150 milligrammi

150 milligrammi

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Puntando tutto su una istrionica protagonista, Sidse Babett Knudsen, 150 milligrammi di Emmanuelle Bercot prende la via lastricata di buone intenzioni del film inchiesta e del biopic esemplare e trasforma la militanza dell’impegno civile in un iter per la canonizzazione.

Querelle de Brest

Irène Frachon è una pneumologa dell’ospedale di Brest. Allarmata da una serie di casi di insufficienza cardiaca in pazienti diabetici, inizia a sospettare una relazione fra lo sviluppo di valvulopatie e il principio attivo del Mediator, farmaco largamente diffuso in Francia da più di trent’anni. Grazie all’equipe di ricercatori dell’ospedale, la dottoressa Frachon inizia una battaglia prima scientifica e poi legale e culturale contro uno dei più potenti colossi farmaceutici francesi. [sinossi]

La storia di Davide e Golia non è esemplare solo perché racconta la rivalsa del piccolo sul grande, dei deboli sui forti, del coraggio e dell’intelligenza sulla violenza e la prevaricazione. Il giovane pastorello che sfida e batte il grande guerriero è emblematico anche in quanto trionfo della genuinità della campagna contro l’invasione dei coloni, della periferia e della provincia sul centro corrotto dell’impero. Non è un aspetto secondario fin dalla fondazione dell’archetipo, e non lo è di certo per Emmanuelle Bercot, che decide con 150 milligrammi di adattare il libro-inchiesta della dottoressa Irène Frachon puntando fin dal titolo originale (La fille de Brest) sulla città di provenienza della protagonista, situata all’estremità occidentale dell’Europa continentale. La differenziazione della protagonista rispetto al centro del mondo è un punto fermo per la regista: un modo per ribadire l’eccezionalità della donna e del suo percorso all’interno dell’accademia e della ricerca scientifica. Una scelta evidente fin dal casting, che privilegia un’attrice danese alla seconda esperienza in Francia (Sidse Babett Knudsen, diventata una celebrità europea con la serie televisiva Borgen) per interpretare una storia di cronaca tutta francese.

Ma non è solo la leggera cadenza più dura e scandinava della lingua della protagonista; tutto concorre a fare della donna un personaggio straordinario ed esemplare. Dalle scene di raccordo in cui la vediamo nuotare solitaria nel mare bretone ai momenti di festa e musica in famiglia, dalla dedizione verso i pazienti alla crociata per il riconoscimento della nocività del Mediator, non ci sono altre asperità nel ritratto di questa donna se non le trappole e le ferite procuratele dalla battaglia contro le lobby delle aziende farmaceutiche. La ricostruzione delle vicende che vanno dal 2009 al 2013 procede lineare, sistemando un tassello dopo l’altro come fossero parti di un binario che porta dritto alla Giustizia e alla Verità. Un percorso a tappe in cui si riconoscono due parti fondamentali: la prima si concentra maggiormente sul lavoro di squadra, l’elaborazione di una ricerca scientifica e lo scontro diretto contro l’élite medica e farmaceutica; la seconda incentrata sul riconoscimento culturale dell’evidenza, con i problemi derivati prima dalla pubblicazione del libro-inchiesta e poi dall’apertura di una discussione sui media e presso l’opinione pubblica. Muro dopo muro, lobby dopo lobby, la protagonista diviene davanti ai nostri occhi sempre più eroina solitaria senza macchia e senza paura, lasciando solo intuire quanto i compagni di viaggio, fondamentali per il superamento delle tappe iniziali, abbiano avuto molto meno successo di lei (prima vittima il dottor Le Bihan, capo del gruppo di ricerca costretto a espatriare in Canada per trovare una nuova equipe).

Se la prima parte può così contare sulla forza d’inerzia dell’indagine, del lavoro di squadra e dell’indignazione contro i poteri forti, la seconda si concentra sulla costruzione dell’immagine mediatica della Frachon e lascia intuire come le vere intenzioni della Bercot non stiano dalle parti del j’accuse ma del biopic esemplare in stile Erin Brockovich o Silkwood. Sia ben chiaro, niente di male a scegliere la via più americana e meno europea dell’impegno civile. Certe scene scelgono la rappresentazione cruda e diretta della vita in sala operatoria, a sottolineare l’effetto sui corpi e gli organi interni dei medicinali che assumiamo. Ma la differenza fondamentale con altri film dello stesso genere sta nella costruzione del personaggio. In 150 milligrammi le battaglie delle eroine popolari e imperfette dei modelli americani lasciano il posto alla canonizzazione di una dottoressa dal cuore grande il cui più grande difetto sta in un’ambiziosa tenacia comunque votata al Bene e alla Salute.
Con 150 milligrammi, la Bercot porta avanti il proprio percorso di artista, attrice e regista impegnata nel riconsolidamento dei valori della Francia moderna (culminato con il precedente A testa alta, selezionato per l’apertura a Cannes 2015) e del ruolo femminile all’interno di questo percorso. Ma la sua Marianna è troppo impegnata a tenere alta la propria bandiera per guidare il popolo alle sue spalle.

Info
Il trailer di 150 milligrammi su Youtube.
Una clip di 150 milligrammi su Youtube.
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