La natura delle cose

La natura delle cose

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Vincitore del Premio Corso Salani alla 28esima edizione del Trieste Film Festival, La natura delle cose è il racconto rigoroso, mai patetico, e anzi filosofico, dell’esistenza di un uomo malato di SLA.

Le meccaniche celesti

Un’immersione in quel periodo dell’esistenza che è il fine vita, attraverso un anno di incontri e dialoghi tra l’autrice e il protagonista, Angelo Santagostino, malato terminale di SLA. [sinossi]

La conferma che solo dal cinema documentario – o quasi – stiano arrivando negli ultimi anni le esperienze più valide del cinema italiano contemporaneo la si è avuta anche in questa edizione del Trieste Film Festival da poco conclusa, e in particolare dalla sezione Premio Corso Salani, in cui vengono selezionati film che necessitano di un aiuto per la distribuzione in sala. Dietro all’ormai sin troppo celebrato Gianfranco Rosi che con il suo Fuocoammare è attualmente in corsa per gli Oscar, si agita infatti un movimento che fa dello spirito d’osservazione rigorosa, dell’approccio insieme etico ed estetico e del rispetto verso i propri oggetti d’osservazione la sua ragion d’essere. Lo dimostra non solo il film di Claudio Casazza Un altro me, che era anch’esso nella selezione dedicata a Salani, ma anche La natura delle cose di Laura Viezzoli, che quella sezione ha meritatamente vinto.

Il film, prossimamente in sala grazie alla distribuzione di theatrical on demand Movieday, è incentrato sull’ultima fase della vita di Angelo Santagostino, ammalatosi di SLA nel 2008 e presto costretto all’immobilità più completa, ad eccezione degli occhi che gli permettono (e, anzi, gli permettevano, perché purtroppo nel frattempo l’uomo è scomparso) di comunicare con il resto del mondo.
Con un tema così il rischio di cadere nella facile retorica, nel patetismo e nella semplificazione contenutistica era molto alto, ma Laura Viezzoli ha evitato abilmente queste trappole costruendo una serie di trame utili sia a fare da schermo rispetto al dolore di Santagostino sia a permetterci di affrontare la sua malattia in un modo più profondo, denso e stratificato. Se infatti vediamo raramente la stanza in cui si trova costretto il protagonista e se lo vediamo chiaramente in volto solo nel finale, ciò lo si deve a una precisa scelta etica che permette di mantenere la ‘giusta distanza’ nei confronti del suo dramma e del suo corpo ormai disfatto.
Al contrario, quel che caratterizza il nucleo visivo di La natura delle cose è il ‘mondo fuori’, dallo spazio degli astronauti approdati sulla Luna a filmati di famiglia a, generalmente, riprese – tutte di repertorio – in esterni. Questo altro da sé viene caratterizzato dalla Viezzoli non tanto quale banale contrasto tra l’immobilità e il movimento, come invece accadeva in Mare dentro di Alejandro Amenábar, quanto come un prolungamento dell’anima del protagonista, una sorta di immagine mentale fatta di rimpianti, aspirazioni, delusioni e depressioni. Così, la stessa insistenza – forse a tratti leggermente eccessiva – nel vedere gli astronauti intubati e fluttuanti nello spazio si connota come il corrispettivo astrarsi dell’esistenza di Santagostino, anch’egli intubato (e vivo solo grazie ai tubi) e anch’egli prigioniero di un altrove, di un altro mondo che non è più quello della Terra.

Ma quel che davvero fa di La natura delle cose un film meritevole e giusto è la scelta di trasporre anche i dialoghi tra la regista e il suo protagonista in una dimensione puramente mentale e astratta, quasi godardiana, nel senso cioè di un confronto/scontro costante tra la colonna audio e quella video, come se l’una vedesse l’altra e viceversa. Questo dialogare tra i due, che nella realtà si è potuto verificare solo attraverso il pc che decodificava il movimento degli occhi di Santagostino, viene ricostruito tramite una doppia voice over, in cui una ovviamente è della regista e l’altra – quella del protagonista – è affidata alla voce di Roberto Citran. E le riflessioni di un uomo prossimo alla morte, che ad un certo punto decide di aspettare il momento in cui arriverà la fine senza voler più lottare contro l’impossibile, si fanno riflessioni filosofiche sull’essere nel mondo, fino all’apice raggiunto nell’unico momento di conflitto tra la regista e il suo protagonista, quando cioè questi accusa la Viezzoli di voler insistere a ricordargli quale fosse la vita a tre dimensioni (lei gli chiede che tipo di whisky gli piacesse bere), mentre lui è ormai prigioniero di un’esistenza bidimensionale.
Ci si rende così conto che, a partire dalla sua immobilità, Santagostino ha sviluppato una preziosissima capacità di lettura, che ci è stata riportata per l’appunto grazie a La natura delle cose; un punto di vista sul de rerum natura che è valido per tutti noi, anche perché “l’uomo saggio non vive finché deve, ma finché può”.

Info
La scheda di La natura delle cose sul sito del Trieste Film Festival.
La pagina Facebook di La natura delle cose.

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