The Mole Song – Hong Kong Capriccio

The Mole Song – Hong Kong Capriccio

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Presentato all’International Film Festival Rotterdam il secondo capitolo della saga di Takashi Miike basata sul personaggio dell’agente talpa, infiltrato nelle organizzazioni criminali: The Mole Song – Hong Kong Capriccio. Cinema iperbolico, gag, demenzialità: c’è tutto il marchio di fabbrica del regista, e anche di più.

La farfalla e lo scoiattolo volante nel mirino

Ritroviamo l’agente Reiji, ora secondo in comando, e guardia del corpo del boss della banda in cui è infiltrato. Ma il nuovo capo della polizia è un integerrimo e lo reputa un traditore e così diviene un ricercato. Le sue disavventure lo porteranno a Hong Kong a sventare un traffico di prostituzione d’alto bordo. [sinossi]

Sequel di The Mole Song – Undercover Agent Reiji, che fu presentato alla Festa del Cinema di Roma, tratto dal manga di Noboru Takahashi Mogura no Uta, il nuovo film di Takashi Miike, The Mole Song – Hong Kong Capriccio è stato presentato all’International Film Festival Rotterdam del 2017.
Ritroviamo quindi l’agente pasticcione Reiji, sempre interpretato da Toma Ikuta. E che ancora una volta Miike lo esibisce spesso e volentieri nelle sue nudità: dopo averlo messo sul cofano di una macchina nel primo film coperto solo nel punto giusto da un giornale, questa volta gli fa sorvolare Tokyo, appeso a un cavo portato da un elicottero. E il registra farà concludere questa sua rocambolesca trasvolata nell’impatto del pennone del Tokyo Sky Tree, impatto ovviamente che avviene sempre in quello stesso punto. Il baricentro delle inquadrature di Miike torna spesso nelle parti basse, anche femminili, vedi la ‘Lara Croft’ cinese che porta mutandine bianche con il disegno nero di una salamandra. Mentre i ricordi di Reiji bambino che suona il flauto appaiono pure molto allusivi.

Ma come è finito Reiji in quella bizzarra situazione? Si trattava di un’operazione per catturare degli sgherri della Yakuza mentre erano in una sauna, prelevando l’intera sauna con un elicottero. Operazione condotta dal nostro eroe non per conto della polizia ma di una gang rivale. La posizione di Reiji è effettivamente difficile, diventa il bodyguard, l’uomo di fiducia di un boss mafioso, ma rimane pur sempre un infiltrato. E anche la gerarchia delle forze dell’ordine è cambiata e il nuovo capo della polizia fa un discorso solenne agli agenti, tutti omologati con il volto coperto da una maschera, come fossero manichini, e in quel contesto pronuncia un proclama solenne contro la corruzione e contro ogni possibile accordo con la criminalità organizzata. La quale, con accordi e alleanze tra clan rivali, sembra avviata a una pax mafiosa. Ma nel mondo di Miike questo è impossibile. La violenza connaturata nell’uomo, come quella dei samurai di epoca Edo di 13 assassini, dovrà trovare uno sfogo. E così si rimescolano le carte, entrano in gioco gli Yakuza cattivi, perché ci sono anche quelli ‘buoni’ dove non può circolare droga, le Triadi cinesi, cattivissime, con i loro traffici di femmine. Che porteranno i nostri eroi a trasferirsi a Hong Kong, città che ha da sempre attirato il cinema action da tutto il mondo, e a scatenarsi in deliri tra i grattacieli della ex-colonia britannica.

Il delirio visivo è, come sempre, per l’autore garantito. E ancora Miike infarcisce il film di sequenze d’animazione, secondo quella cifra stilistica che si porta dietro fin da The Happiness of the Katakuris. Animazioni peraltro molto diverse tra di loro. A carattere esplicativo, come quella che illustra la nuova legge sulla criminalità organizzata, oppure sequenze di estetica dark alla Tim Burton, siparietti con dei teatrini – il tradizionale Kamishibai – a raccontare con pupazzi dai volti umani ma dai corpicini piccolissimi, le storie pregresse dei protagonisti. Ma è il cinema stesso di Miike, ovviamente nei film di questo tipo, a essere pervaso da una pulsione surreale e parossistica da cartone animato, da cartoon di Tex Avery o Chuck Jones, anche nelle scene live action: il volto della ‘Lara Croft’ cinese che si allunga risucchiato da una ventosa, i membri della gang che si mettono improvvisamente a danzare, i personaggi che vengono manovrati e velocizzati come in un videogioco, quelli che intonano canzoncine, i volti grotteschi – l’immancabile sfregiato o lo sgherro con una bolla sulla fronte –, il boss che rimane vivo senza una piega dopo essere stato impiccato (questo per la verità l’aveva già raccontato Nagisa Oshima con L’impiccagione ma è tutta un’altra storia cinematografica).
E poi i duelli tra il personaggio farfalla e l’uomo-scoiattolo volante, e la verticosa caduta da un grattacielo morsicati da una tigre, anch’essa in picchiata. È quella catarsi in un cinema dell’assurdo, dello stato onirico, che ha portato Miike a concepire quel finale di Dead or Alive. Lasciate ogni speranza, o voi che entrate in un film di Miike.

Info
La scheda di The Mole Song – Hong Kong Capriccio sul sito del Festival di Rotterdam.
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