La verità

La verità

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Continua il nostro omaggio a Henri-Georges Clouzot con La verità: una prorompente Brigitte Bardot, che incarna una donna processata per l’omicidio dell’amante, è il fulcro del penultimo film del cineasta francese. In programma al Palazzo delle Esposizioni di Roma.

L’udienza è tolta

La storia di Dominique Marceau, ragazza scapestrata, che si innamora del fidanzato della sorella, viene rievocata in un’aula di tribunale, dove la donna è processata per l’omicidio dell’amante. [sinossi]

Penultimo film di Henri-Georges Clouzot, La verità (1960) è costruito attorno allo schema del “courtroom movie”, del film giudiziario ambientato per buona parte in un’aula di tribunale. A essere messa sotto giudizio è una donna affascinante e ammaliante, Dominique Marceau – incarnata dalla sempre conturbante Brigitte Bardot –, accusata dell’omicidio del suo ex-fidanzato.
La verità si ispira alla reale vicenda di cronaca del 1953 che coinvolse una ragazza, Pauline Dubuisson, processata per aver ucciso il fidanzato che l’aveva lasciata per un’altra. Nella finzione la protagonista viene giudicata in realtà per il suo comportamento disinibito da una corte di bigotti. Il film si snoda con i momenti del processo alternati a flashback della vicenda della donna, che sono narrati da un classico narratore onnisciente, al di sopra quindi dei punti di vista dei vari personaggi.
Clouzot indugia molto, all’inizio, sui riti e i formalismi processuali, sulla passerella dei giurati popolari, in ciò seguendo il filone di denuncia del sistema giudiziario francese, già portato avanti da André Cayatte con il suo Giustizia è fatta. E poi segue l’estrazione come al lotto, dei membri della giuria, immagine che evoca il senso di lotteria della giustizia. E a ciò seguirà il cinismo di avvocati e della pubblica accusa.

Il processo appare subito come una farsa, viziato da moralismi. A essere giudicato non è il crimine in sé, quanto la vita disinibita della donna, la sua emancipazione, il suo svincolarsi dalle convenzioni sociali bigotte e sessiste, il fatto stesso di essere donna. La verità è inconsapevolmente un film sessantottino prima del Sessantotto, un film sulla liberalizzazione sessuale ancora in là a venire. E non può sfuggire il riferimento al romanzo Les Mandarins di Simone de Beauvoir, che Dominique ha letto – e sembra quasi che venga processata solo per questa lettura –, opera incentrata sui temi del femminismo e della libertà personale.
A essere giudicata è dunque un’intera vita, quella di Dominique. Proveniente da una piccola famiglia, con il suo rapporto di specularità, di amore e odio con la sorella Annie: una bionda e una mora, un’opposizione che risale alle Justine e Juliette di De Sade, o un doppio hitchcockiano secondo lo schema Madeleine/Judy.

La regia di Clouzot ricerca anche formalmente simmetrie e specularità, mostrando da subito – dopo la suora che sale una scala a chiocciola di una prigione con le ombre delle sbarre a pervadere tutta l’immagine – il volto spaventato di Dominique in un elegante re-cadrage, incorniciato dal profilo irregolare di una scheggia di uno specchio in cui si guarda prima di affrontare il tribunale. E ancora una scheggia – alla fine tornando in cella con la suora che passa, secondo una struttura circolare – servirà alla donna per tagliarsi le vene. E il suo corpo è ancora a letto, dopo la posa lubrica, ora in un ospedale con i medici che tentano di salvarle la vita. E poi lei e Glbert si abbracciano davanti a uno specchio, o li vediamo al cinema con dietro il fascio del proiettore, generatore dell’illusione cinematografica stessa. Tanto Judy, la bruna, è la figlia prediletta, studentessa esemplare con una carriera di violinista, tanto Dominique, la bionda si dedica ai vizi e a una vita dissoluta, frequentando i locali della Rive gauche. Si contenderanno lo stesso uomo, Gilbert, che ovviamente finirà per cedere alla bionda Dominique, incarnata da una quanto mai sensuale e morbosa Brigitte Bardot che, come diceva Hitchcock, ha il sesso stampato in faccia.

Clouzot costruisce il film sull’energia sensuale e torbida dell’attrice, giocando anche a scoprirle nuovi centimetri di pelle, come nel film di due anni prima, La ragazza del peccato di Claude Autant-Lara. Lei che balla nuda, vista di spalle o nel dettaglio delle gambe, al ritmo cha cha cha della canzone Yo tengo una muñeca, o che sculetta sotto le coperte, che allunga le gambe dal letto, che si cambia e lava dietro un separè, lasciando cadere la saponetta e chinandosi a raccoglierla. Lei che usa il linguaggio del corpo, e nel periodo di declino, per farsi perdonare da Gilbert, si inginocchia davanti a lui stringendogli l’addome.
Il proverbialmente misogino Clouzot ribalta così la figura della dark lady del noir e del polar di cui è stato un grande artefice. Capisce forse che la società sta cambiando, la dark lady esiste solo negli occhi di quei prezzolati giudici in toga, titolati a essere depositari della morale. La morale di una società che uccide le donne. Clouzot chiude con un finale agghiacciante, che anticipa quello, altrettanto agghiacciante di Un affare di donne di Chabrol. Il sollievo della corte, ma anche degli avvocati difensori, per la morte della donna. L’udienza è tolta.

Info
Il trailer originale de La verità.
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