My Own Private War

My Own Private War

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La giornalista e filmmaker Lidija Zelović ripercorre in My Own Private War vent’anni della sua vita, tra la guerra a Sarajevo e il rifugio in Olanda, sotto forma di diario intimo e tragico. Presentato al Trieste Film Festival e prossimamente al Balkan Florence Express.

La guerra non cambia le opinioni della gente

Cosa succede quando un trauma collettivo colpisce una famiglia? Le memorie della guerra in Bosnia da un punto di vista totalmente personale e senza indulgenze. [sinossi]

La guerra nella ex-Jugoslavia è stata ormai parecchio raccontata, e non è un caso che anche nell’ultima edizione del Trieste Film Festival abbia vinto un film come A Good Wife che con quel conflitto continua a fare i conti. Ma ogni volta che qualcuno, in forma diretta o indiretta, rimette in scena quanto avvenuto venti anni fa dall’altra parte dell’Adriatico si ha la sensazione di riviverne con accecante vergogna l’orrore e lo sbalordimento. La giornalista e filmmaker Lidija Zelović in My Own Private War ha scelto di rappresentare quella tragedia sotto forma di intimo diario filmato, riutilizzando immagini del passato e del presente, per un montaggio fatto anche di opposizioni violente, eppure funzionali per permetterci di cogliere l’assurdo di una guerra fratricida.

Presentato nel concorso documentari sempre alla 28esima edizione del Trieste Film Festival e selezionato anche per la prossima edizione del Balkan Florence Express, che si terrà a Firenze dal 23 al 26 febbraio, My Own Private War parte dunque dalla storia privata della regista, anche protagonista del film, per arrivare immediatamente alla dimensione di storia pubblica, visto che il suo caso appare paradigmatico.
Lidija Zelović lavorava nei primi anni Novanta per una TV privata di Sarajevo (e vediamo i suoi servizi di cronaca spicciola, dedicati all’arrivo dell’autunno e alla caduta delle foglie, e dunque inconsapevoli rispetto a quel che stava per accadere), è poi fuggita in Olanda quando è scoppiata la guerra, è tornata nei Balcani per raccontare il successivo conflitto in Kosovo (nonostante la contrarietà di suo padre) e ora vive ad Amsterdam con tutta la famiglia nella costante sensazione di trovarsi in uno stato di perenne vacanza.
Sulla sua persona pesa dunque la ‘colpa’ di essere scappata, mentre altri sono rimasti, volontariamente o meno. Ma la sua famiglia sconta anche la ‘condanna’ di essersi sporcata le mani: il cugino, cui lei era molto affezionata da bambina, è diventato nel corso del conflitto un cecchino al servizio dei serbi, mentre il padre continua a giustificare il regime di Slobodan Milošević e si rifiuta ancora adesso di condannare le gesta del nonno di lei, un cetnico. Il confronto tra lei che se n’è andata e gli altri che sono rimasti arriva fino al punto di un diverbio con un suo amico giornalista che si è trovato a documentare le gesta di Ratko Mladić, da tempo identificato come criminale di guerra. Eppure, si domanda Zelović, chi può dire che a parti invertite – se cioè l’amico fosse partito e lei fosse rimasta – non sarebbe finita lei, per assurdo, a prendere le difese di un uomo come Mladić?

Quel che mette in scena My Own Private War è perciò la sconfitta del dialogo, che porta con sé anche il racconto della fine di un mondo privo di barriere (in famiglia si conserva gelosamente una vecchia cartina in rilievo della Jugoslavia nella sua interezza) e la sostanziale vittoria dei confini, dei compartimenti stagni: l’Olanda è – ed era – felice, mentre contemporaneamente nella ex Jugoslavia si moriva, e qualsiasi tentativo potrà fare Zelović per raccontare agli olandesi cosa sia accaduto nella sua terra sarà in fin dei conti vano. In tal senso appaiono decisivi quei momenti in cui vediamo in split screen la guerra da un lato e la serenità olandese dall’altro; un montaggio violento, si diceva, quasi un montaggio delle attrazioni, eppure straordinariamente efficace nel segnare le distanze e le impermeabilità.

D’altronde se la voice over della regista si dimostra indispensabile nel mettere in relazione le immagini più diverse che appaiono nel corso del film, montate tra l’altro in maniera molto libera tra il passato e il presente, sono proprio le immagini – e la loro natura e la loro composizione – a rendere unico My Own Private War: dagli anni Novanta ad oggi Lidija Zelović ha documentato e conservato tutto, non solo i servizi televisivi e i suoi successivi interventi in studio per parlare della guerra in Kosovo, ma addirittura il colloquio privato avuto alla fine degli anni Novanta con il cugino Gerico diventato cecchino (preda di un impressionante tic agli occhi) e, più o meno nello stesso periodo, l’ingresso nella casa di famiglia a Sarajevo bombardata e semi-distrutta e dove, con sua (e nostra) enorme sorpresa scopre che qualcuno ci è andato a vivere. Documenti registrati all’epoca per un uso privato e amatoriale e che solo oggi prendono posto all’interno di un film, come se già allora vi fosse la consapevolezza e la convinzione che un giorno tutto quanto avrebbe dovuto cercare di prendere una forma compiuta.
Ciò che emerge perciò dalla visione di My Own Private War è il privilegio – e la condanna – di una donna che è vissuta sempre sotto l’occhio di una videocamera. Il suo cruccio diventa allora quello di provare a mettere ordine in quelle immagini, e in tal senso va inteso il gioco un po’ alla Woody Allen di Manhattan su come cominciare e/o finire il film, su quali parole usare e con quale tono. L’impresa, che porta con sé anche la necessità di lasciare al figlio piccolo una testimonianza, appare d’altronde impossibile, visto che trovare un ordine significherebbe trovare una spiegazione razionale alla guerra. Ma come dice qualcuno: “Nei Balcani abbiamo vissuto per cinquant’anni in pace e poi in cinque giorni è finito tutto”. Rifiutarsi di provare a capire perché ciò sia avvenuto sarebbe un altro atto criminale, ma allo stesso tempo il gesto di comprenderlo completamente, di comprendere fino in fondo l’autolesionismo umano, resta e resterà comunque nel campo dell’ineffabile.

Info
Il sito di Balkan Florence Express.
La scheda di My Own Private War sul sito del Trieste Film Festival.
Il trailer di My Own Private War su Youtube.

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