Sette giorni

Sette giorni

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In competizione per il premio Corso Salani al Trieste Film Festival, Sette giorni è il nuovo film del regista svizzero Rolando Colla: un racconto sul sentimentalismo e sull’ipocrisia borghese, con qualche caduta di tono ma con un eccellente Bruno Todeschini.

Stranizza d’amuri

Ivan e Chiara si incontrano su un’isola siciliana alle prese con i preparativi del matrimonio del fratello di lui, Richard, con la migliore amica di lei, Francesca. Una forte attrazione travolge i due. [sinossi]

La riflessione sulla borghesia, sui suoi riti ipocriti e perbenisti, sulla sua fascinazione per quel che appartiene al popolo (con l’obiettivo di snaturarlo e ‘gentrificarlo’), è un qualcosa che è completamente sparito dal panorama del cinema italiano contemporaneo. Così come è sparita la volontà di abbandonarsi a un racconto spudoratamente sentimentale, e anche un po’ erotico. Questi elementi li ritroviamo in Sette giorni, nuovo lungometraggio dello svizzero Rolando Colla, in competizione per il premio Corso Salani alla 28esima edizione del Trieste Film Festival.
Già in Giochi d’estate, visto alla Mostra del Cinema di Venezia del 2011, Colla aveva mostrato quanto il suo cinema fosse radicato in un curioso – e non sempre riuscito – mélange tra certe atmosfere transalpine (volendo, anche alla Rohmer) e i toni e il basso profilo (anche registico) di tanto nostro cinema ‘privato’ degli anni Novanta (che viene, tra l’altro, omaggiato proprio in questi giorni alla Sala Trevi), laddove ‘privato’ andrebbe inteso come rifugio dal pubblico racconto della società, che comunque in qualche modo finiva per riverberare nelle proverbiali due camere e cucina.

Il film di Colla dunque appare consustanzialmente ambivalente: poco interessante per il mercato francese (dove film di questo genere se ne fanno a bizzeffe), prezioso per quello italiano (dove per l’appunto racconti siffatti sono stati rimossi). Prezioso, ma ignorato, visto che Sette giorni non ha ancora distribuzione e che proprio a tal fine partecipa al premio Corso Salani.
Riviene alla mente, in tal senso, Seconda primavera di Francesco Calogero, altro film poco visto e abbastanza sottovalutato, che in modo simile a Sette giorni mostrava di affondare le radici in una tradizione ormai divelta.
Infatti, quella di Ivan e di Chiara, che si conoscono e si innamorano in un’isoletta siciliana dove sono andati per organizzare il matrimonio del fratello di lui e della migliore amica di lei, è la classica ‘piccola’ storia di rifugio in un mondo altro, di fuga dalla realtà e dalla società, di parentesi felice, di astrazione dal presente. In attesa di ritornare alla normalità, i due si lanciano in una sorta di reviviscenza di amor fou, circondati da popolani acquiescenti e distanti, affettuosi e lenti (anche di comprendonio). Perciò, durante quei sette giorni che li separano dall’altrui appuntamento nuziale, in cui ritroveranno amici e parenti e a cui dovranno tenere nascosta questa relazione, Ivan e Chiara decidono di abbandonarsi al piacere (ma anche al dolore del ritrovamento del piacere).

Sette giorni si va ad articolare dunque come una storia sentimentale che si dimostra capace di rivelare le debolezze e le ipocrisie borghesi dei suoi protagonisti, in particolare quelle di Ivan – interpretato da uno straordinario Bruno Todeschini – il cui senso di disperazione – messo in contrapposizione con le basiche certezze della vita dei paesani -,  il cui infantilismo e terrore verso un ritorno alla ‘normalità’ finiscono per essere il centro nevralgico del film. D’altronde anche gli abitanti dell’isola sono destinati a sparire: i giovani crescono un po’ tardoni, mentre i vecchi pian piano stanno tutti morendo. Ecco che allora Sette giorni ci parla anche di una civiltà morente (persino il promesso sposo è forse malato), in cui non c’è (quasi) scampo: o si sceglie di restare fedeli a se stessi e alla propria terra (finendo per annullarsi in essa) o si sceglie di non mettere radici – e di rifiutare relazioni – finendo per trovarsi però al cospetto dell’insignificanza dell’esistenza. L’unica salvezza la si potrebbe allora trovare nell’accettare l’insignificanza decidendo di affrontarla e percorrerla insieme a qualcun’altro, che è quel che forse ha scoperto il fratello di Ivan.

Su tutto questo Rolando Colla ragiona in Sette giorni con una certa lucidità, perdendo però di tanto in tanto la forza del suo discorso teorico in qualche appannaggio stilistico e di scrittura. Non convince appieno ad esempio la “quadratura” del personaggio interpretato da Alessia Barela, sia per il suo doloroso passato (raccontato sbrigativamente e in modo poco credibile), sia per le relazioni che la tengono legata a un certo tipo di vita (nel marito, Gianfelice Imparato, si riconosce un carattere decisamente troppo schematico). D’altro canto, ci pare, che a tratti in Sette giorni ci sia qualche passaggio a vuoto recitativo (la prima scena al faro con l’isolano) e di regia. E allora sarebbe forse bastato, oltre a una maggiore solidità produttiva, che Rolando Colla avesse creduto un po’ di più in se stesso – non lasciandosi sfuggire, ad esempio, nessun dettaglio – e nell’anomalo tipo di cinema che propone per far fare davvero a questo suo film il salto di qualità.

Info
La scheda di Sette giorni sul sito del Trieste Film Festival.
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