Il mondo magico

Il mondo magico

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Non privo di fascino nei temi, ma gravato da una scrittura deficitaria e da fallimentari scelte di casting, Il mondo magico non riesce ad integrare al meglio la dolorosa vicenda del protagonista con l’insolito contesto in cui questa è calata.

Antropologia sfocata

Durante la Seconda Guerra Mondiale, il giovane militare Gianni, reclutato per la campagna di Russia, decide di disertare, trovando rifugio presso una famiglia di Piadena. Qui, il giovane conosce e si innamora di Teresa, promettendole di sposarla quando la guerra sarà finita. Dopo la fine del conflitto, tornato presso la sua casa natale in Irpinia, Gianni disattende però la promessa fatta a Teresa, finendo per sposare il suo primo amore, Tina. Scoperto il “tradimento” di Gianni, Teresa, carica di rabbia, decide di mandare contro di lui un’ancestrale maledizione… [sinossi]

Artista poliedrico (è musicista, attore, autore e regista teatrale), il romano Raffaele Schettino si cimenta per la prima volta, con Il mondo magico, nella regia di un lungometraggio, andando a narrare una vicenda dal taglio piuttosto insolito per il cinema indipendente italiano. È senz’altro suggestiva, la scelta tematica operata dal regista romano, in favore di un doppio (melo)dramma a sfondo bellico, calato direttamente nella realtà contadina (e nei suoi ancestrali riti) dell’Italia degli anni ‘40. Una scelta che mescola le tradizioni e le leggende del nord con quelle del sud, la figura della “masca” piemontese con la “mammasanta”, i canti contadini della Lombardia e quelli della Campania; in favore di una trasversalità di sguardo che, nel film, è diretta conseguenza di un ricercato (e nelle intenzioni apprezzabile) approccio antropologico al soggetto.
Soggetto che (ispirato alla vera storia del militare Giacomo Ciampi, sopravvissuto alla campagna di Russia, in seguito disertore), segue una altrettanto interessante struttura non lineare, con un montaggio che ricostruisce una dolorosa, doppia vicenda affettiva e familiare; inframezzandone le immagini a quelle di repertorio fornite dall’Archivio audiovisivo del movimento operaio e democratico, a evidenziare alcuni degli eventi storici che segnano la vicenda del protagonista.

La riuscita del film di Schettino, dobbiamo però evidenziarlo, si ferma alle buone intenzioni messe in campo dal regista (qui anche produttore, sceneggiatore, montatore e attore protagonista), infrangendosi sui macroscopici limiti, estetici e narrativi, denunciati dal prodotto finale. Fin dai primi minuti del film, che vedono le immagini di repertorio della campagna di Russia lasciare il passo alla frazione di fiction ambientata nel 1953 in Valnerina, si avverte in modo palese lo stacco tra due tronconi che non troveranno mai, nell’opera, un’adeguata composizione. La resa della realtà contadina dell’Italia postbellica, costantemente contrappuntata (in modo non sempre narrativamente funzionale) dai canti che accompagnano il lavoro nei campi, è inficiata da una fotografia piatta e monocorde (i tre direttori della fotografia che si alternano, nelle tre diverse location, non riescono parimenti a dare spessore e profondità alle immagini); mentre il livello generalmente basso della recitazione non aiuta da par suo a rendere credibile il mondo che il regista vuole ricostruire. Proprio riguardo alla recitazione, frutto di un casting che vede (con l’esclusione dello stesso Schettino e di Mara Calcagni) la presenza esclusiva di attori non protagonisti, va evidenziata l’inadeguatezza nel ruolo principale dello stesso regista, ma anche la deficitaria resa della sua (seconda) controparte femminile, l’esordiente Alessandra Tavarone.

La voluta frammentarietà del racconto non riesce a rendere il senso di malia e spaesamento fisico e temporale ricercati dal regista, complice una componente di ricerca antropologica poco (e mal) integrata nella storyline principale del film. La leggenda della “masca” (la strega del folklore piemontese, su cui si fonda un importante passaggio narrativo della storia) viene introdotta nei minuti iniziali per essere riesumata soltanto nella frazione conclusiva, trasmettendo l’impressione di un corpo estraneo alla vicenda, su questa innestato in modo posticcio e pretestuoso.
Ma è l’intera sceneggiatura, invero, a gettare alle ortiche gran parte del suo potenziale, sciupando le migliori suggestioni dell’ambientazione in un andamento da soap totalmente privo di tensione, contrassegnato da dialoghi (spesso) ai limiti del risibile. Resta al livello di mero cenno il contrasto, nella frazione di sceneggiatura ambientata negli anni ‘50, tra un mondo contadino ormai sradicato e un’industrializzazione incapace di garantire occupazione e benessere; così come resta superficiale ed epidermica la crisi di coscienza del protagonista, costretto nel suo nuovo ruolo di tutore della legge a reprimere le proteste di piazza dei suoi stessi compaesani. Proprio in riferimento a quest’ultima componente, il film mostra nell’ultima parte una delle sue poche buone intuizioni, nella scelta di utilizzare un (drammatico) filmato di repertorio in luogo della ricostruzione filmata del corteo, in quello che resta forse l’unico esempio di utilizzo narrativamente efficace del detto materiale di repertorio.

Contrassegnato da un contrasto, raramente così evidente, tra intenzione e conseguimenti, tra l’atmosfera e il mood ricercati e l’effettiva, modesta resa estetica del risultato finale, Il mondo magico è in parte penalizzato dalla palese carenza di mezzi che lo contraddistingue; ma anche da ambizioni probabilmente troppo elevate per un lavoro gestito, e portato avanti, in gran parte da una singola persona. Una differente scelta di casting, e una scrittura più attenta, capace davvero di integrare la vicenda narrata nel contesto (non privo di fascino) in cui questa è calata, avrebbero certo giovato al risultato finale.

Info
Il trailer di Il mondo magico su Youtube.
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  • il-mondo-magico-2016-raffaele-schettino-002-1.jpg

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