Controindicazione

Controindicazione

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La regista serba Tamara von Steiner ha documentato in Controindicazione l’orribile condizione degli internati in uno degli ultimi ospedali psichiatrici giudiziari, sito in Sicilia. Un film forte e a tratti sconvolgente, anche se non esente da qualche dubbio etico. Al Trieste Film Festival.

Fine pena mai

Chiuso nel 2015, l’Ospedale Psichiatrico Giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto in Italia era l’ultimo istituto del genere rimasto in Europa. Nell’ospedale venivano rinchiuse persone socialmente pericolose che avevano commesso dei reati in stato di follia. A differenza di una prigione, dove la durata della pena è determinata in base alla gravità del crimine, in questo istituto la pena per i malati psichiatrici non dipendeva dal tipo di reato commesso e non prevedeva sconti. Ciò voleva dire che i pazienti potevano rimanere rinchiusi anche fino a quarant’anni o, come accadeva più spesso, fino alla morte. [sinossi]

Nel corso della 28esima edizione del Trieste Film Festival si è dipanato, attraverso diversi film, il tema della detenzione, questione sempre centrale nella città di Basaglia e dell’antipsichiatria. Non solo Un altro me di Claudio Casazza, in competizione per il premio Corso Salani, e Manuel de libération di Aleksandr Kuznetsov, in concorso per il miglior documentario, ma anche – nella stessa sezione di quest’ultimo – Controindicazione, diretto dalla regista serba Tamara von Steiner, che finora aveva al suo attivo un altro lavoro più o meno sullo stesso argomento (Delinquenti, del 2013).
Rispetto, in particolare a Un altro me, Controindicazione segue una strada totalmente differente, quella della denuncia, della ‘mostrazione’ del dolore e della sofferenza degli internati. Se nel film di Casazza infatti si ragionava sulla possibilità del riscatto sociale e della riabilitazione, attraverso un difficile processo di verbalizzazione, qui non c’è speranza e non c’è via di fuga: le persone che sono rinchiuse nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gotto (in provincia di Messina) vivono in balia di un sistema concentrazionario che ne distrugge e disintegra l’identità.

Come dichiarato dalla regista al momento della presentazione del film qui a Trieste, il modello cui ha guardato è stato il Wiseman di Titicut Follies (1967); ma si potrebbero trovare delle similitudini anche con il Wang Bing di Feng Ai. Sono, questi, tutti film che fanno della denuncia del sistema psichiatrico-penale il loro motore primo. Ma se, ad esempio, in Wiseman l’indignazione per quanto avveniva davanti ai suoi occhi veniva ‘perimetrata’ dalla posizione etica della ‘giusta distanza’ codificata da Godard (e che, nella scelta di riprendere fuori fuoco i volti dei responsabili di reati sessuali, fa sua anche il Casazza di Un altro me), Wang Bing invece aveva scelto di calarsi totalmente all’interno di quel mondo, tanto da far sentire il ‘respiro’ e l’affanno della sua camera al momento di riprendere i disperati che gli si paravano davanti agli occhi. In tal modo il cineasta cinese dimostrava come la citata ‘giusta distanza’, pur sempre una regola aurea del documentarista che agisce secondo coscienza e secondo un’etica dello sguardo, può essere però soggetta a delle eccezioni, come ad esempio quella di porsi allo stesso livello di chi viene filmato, ‘sporcandosi’ e annullandosi in esso.

Tra questi due estremi Tamara von Steiner in Controindicazione sembra non aver voluto scegliere fino in fondo, aderendo ora ad uno ora all’altro modello. Ne consegue che il suo film, sia pur dotato di una straordinaria forza documentale, fa di tanto in tanto arricciare il naso. Se la regista nell’entrare all’interno di questo istituto psichiatrico-giudiziario (che è stato chiuso nel 2015), ci dice sin dall’incipit che lo stile registico sarà secondario rispetto a quello che vedremo (ma l’amatorialità della scena iniziale con il direttore è ugualmente eccessiva), in almeno un caso cade nella tentazione opposta, vale a dire nella calligrafia del dolore (pensiamo all’inquadratura – sia pur breve – da dentro la macchina mortuaria a riprendere la bara di uno degli internati appena deceduto). Per il resto però l’impressionismo visivo riesce a trasmettere con efficacia il senso di disagio dei pazienti, e Tamara von Steiner si dimostra sovente anche pronta a riprendere le cose giuste al momento giusto. Certo, indulge nel farci vedere la sofferenza dei malati, ma questo riteniamo che sia stato un gesto assolutamente necessario, perché – se è vero che l’istituto ha chiuso poco tempo dopo la fine delle riprese (e la regista quando si è trovata ad avere i permessi già sapeva della prossima dismissione, e anzi forse ha potuto entrare a filmare anche per questo motivo) – è anche vero che era doveroso e civile – e anche urgente – documentare quanto avveniva in posti siffatti fino all’altro ieri.
D’altronde, tra il vedere e il non-vedere l’orrore – il confronto tra Didi-Huberman e Godard da una parte e Claude Lanzmann dall’altra a proposito dei campi di sterminio nazisti – noi siamo sempre per la prima opzione.

E così in questo caso assistiamo al ricatto subito dagli internati e perpetrato dai dottori che li costringono a prendere dei medicinali, li forzano addirittura a farlo, assistiamo all’insensatezza del meccanismo giudiziario che li priva dell’esattezza della pena (una pena che il magistrato può prorogare di sei mesi in sei mesi, senza limiti), assistiamo all’insipienza e all’ignoranza di medici infermieri e assistenti (qualcuno addirittura sfoglia un giornale mentre si parla di un morto, qualcun altro sembra interscambiabile con i degenti per la confusione mentale che dimostra di avere), assistiamo all’assurda ‘stampella’ della religione cattolica che dovrebbe consolare i malati e invece li inibisce alla ribellione e dunque si fa bieco strumento di repressione (se un povero ragazzo dice che vuole parlare con qualcuno per denunciare il maltrattamento subito dai poliziotti e gli viene risposto di parlare con Gesù all’interno della sua cella, allora il comportamento del prete è ben grave).

Perciò non possiamo che essere grati a Tamara von Steiner per aver realizzato Controindicazione. Con l’aggiunta che il discorso relativo alla chiesa cattolica si erge anche a un notevole livello di simbolismo, grazie all’inaspettata coincidenza al momento delle riprese di una messa in scena della passione di Cristo a favore degli internati. Questa pagliacciata – non la si può che definire così, con gli ‘attori’ che guardano con timore i malati e con il ragazzo travestito da Cristo che risorge nell’ufficio dei sotto-ufficiali (!) – fa ogni tanto da intermezzo ai focus sui singoli malati e crea una discrasia e uno straniamento bizzarri, dimostrando come gli strumenti che il sistema penitenziario e la società mettono a disposizione per ‘allievare’ il male di vivere dei condannati sono orribilmente kitsch, deliranti più ancora della cosiddetta devianza mentale. È la nave dei folli che procede inesorabile verso l’inevitabile naufragio. Ma, ancora, queste manifestazioni di presunta carità cristiana vengono tragicamente smentite non solo dalla struttura del montaggio di Controindicazione, ma anche dal già citato dialogo tra il prete e uno dei degenti. Il ragazzo infatti continua ossessivamente a chiedere di poter parlare con Dio e il prete cerca in ogni modo di svicolare: ecco che allora il silenzio di Dio in un posto siffatto lascia storditi e annichiliti, quasi come nel recentissimo Silence di Martin Scorsese.

Dunque, al di là forse anche delle capacità registiche e della comprensione della complessità della macchina-cinema di fronte a situazioni di tal genere, Controindicazione si pone come documento preziosissimo, e lascia forse un po’ l’amaro in bocca accertare che questa operazione in terra sicula non è stata fatta da un regista locale, quanto da una ragazza serba e senza l’aiuto di produttori italiani.

Info
La scheda di Controindicazione sul sito del Trieste Film Festival.
Il trailer di Controindicazione su Youtube.

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