Close Relations

Close Relations

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Mentre nel 2014-2015 la Crimea passava alla Russia e in Donbass si cominciava a sparare, Vitalij Manskij continuava a viaggiare da una parte all’altra dell’Ucraina cercando invano di tenere unita la propria famiglia. Close Relations, il suo nuovo lavoro presentato in anteprima italiana al Trieste Film Festival, è l’incomunicabilità di un Paese in guerra che si sta sgretolando, fra la propaganda televisiva, l’esercito contro i dissidenti, gli ultranazionalismi e la mancanza di una verità univoca.

Secessioni di famiglia

Il nuovo lavoro di Manskij è la ricerca della sua famiglia e della diaspora per tutta l’Ucraina. Un film sull’identità, i nazionalismi, le ragioni di una guerra. [sinossi]

Ogni famiglia, specialmente quando allargata, ha le proprie divergenze, i propri risentimenti, le proprie incomunicabilità, i propri piccoli e grandi conflitti interni fatti di silenzi, di sguardi, di grugniti, di litigi e di allusioni. E poi ci sono i tempi che nessuno vorrebbe vivere, i momenti storici in cui questi conflitti diventano voragini politiche e affettive, distanze incolmabili, vere e proprie guerre intestine plasmate sulla guerra civile che si sta combattendo poco fuori dalle finestre e nel salotto di ogni casa, imbonita e condizionata via etere dalle diverse e martellanti propagande televisive.
Fra le primavere del 2014 e del 2015, mentre la penisola di Crimea si staccava dall’Ucraina per andare verso la Russia di Putin e nella Regione del Donbass l’esercito iniziava a essere mosso contro i movimenti separatisti come apice degli ultranazionalismi più deviati e patologici, Vitalij Manskij ha visto la propria famiglia scricchiolare, sgretolarsi, perdersi forse per sempre. L’unica cosa rimasta da fare era prendere la videocamera e andarla a trovare in tutti i suoi rami, dalla madre alle zie, fino ai cugini della moglie: essere presente, vicino, bruciante d’umanità e di puro dolore di fronte alla tragedia.

Close relations si snoda fra i nostalgici dell’URSS e chi ancora nutre simpatie più o meno velate per Bandera (1), fra i filoucraini e i filorussi, fra chi vive a Leopoli e chi a Odessa, fra chi vive a Sebastopoli, chi a Kiev e chi a Donetsk, fra chi nutre simpatie per Putin e chi lo considera un colonizzatore, fra chi le ha per l’Euromaidan e chi inorridisce di fronte a un movimento in sostanza neonazista, fra chi si professa filoeuropeista e chi ricorda che la generazione vissuta ai tempi sovietici ha sempre parlato russo e si è sempre ritenuta russa, fra chi si limita a fare sue le parole imboccate dalla televisione e chi da sempre vorrebbe, come Vitalij Manskij che su questo ha basato buona parte della sua filmografia, quella reale democrazia libera che la Storia recente ha sempre negato al Paese. Che poi, qual è il Paese? Qual è la nazionalità di chi è nato in URSS e ha visto la propria città diventare Ucraina mentre si trovava a Mosca, diventando in sostanza straniero in madre patria? Qual è la nazionalità di chi ha nel sangue quasi ogni gruppo etnico dell’Europa Centrale, fiero delle proprie origini lituane, polacche, bosniache? Qual è la nazionalità di chi, dopo l’occupazione/plebiscito/annessione della Crimea con le truppe russe inviate con voto unanime del Parlamento verso un Paese confinante, non ce l’ha più fatta a stare nella Russia di Putin ed è andato a vivere a Riga?

Il concetto di patria è sempre stato fra i principali punti focali del cinema di Manskij: una patria nebulosa, ambigua, falcidiata dalle dittature – dichiarate o di fatto –, da un passato di continue conquiste e da un presente di troppi morti e di svolte verso la destra più radicale, di neoimperialismi e di drammatici ultranazionalismi. La sola città di Leopoli, nell’ultimo secolo, è passata dagli austroungarici alla Polonia, poi alla Germania, poi a Stalin, poi a Khrushchev, poi è diventata Ucraina, e nessuno può sapere che cosa le riserverà il futuro. Manskij viaggia per una terra complessa, mostrandone senza intervenire o quasi, lasciando che siano i suoi parenti a esprimere liberamente di fronte alla macchina da presa le proprie differenti (e spesso confuse e contraddittorie) idee, la sua realtà prismatica, controversa, devastante a prescindere da come andrà a finire.

Close relations, presentato in prima italiana al Trieste Film Festival nell’ambito dell’omaggio tributato al cineasta dopo essere stato definito “evento cinematografico dell’anno” nell’unica proiezione pubblica russa – una proiezione possibile solo, una volta revocata l’autorizzazione statale, all’ArtDokFest di Mosca, da Manskij fondato e diretto –, è un film che si nutre inevitabilmente di politica e degli eventi che hanno funestato l’Ucraina nell’anno più difficile della sua Storia, è un film profondamente legato alla guerra civile e all’incertezza di un Paese dalle troppe anime e privo di certezze, è il lavoro più urgente, personale e controverso dell’intera filmografia di un documentarista da sempre politicamente schierato. È un film politicamente complesso nei suoi diversi livelli di lettura, mai didascalico o cronachistico, con gli eventi che vengono lasciati quasi di sfondo per fare spazio piuttosto alle emozioni straziate di impotenza che questi eventi scatenano; è un film intelligente nel rimanere equilibrato e nel mostrare le sfaccettature della realtà senza voler elargire torti o ragioni, ma lasciando parlare ognuno secondo coscienza e facendo in modo che siano le stesse contraddizioni nei discorsi a scatenare le riflessioni dello spettatore sul senso di patria e di famiglia, sulla cecità dei regimi, sulla (pessima) qualità di un’informazione spesso manipolata e sui danni incalcolabili dei nazionalismi, quale che sia la loro bandiera.

Eppure il suo vero punto, ciò che muove la manovella della macchina da presa ancor più degli avvenimenti (già) storici nei quali il film si snoda e per i quali si strugge, è semplicemente l’umanissima necessità di non vedere la propria grande e amata famiglia implodere. Ma anche, probabilmente, di non poter fare altro che prenderne atto. C’è un preciso istante in cui l’incomunicabilità deflagra nei suoi apici, il momento in cui un film documentario talmente sentito e urgente da far lasciare da parte a Manskij i suoi tipici ed emblematici elementi di finzione – rimandando in sostanza al montaggio il momento della ricerca di un linguaggio cinematografico pronto a palesarsi nei bordi stondati del mascherino che incornicia l’immagine in un’illusione di pellicola o nella lirica silenziosa dei volti dietro alle finestre mentre fuori cadono i fiocchi di neve – raggiunge il punto zenitale del proprio intimo dolore. È una chiamata su Skype, è un momento di impasse, è l’impossibilità di parlarsi se non per monologhi straziati e reciproche incomprensioni. Ai due schermi si trovano due cugine, zie di Manskij, che per lunghi minuti non riescono a fare altro che accusarsi di non rispondere mai e di non volere un confronto. Ma poi, come dice una all’altra, non è di posizioni politiche che si vorrebbe parlare: quello che conta è come stanno le persone, gli affetti, i pezzi di cuore sparsi per un’Ucraina in fase di divisione, mentre la famiglia si divide insieme al Paese in schieramenti e fazioni. Sembra che il cuore abbia finalmente fatto capolino dalle scorze coriacee ormai sviluppate da troppi anni di propaganda, ma accanto alla cugina con cui la zia di Manskij ha parlato su Skype, dirà poi la voce fuori campo di un regista mai così amaro, era in quell’occasione presente anche la di lei sorella. Ma hanno preferito ignorarsi, farsi negare, fingere di non conoscersi per una divergenza politica quando avrebbero potuto semplicemente continuare ad amarsi, e quello sfogo nervoso e quasi lacrimato si rivela come la mera illusione di un’unità familiare ormai persa per sempre.

Close relations è un conflitto che diventa insanabile, è un continuo viaggio intrapreso seguendo il cuore ma andando a sbattere contro i muri di una fede politica che diventa cieca opposizione, guerra, sentimento avverso d’appartenenza, mentre qualche aereo “cade”, mentre continuano a giungere le notizie di morti e funerali in Donbass nonostante le continue televisioni cerchino di edulcorare la pillola, e mentre il rampollo di famiglia, una volta raggiunta l’età della leva militare, partirà come carne da macello senza che nessuno faccia nulla, nemmeno preoccuparsi per lui. Anzi, viene preso in giro, “Sarà un fallimento anche come soldato”, mentre ognuno rimane sempre più ancorato sulle proprie posizioni, cieco all’umanità, sordo ai confronti, fermo anche quando gli viene tesa una mano.
I parenti di Donetsk, nel frattempo autoproclamatasi provincia autonoma nel Donbass, nemmeno volevano che Vitalij Manskij li raggiungesse, ma lui è andato comunque: doveva vedere, parlare, cercare di capire una situazione e di riallacciare con un altro pezzo di famiglia. E mentre il Donbass secessionista che si professa antifascista e filosovietico rispolvera fra le falci e i martelli anche l’inaspettata effigie (per molti versi indifendibile) di Stalin in luogo di quella di Lenin, il sospetto che a rifornirli di viveri e armi siano i russi compresi i movimenti di estrema destra affiora come un’ulteriore sfaccettatura di una realtà che non ha una verità sola e univoca, e nella quale limitarsi a scegliere un colore o uno schieramento vuole dire non tenere conto di molti, troppi aspetti, vuole dire accettare la propaganda, vuole dire accettare di vivere in un Paese non libero.

Quello di Vitalij Manskij è sempre stato un cinema di volti, di situazioni e di condivisioni. Questa volta, i volti sono quelli dei suoi cari, di quella grande famiglia che rimane ormai unita solo nelle vecchie foto, e che nel presente si è inevitabilmente divisa come il Paese che la ospita e ora si guarda da lontano e con sospetto, inquietudine, incertezza. La stessa incertezza di un manipolo di squadre di calcio della Crimea ormai (già) estromesse dal campionato ucraino ma non (ancora) accolte in quello russo, nel dubbio amletico anche della UEFA fra “occupazione” e “annessione”; la stessa incertezza di un capodanno in cui non si sa se brindare sul fuso orario di Mosca, con i discorsi di Putin per “Riabbracciare i fratelli crimei”, o su quello ucraino, pronto a scattare un’ora dopo per tendere una mano all’Unione Europea. Sempre ammesso che in questo periodo brindare abbia ancora qualche senso.

Note
(1) Stepan Bandera (1909-1959), fondatore dell’Esercito Insurrezionale Ucraino, è a sua volta un esempio di come la situazione sia controversa. C’è chi lo considera un imprescindibile eroe nazionale e chi lo considera un criminale di guerra, collaborazionista dei nazisti e responsabile di genocidio nei confronti della minoranza polacca. In molte parti dell’Ucraina gli sono state dedicate vie, piazze e statue, nel 2010 gli è stata tributata una Stella d’Oro postuma come Eroe della Patria, ma altre fonti parlano di una figura storica per lo meno ambigua.
Info
La scheda di Close Relations sul sito del Trieste Film Festival.

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