione paiono provenire sia dall’attenzione per l’inquadratura curata, come pure dalla disposizione ordinata dei personaggi in scena (ad esempio nella sequenza a tavola insieme alla madre e al compagno di lei).

Sembra perciò esserci in Magic Island un irrisolto nodo di vicinanza/distanza tra il regista e il suo protagonista, o a tratti un’assenza di partecipazione, o in altri momenti una com-passione eccessiva: si veda la scena del cimitero quale elemento rilevatore di una misura – la cosiddetta ‘giusta distanza’ godardiana – che non sempre ci pare calibrata alla perfezione. Lì, tra le lapidi di Polizzi, Andrea ritrova la tomba paterna e Amenta, a nostro avviso, sbaglia a non restare un passo indietro, avvicinandosi troppo al volto disperato del protagonista, quando forse sarebbe bastato restare dietro l’angolo – perdendo dunque di vista Andrea – per trasmettere un maggiore senso di evocazione del dolore.
Ciò detto, Magic Island ha comunque il pregio di riflettere su un tema, quello delle radici, che è attualissimo in un mondo globalizzato e dis-identitario – in cui, ad esempio, un artista deve ritrovare sempre la sua tradizione -, sviscerandone con cura il senso, come anche – se vogliamo – il suo non-senso. O, per meglio dire, la sua impossibilità.

Info
La pagina Facebook di Magic Island.
  • magic-island-2016-marco-amenta-001.jpg
  • magic-island-2016-marco-amenta-002.jpg
  • magic-island-2016-marco-amenta-003.jpg
  • magic-island-2016-marco-amenta-004.jpg

COMMENTI FACEBOOK

Commenti

Lascia un commento