Beyond Boundaries

Beyond Boundaries

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Presentato al 28mo Trieste Film Festival, Beyond Boundaries è un lungo viaggio sui confini della Slovenia che si interroga sul concetto stesso di confine, sul senso di appartenenza e sulla Storia di un Paese passato in pochi anni, via Tito, dall’Impero a Schengen. Interessante il lavoro su luoghi e persone, decisamente meno riuscita la cornice poetica e filosofica.

Greetings from the border

Un roadmovie che viaggia sui confini e sugli abitanti dell’Europa Centrale. Aleš Šteger, noto poeta sloveno, ha scritto un testo lirico per accompagnare il film. È una meditazione filosofica su qualcosa che potremmo perdere: l’Europa… [sinossi]

La Storia della Slovenia è molto più della Storia di un piccolo Paese di appena due milioni di abitanti. La Storia della Slovenia, quantomeno quella recente, ribaltata dopo sei secoli di dominio asburgico dalla caduta dell’Impero Austro-Ungarico al termine della Prima Guerra Mondiale, è un perfetto paradigma, è un esempio concreto e drammatico di come a volte la Storia possa essere una serie di pagine bianche, di come l’Europa possa essere instabile e di come gli stessi confini nazionali siano privi di senso: sono una semplice linea di demarcazione politica, una linea fragile, costantemente passibile dei cambi degli scacchieri internazionali e che, annunciata da una sbarra con guardie armate o da una semplice pietra miliare, può fermare ma non può elidere la continuità fra un luogo e l’altro, fra territori che procedono simili e persone che entrano in contatto influenzandosi a vicenda.
Dal 1918, fine del conflitto e dell’Impero, la Slovenia è stata parte del Regno di Jugoslavia, per poi con la sua dissoluzione vedere i propri territori spartiti fra Italia, Germania e Ungheria. Successivamente, con la fine della Seconda Guerra Mondiale, si arrivò alla Jugoslavia socialista di Tito, alla quale nel ’54 con l’abolizione dello Stato libero di Trieste vennero annessi altri territori un tempo italiani. Poi, nel ’91, lo Stato scelse l’indipendenza dalla Jugoslavia e la chiusura del confine con l’attuale Croazia, riuscendo così a rimanere fuori dalla guerra civile. Oggi la Slovenia, fra minoranze etnico-linguistiche, orgoglio e rimpianti, è un Paese dell’Unione Europea che confina con le “unite” Italia, Austria e Ungheria, e dal momento della firma sul trattato di Schengen l’unica dogana rimasta è proprio quella con la Croazia, la più paradossale, fra due Paesi che sono stati per molti anni parte dello stesso Paese. Le zone di confine sono zone di bilinguismo e di doppia appartenenza, zone di meticciamento e di continuo scambio culturale, e che si tratti di un categorico stop o di una mano tesa per circolare liberamente e lavorare insieme – prima con la Jugoslavia, ora con l’Europa – lo decidono freddi trattati internazionali e non certo le persone direttamente coinvolte.

Quella della Slovenia è una Storia esemplificativa, viva, a volte urticante nelle sue ciniche tortuosità, ed è una Storia inevitabilmente legata a doppio filo con quella di Trieste, un tempo città-dogana e ora semplicemente città di confine. Una città ufficialmente bilingua, una città che ha visto più volte il confine sloveno fare avanti e indietro sui propri territori, e ora la città che con il suo Trieste Film Festival, annuale sguardo sul cinema dell’Europa Centro-Orientale, fa proprio dello scambio culturale con i Paesi oltre confine il suo fulcro e il suo obiettivo primario. Non è certo casuale in questo senso la scelta di un film come Beyond Boundaries, nuovo lavoro del documentarista Peter Zach, come preapertura dell’edizione 2017: nei confini sloveni c’è tanta Storia d’Europa, c’è quell’ibrido culturale fra i popoli latini, germanici e slavi su cui il Festival si fonda, c’è quella voglia di ragionare su se stessi, sull’Europa (dis)unita, sulla fragilità delle certezze in un periodo storico così ambiguo.

Beyond Boundaries si presenta come una raccolta di cartoline, un viaggio circolare lungo i confini sloveni alla ricerca di persone, luoghi, oggetti, microstorie, testimonianze. C’è chi guarda le vecchie foto di famiglia immortalate in negativo sulle lastre, c’è chi non sa (più) di quale nazionalità considerarsi, ci sono i nostalgici di Tito e della Jugoslavia unita sotto le bandiere rosse, ci sono i doganieri al lavoro nel loro quotidiano non-luogo sul ciglio della Croazia, c’è chi supera ogni giorno il confine conducendo il treno, c’è chi costruiva sentieri nel bosco per favorire la fuga di clandestini e chi invece lo disboscava per impedire il passaggio segreto, c’è chi ha passato due anni in carcere senza colpe per il solo sospetto di aver aiutato qualcuno a sconfinare, c’è chi riflette sulle proprie radici istriane non sapendo se definirsi italiano, sloveno o jugoslavo. C’è chi gestisce un bar che ha cambiato Stato, c’è chi si è trovato con la famiglia divisa fra Gorizia e Nova Gorica e doveva fingere di pettinarsi per poter dissimulare un segno di saluto per i figli dall’altra parte, c’è chi fa notare che la parte di confine con la Croazia sul fiume Kupa, per la stessa natura di un fiume che ingrossa e cala nella portata delle acque, è un confine che si modifica costantemente, incerto e in continuo divenire.

Peter Zach viaggia in senso orario, dall’Istria alle Alpi Giulie, dal versante austriaco a quello magiaro, dai controlli di polizia per andare e tornare dalla Croazia al ritorno al punto di partenza, cinque anni dopo e con in mezzo l’abolizione delle frontiere europee, dove la coppia di innamorati è diventata una coppia di genitori e gli scambi con l’Italia sono diventati più semplici, ma gli anni della gioventù sono ormai passati. Il film passa per Trieste e per le sue storiche fermate del tram, per le casette di Gorizia che diventano grattacieli a Nova Gorica, per le Alpi in Austria solcate quotidianamente da un’energica autista d’autobus, per i racconti dei soprusi subiti nel corso degli anni a causa della propria doppia appartenenza culturale, per il sospetto con cui si veniva guardati a seconda della lingua parlata, per le imbarcazioni sul fiume fra uno Stato e l’altro, per il porto di Capodistria da sempre sbocco sul mare “in affitto” per i Paesi confinanti, per i sentieri di montagna e nei boschi.

Peter Zach viaggia e trova persone, le incontra, le lascia parlare e aprire, le fa raccontare per cercare di capire la Jugoslavia di ieri e l’Europa di oggi. Però, ed è qui che scivola, non si accontenta di una forma classica, decidendo di incorniciare luoghi e testimonianze in un contesto poetico-filosofico che si rivela non sempre efficace. Affidandosi alla penna del poeta Aleš Šteger, Beyond Boundaries vuole declinare le proprie riflessioni in forme liriche, ma finisce per sfilacciarsi proprio nella sua ricerca ossessiva di una poetica non irresistibile dove le immagini e le testimonianze sarebbero state pienamente sufficienti per affrontare il discorso. Quello che sarebbe stato un interessante reportage, attento alla Storia, alle storie e agli uomini nel mettere al centro e ridiscutere il concetto stesso di confine e cosa un confine possa essere, finisce così per essere quasi fagocitato dalla sua stessa pretenziosità: proprio per la sua volontà di alzare l’asticella, il film ristagna in lunghi momenti di sterilità, nei quali l’intreccio di voci fuori campo ripete in sostanza in una forma stilisticamente migliore ciò che si era già ampiamente evinto durante le interviste.

Beyond Boundaries corre lungo i confini, mostra le nebbie, mostra le strade, mostra le pietre miliari che annunciano l’ingresso in Italia o in Austria, cerca e trova uomini e donne che hanno vissuto e vivono sul confine e “del” confine. C’è chi ha la madre triestina e il padre sloveno, c’è chi ha sempre parlato in casa sia in sloveno sia in tedesco in modo che i figli imparassero le due lingue, c’è chi ancora oggi lavora sui confini, “veri” o “finti” che siano, e quotidianamente se ne nutre.
Tutti con il proprio spirito d’appartenenza, tutti con il proprio orgoglio, tutti con la propria casa. Perché, quale che sia la bandiera di riferimento, tutti gli uomini sono profondamente legati alla propria terra, al proprio luogo di nascita, forse ancora di più quando si tratta di un luogo di confine, un luogo in cui sono presenti e radicate più culture, un luogo dove la cooperazione internazionale e l’uguaglianza sono (o almeno dovrebbero essere) ancora più forti che da altre parti.

Chiude con l’Unione Europea, Beyond Boundaries, chiude con una speranza di stabilità, ma anche con quel sentimento di incertezza che non può che fare parte della vita di chi è sempre stato a metà fra due realtà. Mentre scorrono i titoli di coda del film, infatti, non si può che pensare a un possibile ulteriore capitolo di quest’album di istantanee sull’Europa, magari spostato di poche centinaia di chilometri. Non si può che pensare agli scricchiolii della Comunità Europea di questo periodo, fra le difficoltà economiche e lo spauracchio del terrorismo, non si può che pensare ai controlli nuovamente istituiti poco dopo Ventimiglia per appurare il colore della pelle di chi occupa il mezzo di trasporto che sta entrando in Francia, non si può che pensare alle grida deliranti di chi da più parti urla a gran voce di chiudere le frontiere in Italia. E la Storia della Slovenia torna a essere un paradigma di ogni frontiera, di ogni Stato, di questa Europa così faticosamente creata nel corso di lunghi anni, eppure sempre così instabile. Come un confine stabilito da lontano, guardando una mappa e pasticciandola con una penna senza in realtà avere idea di quale luogo si stia spostando, né tanto meno di quanti e quali uomini quotidianamente lo vivano.

Info
La scheda di Beyond Boundaries sul sito del Trieste Film Festival.
Il trailer di Beyond Boundaries su Youtube.
La pagina Facebook di Beyond Boundaries.
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