Roads Ending

Roads Ending

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È in giro da più di un anno Roads Ending, affascinante viaggio verso l’ignoto di Daniele Pezzi, eppure il suo percorso continua a essere oscuro, dimenticato anche da chi dovrebbe farsi megafono di esperienze visive come questa. La speranza è che il 2017 doni visibilità alla filmografia, scarna ma ammaliante, del regista ravennate.

Viaggio senza fine

Roads Ending è un film girato interamente in Canada. Tre personaggi/attori seguono individualmente una traiettoria che da Sud (La parte più antropizzata del Canada) si muove verso Nord, dove le strade finiscono e inizia il paesaggio selvaggio. Ogni personaggio è l’incarnazione delle diverse personalità e comportamenti che insorgono in una persona a causa di fattori esteriori. L’archetipo del viaggiatore è esploso in piccole particelle, caratterizzate da approcci opposti alla vita e al rischio. Il film si muove continuamente tra queste identità: dalla fragilità alla dolcezza, dalla femminilità alla mascolinità, dalla paura al coraggio. Quello che appare come un azione collettiva è ,in realtà, un unico tentativo individuale di adattamento a un ambiente che si trasforma in continuazione. [sinossi]

Roads Ending sottopone agli spettatori un buon numero di misteri, probabilmente come ogni road movie degno di questo nome. Ma al di là del fascino che attira su di sé il viaggio tripartito di protagonisti, e lo scenario canadese, il primo è più stringente quesito al quale è necessario trovare una risposta riguarda i motivi per i quali il primo lungometraggio diretto da Daniele Pezzi ha faticato così tanto a trovare una pur minima visibilità. Roads Ending verrà proiettato a partire dal 13 gennaio a Cervignano del Friuli, in provincia di Udine, all’interno della rassegna d’arte contemporanea SOYCD (acronimo che sta per il pinkfloydiano Shine on You Crazy Diamond), organizzata da Orietta Masin. Una notizia che con ogni probabilità passerà nel silenzio più totale, lo stesso che sta accompagnando da oltre un anno il percorso del film di Pezzi. Se ci si preoccupa con fin troppa enfasi di quei film “da festival” (categoria che si basa essenzialmente sul nulla, e che è utilizzata spesso in senso spregiativo) che avrebbero difficoltà ad affrontare un pubblico “da sala” (altra categoria di difficile comprensione), sarebbe il caso di iniziare ad aprire gli occhi su un’altra realtà, quella dei film meno facili, che potrebbero essere definiti sperimentali, che neanche i festival sembrano intenzionati a prendere in considerazione.
Nel corso del 2016, passando da un festival all’altro, è stato possibile imbattersi in molte creature dell’immaginario che parlano la stessa lingua di Pezzi; perché allora a Roads Ending non è stato concesso finora di confrontarsi non solo con il pubblico, ma anche solo con gli addetti ai lavori? Nell’anno in cui Yuri Ancarani trova forse la sua definitiva consacrazione, con l’applaudita partecipazione a Locarno di The Challenge, interamente girato in Qatar, un altro ravennate trova di fronte a sé soprattutto porte sbarrate, e occhi disattenti.

Roads Ending inizia con una dichiarazione di intenti: un uomo, nel buio della notte illuminato solo da un falò, parla alla camera affermando che “tutto questo sarà meraviglioso”, e bisogna solo saper aspettare. Quel “tutto questo” è ovviamente il viaggio, ed è in questa dimensione che si muove Pezzi; senza uno script di partenza dal quale partire, il regista ha utilizzato come unico schema narrativo il percorso in quanto tale. Un percorso attraverso il Canada, dalle zone più antropizzate a quelle più impervie, dove le strade non sono mai state asfaltate e persino le comunità native non si avventurano. Lo schema del road-movie, tra i generi più identitari del cinema statunitense e (per logica espansione) nordamericano, viene così ridotto a un effetto puramente basico: riprendere il viaggio. Da Montreal all’ultimo avamposto Natashquan, da Toronto al Lago Superiore, il primo per superficie tra quelli d’acqua dolce – il primato altrimenti spetterebbe al Mar Caspio –, e infine nel quebecchese lago Manicouagan con la grande isola René-Levasseur al centro, Roads Ending mette in scena il viaggio come unico reale momento di conoscenza di sé per l’uomo, e lo fa viziando una natura fortemente documentaria nello sguardo (la fotografia, curata dallo stesso Pezzi come anche il montaggio, sfida il monumentalismo naturale con occhio mai prono, e interessato alla ricerca di continui contrasti, traumi dai quali ricomporre una narrazione) con tracce di insubordinazione, di ricreazione della realtà.

Per quanto solo uno dei tre personaggi in scena sia incarnato da un attore professionista (Clayton Gray II), tutte e tre le figure disperse nel Canada ricoprono un ruolo anche e forse soprattutto metaforico: il percorso di crescita e di conoscenza di sé è anche il percorso di maturazione dello sguardo del regista e, in ultima istanza, indica anche la strada per ricomporre una disgregazione sociale che attanaglia l’occidente, e ne ha cristallizzato un’evoluzione oramai solo apparente.
Non si tratta solo di un ideale ritorno alla natura, vagheggiamento hippie che non trova reale stratificazione nel film di Pezzi, ma piuttosto di un ripensamento dell’umano, del suo ruolo primario, delle sue certezze – anche di gender, oltre che collettive. Per ottenere questo Roads Ending sceglie una via misterica e materica a un tempo: misterica nella sua dispersione, in quell’errare che riporta alla mente le parole di Henry David Thoreau in Walden ovvero Vita nei boschi («Solo quando ci siamo perduti, in altre parole, solo quando abbiamo perduto il mondo, cominciamo a trovare noi stessi, e a capire dove siamo, e l’infinita ampiezza delle nostre relazioni»), ma materica in quel tentativo a volte goffo per lo più straziante di ritrovare un contatto con il resto da sé. I protagonisti abbracciano i tronchi, rimuovono con le mani il fondo dei laghi, sfiorano, toccano, rompono, annusano il mondo in cui si trovano. Lo vivono o, meglio, lo ri-vivono. Bildungsroman anti-narrativo ma mai dimentico della necessità di raccontare l’uomo, e il suo esistere di fronte alla macchina dell’immaginario, Roads Ending è un film da discutere, analizzare, problematizzare. Ma, prima di tutto, è un film che sarebbe giusto poter vedere.

Info
Roads Ending, il trailer.
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