Trieste, Yugoslavia

Trieste, Yugoslavia

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Presentato al Trieste Film Festival, in una sala gremitissima dal pubblico locale, Trieste, Yugoslavia è il documentario di Alessio Bozzer sul glorioso passato commerciale della città, quando era meta di pellegrinaggio di massa dalla Yugoslavia, di gente in cerca di blue jeans e caffè, attirata dal miraggio del capitalismo. Una riflessione su una città di confine, tra due stati e tra due sistemi politici.

Jeans dagli occhi rossi

Dalla metà degli anni ’50 piazza Ponterosso, nel centro di Trieste, diventa per tutti gli abitanti dell’allora Yugoslavia un mito, la meta prediletta per lo shopping. Durante gli anni ’70 e ’80 l’oggetto che simboleggia questo mito erano i “cowboika”, i blue jeans. [sinossi]

“(…) come Pinocchio non crederai ai tuoi occhi / quando vedrai il paese dei balocchi / West Berlino splendente ti apparirà” cantava Edoardo Bennato. Il miraggio del paese dei balocchi, il sogno luccicante del capitalismo, delle vetrine dei negozi. Che aleggiava nei paesi dell’Est, nei sistemi socialisti soprattutto a ridosso dei confini con il mondo occidentale. È quello che racconta Alessio Bozzer nel documentario Trieste, Yugoslavia, presentato con grande successo al Trieste Film Festival che si svolge proprio a due passi dalla piazza Ponterosso, punto di interesse del film. La piazza adiacente al Canal Grande e al Ponte Rosso in cui passeggia per l’eternità James Joyce, immortalato in una statua. Quella piazza, con le sue bancarelle, è stata meta di un pellegrinaggio di massa, dall’ex-Yugoslavia, con la gente che arrivava a frotte, in torpedone, attirata dal miraggio dei beni di consumo e di moda, soprattutto i blue jeans ma non solo, dall’acquisto di merci negate nella sobria esistenza di un paese socialista.

Le file interminabili di pullman parcheggiati sul lungomare, i cambio valuta clandestini, i commercianti che arrivavano in banca con le borse della spesa stracolme di banconote, i grandi magazzini a più piani fioriti con quel commercio. Il regista ci racconta tutto ciò con un tradizionale e onesto documentario, un po’ ridondante a dire il vero, costruito su rari filmati d’epoca e su interviste a chi ricorda quel fenomeno, in entrambi i casi tanto dalla città quanto dall’ex-Yugoslavia. Flussi commerciali e di capitale transfrontalieri, da parte dei residenti lungo il confine attirati da qualcosa che solo l’altro paese può offrire, sono e sono sempre stati una cosa normale, basta pensare alla benzina in Svizzera. Ma con Trieste, Yugoslavia le riflessioni da fare sono tante. Si parla di una città di frontiera tra due paesi ma anche tra due sistemi economici, tra capitalismo e socialismo, con tutte le contraddizioni di questo incontro/scontro. Da un lato il primo rappresenta un miraggio, per chi vive in un regime austero, di benessere, opulenza e bella vita, di poter soddifare a quelle necessità indotte con i meccanismi pubblicitari, dalla moda, per beni superflui. “Dell’Italia conoscevamo solo Trieste e San Remo” racconta qualche anziano personaggio intervistato, della ex-Yugoslavia. Ma dall’altro lato il commercio di quest’epoca d’oro triestina ha vissuto ed è proliferato a dismisura proprio con i denari di un paese socialista. Il capitalismo è stato quindi alimentato dal suo opposto.

E poi ci sono i blue jeans, prodotto simbolo di quel miraggio. “Ci volete proibire / volete punirci / perche portiamo i jeans / senza mai considerar / questa nostra età” cantava Adriano Celentano – molto popolare anche nella ex-Yugoslavia come sappiamo dal film Ti ricordi di Dolly Bell? –, in un testo di Lucio Fulci. Regista che ancora con il molleggiato ha diretto Urlatori alla sbarra, con la scena dentro la fabbrica di blue jeans. Un capo d’abbigliamento simbolo americano per eccellenza, vero, ma delle istanze trasgressive che arrivavano dagli States, la ribellione, l’anticonformismo, la cultura giovanile, i movimenti hippie, in un filo conduttore che passa da Marlon Brando e James Dean fino alla copertina del disco Born in the U.S.A. di Bruce Springsteen. Ma forse non era questo aspetto che attirava i compratori yugoslavi, un simbolo di libertà anche nei confronti del loro sistema, quanto al contrario il semplice status symbol occidentale, deprivato da meccanismi commerciali e di moda di quella sua valenza originale.
Tutto in ogni caso è ormai finito, quei grandi magazzini, quelle bigiotterie su quattro piani, sono ormai falliti e chiusi da tempo. Un ricordo come le bancarelle di piazza Ponterosso ridotte ora a un risicato mercatino ortofrutticolo. Il bengodi è terminato proprio con la disgregazione e la dissoluzione del paese socialista al di là del confine.

Info
Il trailer di Trieste, Yugoslavia.
La scheda di Trieste, Yugoslavia sul sito del Trieste Film Festival.

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