Just Like Our Parents

Just Like Our Parents

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Presentato in Panorama Special alla Berlinale 2017 il nuovo lavoro della regista brasiliana Laís Bodanzky, Just Like Our Parents che, attraverso le vicissitudini di una donna quasi quarantenne, si interroga su una generazione di mezzo, sul femminismo nel contesto della società attuale.

Gli Yanomami siamo noi

Rosa è una donna che sta per superare la soglia dei trent’anni. Vive in un grande appartamento di São Paulo. I suoi genitori sono divorziati, il marito è spesso via per le sue ricerche, così lei si deve sobbarcare le figlie ma si deve occupare anche dell’anziano padre assecondandone le velleità artistiche. Fa la drammaturga per passione ma si guadagna da vivere come pubblicitaria per una ditta di sanitari. Un giorno la sua anziana madre fa una sconvolgente rivelazione a un ritrovo famigliare. [sinossi]

Conoscevamo la regista brasiliana Laís Bodanzky per il suo film d’esordio, Bicho de Sete Cabeças del 2000, mostrato a suo tempo al Festival di Locarno e prodotto con l’appoggio di Marco Müller all’epoca per la Fabrica Cinema. Si trattava di un’opera cupa, dalla visione della società brasiliana come una grande prigione, capace di annientare ogni minimo segnale di anticonformismo; nello specifico un ragazzo veniva internato in un ospedale psichiatrico e sottoposto a elettroshock per aver semplicemente fumato uno spinello.
La visione del Brasile del nuovo film di Laís Bodanzky, Just Like Our Parents, presentato alla Berlinale 2017, è diversa, ne esce una società aperta, almeno nelle apparenze. Sono passati degli anni, ma anche il contesto sociale è diverso. Ora siamo nell’ambito di una upper class intellettuale, di una situazione familiare dove i personaggi sono docenti, ricercatori, pubblicitari, persone che frequentano convegni o che si ammantano di un’aurea filantropica tutelando ambiente o minoranze tribali. Persone apparentemente svincolate da una certa morale comune, o che si presume superiori a certe dinamiche ataviche anche nel rapporto tra i sessi. La madre e il marito di Rosa sono antropologi e psicologi, ma se il secondo sembra conoscere così bene gli Yanomami, quello che gli manca è l’essere antropologo di se stesso e della sua famiglia, il non capire come certe dinamiche si insinuino in maniera sottile anche nella nostra società fino a esserne lui stesso vittima.

Una riunione familiare in una grande tavolata in un cortile con tante piante. Si parla di tribù dove vigono rituali macabri di cannibalismo, di donne ai danni dei maschi, qualcuno storce il naso, ma l’antropologo invita a vedere il tutto in chiave asettica e scientifica, alla Lévi-Strauss. Da subito le carte che la regista mette sul tavolo sono chiare e riguardano il tema del femminismo e il suo ruolo in un contesto contemporaneo. In questa situazione l’anziana madre rivela per la prima volta ai familiari di aver avuto una lunga relazione extraconiugale con un suo collega sociologo, che risulta quindi il padre biologico della figlia Rosa. Gelo.
Il pranzo all’aperto si interrompe per un improvviso acquazzone, ma i bambini rimangono a giocare sotto la pioggia. A essere sconvolta dalle dichiarazioni scioccanti della madre è Rosa, che vediamo vacillare, perdere le sue certezze. Un fumo pervade la stanza, l’annebbiamento avanza. Rosa è il personaggio attorno cui ruoterà Just Like Our Parents, donna sul finire dei trenta, probabilmente estensione della regista stessa.
Rosa è una figura in bilico, tra i doveri familiari di madre e figlia, la necessità di portare a casa uno stipendio, e le sue velleità artistiche di drammaturga. Significativamente i suoi testi finiscono per sbaglio tra i documenti di una riunione di lavoro generando scompiglio. Non è così per il marito, l’uomo, cui è concesso di personificare l’improbabile ruolo di salvatore delle tribù amazzoniche, per il quale ottiene anche visibilità e riconoscimenti persino all’interno della famiglia. Tra lui e Rosa vige una situazione di fatto da separati in casa e la regista li mostra spesso ognuno nei rispettivi spazi della casa, nelle due parti di inquadrature tagliate a metà da un muro, come fossero split screen.

I testi di riferimento di Rosa sono i classici del femminismo, Casa di bambole di Ibsen e Il secondo sesso di Simone de Beauvoir. Ma non le bastano come punti fissi, nella sua deriva. La società ottocentesca descritta dal drammaturgo danese dovrebbe essere superata, ma certe dinamiche sessiste tornano in maniera sottile e difficili da riconoscere. Basta vedere il diverso atteggiamento di Rosa e del marito nel riconoscere l’adulterio. E forse l’illusione che la madre, pur donna forte e che ha fatto le sue battaglie, abbia privilegiato il figlio maschio solo perché era quello legittimo. Ma alla stessa Rosa risulta difficile applicare certi concetti, presa dal ruolo di madre apprensiva. Quando vede la figliastra in effusioni lesbiche con la sua compagna, le chiede di contenersi, almeno per non farsi vedere dalle bambine piccole. Bambine che si ostina inizialmente a non volere che vadano a scuola in bicicletta, simbolo di libertà e indipendenza.
Come Rosa è spaesata, sospesa tra diverse istanze, e rappresentante di una generazione di mezzo estremamente critica e insicura (tanto più se i genitori hanno fatto dei passi da gigante), così il mondo che la circonda sembra spiazzato e annegare in conflitti senza uscita. Tra individualismo e idealismo, in un mondo dove le lotte sociali e ambientali sono ormai una pura parvenza di facciata; tra il riaffiorare di valori tradizionali, familiari, patriarcali e le conquiste civili ottenute; tra la cultura umanista dei testi e dei libri dei bambini e quella scientifica e positivista, rappresentata dall’evocazione dell’astronomo Carl Sagan, che ci permette l’esame del DNA; tra natura e cultura, nel contrasto tra la vegetazione rigogliosa e le architetture moderniste di Brasilia.

Laís Bodanzky parla ancora, dopo Bicho de Sete Cabeças, di regole sociali e di come queste interferiscano nella nostra vita privata. E costruisce personaggi di grande spessore come quello della madre, donna forte che affronta la morte con serenità e annuncia, con spontaneità, di avere pochi mesi di vita. E la scena della sua morte, in montaggio alternato tra lei che suona il piano e il suo funerale buddista è uno dei momenti alti del film. Così come le scene di Rosa che si spoglia all’aperto o che va in bicicletta, segnali di affermazione della propria libertà di donna.
Just Like Our Parents incespica però in una eccessiva densità di riferimenti culturali, vedi l’antropologia, alcuni fin troppo didascalici. Non ci resta comunque che ripartire da una nuova Casa di bambola, da una nuova Nora che, come Rosa, si riprende la sua vita.

Info
La scheda di Just Like Our Parents sul sito della Berlinale.
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