I diabolici

I diabolici

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Lo sguardo e la messinscena. Il cinema e l’inganno del vedere. A più di sessant’anni dalla sua realizzazione I diabolici di Henri-Georges Clouzot si riconferma un’opera di straordinaria modernità. In programma al Palazzo delle Esposizioni di Roma per l’omaggio dedicato al cineasta francese, che ci dà l’occasione per ripercorrere tutta la sua filmografia.

Cadaveri a spasso

In una scuola privata alla periferia di Parigi domina incontrastato l’arrogante Michel, direttore e marito della proprietaria Christina, donna fragile e malata di cuore. Una delle insegnanti è la bella Nicole, che senza troppi misteri ha una relazione con Michel. Le due donne non sopportano più la crudeltà di Michel e si alleano per ucciderlo cercando di pianificare un delitto perfetto. Tuttavia il cadavere di Michel, gettato nella piscina della scuola, sparisce e inizia a lasciare in giro tracce di sé… [sinossi]
Une peinture est assez morale
quand elle est tragique et qu’elle donne
l’horreur des choses qu’elle retrace.
(Barbey d’Aurevilly, cartello iniziale)
Ne soyez pas diaboliques! Ne détruisez pas l’interêt
que pourraient prendre vos amis à ce film.
Ne leur racontez pas ce que vous avez vu. Merci pour eux.
(cartello finale)

Parlare de I diabolici (1955) di Henri-Georges Clouzot senza cadere in enormi e fatali spoiler è pressoché un’impresa disperata. Interviene lo stesso Clouzot in prima persona tramite il cartello finale a implorare il pubblico di non rivelare troppo del film agli amici per non sottrarre loro il piacere di vederlo (ed evidentemente anche per non sottrarre pubblico tout court al film). In qualche modo quel cartello sembra pure un avvertimento per la critica. Non siate diabolici, parlate del film ma rispettatelo. Così dedicare qualche riga a I diabolici diventa uno slalom quasi impossibile. Perché se è vero che un film che non regge alla prova degli spoiler non è un buon film, è altrettanto vero che su un piano puramente fruitivo un film come I diabolici identifica ampie porzioni del suo fascino sul denso mistero che aleggia nella sua seconda parte. Quindi a chi indirizzare un pezzo su uno dei più noti film di Clouzot? A un pubblico specializzato che se l’è visto e rivisto, o a un lettore implicito che vuol trarre spunto da queste righe per prossime visioni? O che magari vuol leggersi qualcosa dopo aver visto il film per la prima volta? Lo slalom impossibile: lo tentiamo noi, e implicitamente facciamo il miglior servizio possibile anche al film, rispettando la sua impalcatura narrativa e adottandone i suoi stessi strumenti. Anche I diabolici fa slalom, depista, inganna. L’inganno. Soprattutto l’inganno del vedere.

I diabolici appartiene ampiamente al periodo della riabilitazione di Clouzot dopo le controversie sul suo bellissimo Il corvo (1943), opera realizzata nella Francia occupata dai tedeschi per la quale l’autore subì una netta condanna per presunto collaborazionismo e una conseguente spietata epurazione dall’industria del cinema francese di nuovo liberato. Tramite un’ampia alzata di scudi di intellettuali Clouzot si vide poi riabilitato e poté tornare a fare cinema, e I diabolici si profilò come uno dei suoi più grandi successi di pubblico.
Tratto con ampie libertà dal romanzo “Celle qui n’était plus” di Boileau e Narcejac, che ispireranno poi altrettante vaghe reminiscenze di un’altra loro opera in La donna che visse due volte (1958) di Alfred Hitchcock, I diabolici si presenta innanzitutto come “giallo al contrario”: moglie e amante del crudele direttore di una scuola privata si alleano per uccidere l’uomo, e dopo una laboriosa esecuzione da delitto perfetto nascondono il cadavere nella piscina della scuola. Salvo poi scoprire che il cadavere è scomparso, che si sposta da un luogo all’altro e che continua a lasciare in giro tracce di sé. L’uomo dunque non è davvero morto? È il suo fantasma che non trova pace? In tal senso il film sposa la struttura del giallo ribaltandola nelle sue componenti più classiche: scopo dello spettatore non è scoprire chi ha commesso un crimine, bensì accertarsi se il cadavere è realmente tale o se le due donne si sono ingannate sul loro atto criminoso.

I diabolici si configura innanzitutto come un perfetto marchingegno della suspense e dell’intrattenimento. Dopo una prima parte di rigorosa messa a punto ed esecuzione del delitto, il film sembra riavvolgersi su se stesso e mettere in dubbio ciò che si è creduto di vedere fino a quel momento. Di più: con l’entrata in scena del commissario Fichet, interpretato da Charles Vanel, si apre una terza strada narrativa a sua volta speculare e paradossale, in cui l’uomo di legge aiuta le donne protagoniste a scoprire una verità che esse già conoscono (o credono di conoscere).
Il racconto rilancia quindi per fasi successive la credibilità di ciò che si è visto, mettendo in scacco il ruolo dello spettatore e sfidando apertamente i tradizionali ruoli assertivi e fruitivi. Superficialmente I diabolici veste di “realismo sociale” una vicenda delittuosa che vuole anche raccontare lo squallore morale e la crudeltà della provincia francese (tema squisitamente clouzotiano che troverà non a caso una propria congenialità con Claude Chabrol, chiamato nel 1994 a dirigere un antico progetto incompiuto di Clouzot, L’inferno). In tale direzione concorrono l’ambientazione, lo squallore brutale dei rapporti umani, l’avidità paradossale del direttore Michel (dà ai ragazzi pesce avariato da mangiare), le relazioni ipocrite di vicinato nella parentesi delittuosa ambientata a Niort, il continuo ritorno dell’interesse intorno al denaro, tanto che sapidamente Nicole pretende da un benzinaio che scoli la pompa fino all’ultima goccia, notazione en passant di enorme intelligenza. Concorre anche quell’apertura conclamata, quasi una dichiarazione d’intenti, affidata a una prima inquadratura sui titoli di testa che raffigura la superficie acquitrinosa della piscina, una superficie sporca per un contenuto ancor più lurido. Ipocrisia fuori, crudeltà dentro. Alcuni profili umani si allineano a loro volta a tale geografia morale: l’inasprita e disillusa Nicole (una splendida Simone Signoret) e Michel, ma anche alcuni personaggi di contorno che fungono da coro greco pettegolo e provinciale (il sapido duo d’insegnanti, incarnati da Pierre Larquey e da un giovane Michel Serrault).

A fronte di tale superficie narrativa I diabolici si mostra come opera estremamente moderna nella continua messa in scacco delle certezze fruitive e soprattutto nell’incessante ripresentarsi di riflessioni metalinguistiche. Nel film risultano infatti protagonisti indiscussi il vedere e la messinscena. I dubbi più problematici sulla resurrezione del cadavere provengono tutti da una frattura nella fiducia (positivistica?) riposta nello sguardo. Il bambino Moinet insiste a dire di aver visto in giro il direttore e di essere stato da lui punito; con affondo ancor più significativo, sarà una fotografia di gruppo a svelare l’ombra del direttore dietro a una finestra. E la fotografia è antenata del cinema, cosicché entrambi finiscono per condividere uno scacco. Entrambe macchine nate per catturare la realtà, fissarla e renderla oggetto; entrambe al contrario generatrici di lacerante ambiguità.
Ancora: come un piano criminoso, così anche il cinema è il frutto di una sfida lanciata al Caso. Arte in costante e quotidiano conflitto con la realtà per la sua realizzazione (almeno fino all’avvento del digitale), il cinema si propone come un tentativo di dare forma all’informe tramite una preliminare e laboriosa preparazione. Lo stesso possiamo dire di un piano criminoso, specie se si mira al delitto perfetto, attuato tramite un preciso copione e strutturato in modo da contrastare quanto più possibile la realtà che indomabile si manifesta sotto forma di imprevisti.
In tutta la prima parte il racconto de I diabolici non fa altro che duplicare una messinscena, mostrando personaggi che recitano “due volte”, soprattutto nella lunga e avvincente parentesi a Niort. E senza rivelare troppo del finale, basti sapere che lo scioglimento spalanca un terzo livello di messinscena che getta un’ombra di rilettura su tutto ciò che si è visto, costringendo a reinterpretare ogni singolo brano come puro inganno. Estremamente funzionale risulta la splendida sequenza in prefinale in cui Clouzot sembra riflettere consapevolmente sulla messinscena dello spavento, utilizzata nel piano delittuoso con finalità fatali (di cinema, evidentemente, si può anche morire). A irrobustire tale discorso interviene nel finale anche una sostanziale differenza tra versione originale e doppiaggio italiano: nella traduzione si è preferito ammorbidire il finale e il professor Drain dichiara che Christina sta male ma è sopravvissuta, mentre nell’originale Christina è dichiarata morta e l’alunno Moinet insiste ancora di averla vista viva e vegeta.

In tal modo Clouzot non chiude soltanto su una definitiva nota d’ambiguità, ma allude addirittura a un ulteriore livello di messinscena in un infinito gioco di scatole cinesi pressoché esponenziale. Dal canto suo, il Caso è però una presenza costante nello svolgimento dell’intero piano criminoso. I vicini danno una mano a trasportare la cesta col cadavere, e soprattutto un pallone, inconsapevole complice, finisce in piscina. Per cui I diabolici dà forza all’idea di scommessa insita nell’atto stesso di filmare. Anche sul set più blindato e preordinato la realtà scalpita, gli imprevisti smarginano. E l’occhio è deforme, camuffato grazie a un trucco di scena.
Dunque gli spoiler? Qualcuno c’è, nessuno sostanziale. Forse si vedono, o forse ci/vi stiamo (stanno) ingannando.

Info
Il programma dedicato a Clouzot sul sito del Palazzo delle Esposizioni.
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