Manuel de libération

Manuel de libération

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Nella lotta legale di due donne per riottenere la capacità giuridica, Manuel de libération innesta riflessioni sulla Russia odierna e sulla sua macchina statale ferruginosa, sull’autodeterminazione dell’individuo, sull’emarginazione e sui diritti civili. L’argomento è forte, ma sono troppi gli elementi di finzione a minarne la credibilità. In concorso documentari al Trieste Film Festival.

Educazione siberiana

In Siberia, Alexander Kusnetsov segue Julija e Katia, passate da un orfanotrofio a un istituto neuropsichiatrico. Senza libertà, né lavoro o famiglia. Non hanno mai avuto il diritto all’autodeterminazione. [sinossi]

Per chi affronta il lungo viaggio della Transiberiana, Tinskoi è una semplice stazione fra la Siberia Centrale e l’estremo oriente russo. Un luogo lontano, sperduto quasi nel nulla, freddo, chiuso, da sempre specializzato nella riparazione dei treni che affrontano avanti e indietro i 9289 chilometri della colossale linea ferroviaria che collega Mosca a Vladivostok. Ma Tinskoi non è solo questo. La città di Tinskoi ospita una delle principali e più isolate strutture psichiatriche della Russia, un luogo pericolosamente a cavallo fra il ricovero e la prigionia, un luogo nel quale i pazienti vengono privati della propria capacità giuridica e rinchiusi senza possibilità, a meno di istanze complicate e composte da diversi step alle quali comunque deve necessariamente seguire la benevolenza di un giudice disposto a prendersi la responsabilità, di poterla riottenere.
I pazienti senza capacità giuridica non sono ritenuti in grado di intendere e di volere, di rapportarsi, di comunicare, di vivere al di fuori del cancello della struttura, né tanto meno, ovviamente, di esprimere il proprio voto, di sposarsi, di avere un lavoro e una famiglia. Vengono considerati socialmente pericolosi, incapaci di autocontrollo e di rapportarsi con le altre persone, imprevedibili nelle reazioni e quindi ingestibili, e per questo vengono internati in una sorta di ergastolo di fatto, condannati non a morte, ma a una non-vita.

La capacità giuridica in Russia è una sorta di diritto al futuro, è una patente di normalità, è un sogno da raggiungere. Perché, al di là della gravità di togliere a chiunque i più basilari basilari diritti civili, anche a chi ha reali problemi socio-comportamentali o di apprendimento, nell’ospedale psichiatrico di Tinskoi non ci sono solo i “matti”, non ci sono solo persone affette da sindrome di Down, non ci sono solo pazienti sotto cure e psicofarmaci. Dentro le cancellate di Tinskoi c’è rinchiuso anche chi, come Katia, ha un ritardo mentale certificato da commissione medica ma talmente lieve da essere impercettibile, magari una semplice discalculia risolvibile, semplicemente, con una calcolatrice, e ha scelto spontaneamente Tinskoi per poter continuare gli studi che non le sarebbero stati possibili né in orfanotrofio, né nella struttura psichiatrica ancora peggiore in cui fu portata all’età di nove anni – quasi come nel finale di Mommy di Xavier Dolan, ma questa volta è vero – da una madre violenta e insensibile. Una madre della quale, da bambina, aveva semplicemente paura, e quindi scappava di casa come probabilmente qualsiasi bambina impaurita sarebbe scappata. E molto simile a Katia è Julija, compagna di non-cure perché non necessarie e di famiglie problematiche alle spalle. Sono due ragazze passate direttamente dall’abbandono e dall’orfanotrofio all’istituto neuropsichiatrico, sono due ragazze che non hanno in sostanza nulla da curare se non la propria autostima distrutta dalle decisioni dei tribunali, sono due ragazze che, come dice lo stesso direttore della struttura: “Se fossero cresciute in un ambiente familiare normale attualmente sarebbero a tutti gli effetti inserite nella comunità”.

In Manuel de libération, film di produzione e titolo francese presentato in concorso documentari al Trieste Film Festival 2017 dopo il Premio della Giuria allo scorso Visions du Réel di Nyon, il fotografo e regista Alexander Kusnetsov segue nel corso di quattro anni i processi e le tappe per il riottenimento della libertà delle due pazienti, costruendo un vero e proprio manuale dal quale si evince però come sia impossibile conoscere le regole del gioco, e come nelle nebbie della burocrazia non esistano certezze di alcun tipo, nemmeno la propria normalità.
Julija, al di là di una non particolare brillantezza frettolosamente classificata come ritardo mentale, è una persona normalissima, perfettamente in grado di relazionarsi con le altre persone, perfettamente in grado di comunicare, perfettamente in grado di leggere, scrivere, far di conto e amministrare le finanze. È stata condannata alla perdita della capacità giuridica e degli annessi diritti civili, sociali e politici quando ancora era minorenne e nemmeno poteva presentarsi in udienza, e ora che è cresciuta ascolta attonita la lunga e freddamente burocratica sentenza di rigetto della sua richiesta per il riottenimento della libertà.
Una sentenza emessa dal giudice rimanendo ancorata alle perizie psichiatriche del tempo del ricovero, incurante che a perorare la causa di Julija reputandola perfettamente in grado di uscire ci fosse lo stesso direttore della struttura, e che i risultati dei vari test psicoattitudinali le concedessero in sostanza il via libera. Più che un ricovero, la struttura diventa in questi casi una prigionia, un isolamento immotivato, una violazione legalissima, anzi statalizzata, dei più basilari diritti dell’uomo.
Anzi, durante la visione di Manuel de libération, appare fra le righe come il sistema dei manicomi in Russia e la possibile revoca della libertà per chi viene dichiarato “matto” possano essere un’arma ancora pericolosissima a disposizione del governo, nella sua possibilità di essere utilizzata come controllo delle persone, come un sistema di repressione, come un gioco di incastri teso all’umiliazione/alienazione sistematica dell’individuo non perfettamente allineato alle regole/imposizioni sociali. Il rigido governo russo, sembra quasi dire Kusnetsov, può ancora spedire i propri oppositori in Siberia.

Manuel de libération mostra la vita nella struttura, gli spettacoli teatrali, i pasti, il giardino, le sigarette incenerite nello spazio fra le due porte, le amicizie che nascono, la pazienza e la speranza, ultime a morire. Mostra i veri e propri processi a cui le due protagoniste si devono sottoporre nella speranza di riottenere ciò che dovrebbe essere semplicemente un diritto inalienabile di ogni individuo, mostra la freddezza della burocrazia nel limitarsi a registrare quanti e quali errori di calcolo le due facciano una volta messe sotto pressione, oppure quante siano le parole ricordate di un elenco orale.
Manuel de libération mostra il rigetto nel 2011 della richiesta di Julija, e quattro anni dopo i nuovi paralleli tentativi delle due giovani di ritornare alla vita. Julija, questa volta, riotterrà finalmente i propri diritti e la propria libertà, Katia vedrà invece la propria richiesta rifiutata senza una reale motivazione e dovrà continuare, per ora, a rimanere nell’istituto, dove si allena duramente, persa nella propria malinconia, per cercare di aggiungere alle proprie capacità l’esecuzione di “Per Elisa” al pianoforte. Quello che emerge è un mondo di violazioni, non tanto fisiche – le ragazze, all’interno della casa di cura, hanno tutto sommato alta considerazione e tutta l’indipendenza che un luogo chiuso può loro concedere, e di sicuro gli ampi spazi di un ospedale con giardino non sono paragonabili all’angustia della cella sovraffollata di un carcere – quanto mentali e umane, rinchiuse nella gabbia della loro “follia” anche se non c’è, isolate dal mondo e dalla società, sole mentre la macchina statale le considera cittadine di serie Z, che non hanno mai potuto esercitare il proprio sacrosanto diritto all’autodeterminazione individuale.

Il film di Kusnetsov si fa forte di un argomento duro, importante, interessante e stratificato. È un film basato su due persone schiacciate nel vivo dagli ingranaggi della macchina sociale russa, un film potenzialmente umano e straziante, un film potenzialmente lirico nella sua stessa capacità di osservare e di cogliere i giusti istanti. Eppure, a livello di etica del documentario, durante la visione di Manuel de libération qualcosa non torna. Il film risulta in sostanza freddo, troppo costruito, troppo rigoroso e scritto, tanto da far più volte dubitare della veridicità di quello a cui si sta assistendo.
Gli avvenimenti inquadrati sono sempre perfettamente a favore di camera senza che mai nessuno – ad esclusione di un paio di occhiate che sembrano a loro volta studiate – guardi mai nell’obiettivo, come se tutti i pazienti psichiatrici, a partire dalle due protagoniste, fossero attori consumati; alcuni dialoghi, a partire da una sorta di monologo di Katia dopo la lettura della sentenza di rigetto della richiesta, ma anche dalla pausa sigaretta usata non a caso come cappello introduttivo, sembrano quasi imboccati, funzionali, ben poco spontanei; e infine non sono pochi i gesti innaturali, come quando Julija, finalmente libera e reintegrata nei diritti e nella sua capacità giuridica, riempie minuziosamente il borsone dei suoi oggetti con movimenti lenti e ampi in modo che una macchina da presa così forzatamente “invisibile” possa inquadrarli senza mai rivelarsi, come pure risulta difficile credere che il cammino controsole al tramonto andando verso la stazione non sia stato in realtà una lunga attesa che le condizioni di luce fossero quelle più “estetiche”.

L’impressione è che Manuel de libération, nell’interrogarsi sulla Russia di oggi e sul diritto all’autodeterminazione, perda per strada buona parte del materiale umano che avrebbe avuto a disposizione, finisca per far valere le ragioni della forza dell’argomento su quelle del cuore di chi è protagonista di queste storie. Ed è un vero peccato, perché questo è un errore che Frederick Wiseman, al cui stile il film cerca fortemente di rifarsi, non avrebbe mai e poi mai commesso.

Info
La scheda di Manuel de libération sul sito del Trieste Film Festival.
Il trailer di Manuel de libération su Youtube.

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