L’altro volto della speranza

L’altro volto della speranza

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Presentato in concorso alla Berlinale il nuovo lavoro di Aki Kaurismäki, L’altro volto della speranza, dedicato a Peter von Bagh. Nella poetica del regista finlandese, tra colori pastello e musica country, e nel suo umanesimo, la storia di un rifugiato siriano e una satira di una società che vede le culture diverse solo come cibo etnico.

Restiamo umani

Due storie che si incrociano. Quella di Khaled, un rifugiato siriano che arriva di nascosto in una nave che porta carbone e chiede asilo senza successo. E quella di Wikström, un venditore all’ingrosso di camicie che, dopo una giocata a poker, decide di cambiare vita e aprire un ristorante. Wikström incontra Khaled, ora clandestino, che dorme dietro il locale. Gli offre cibo, alloggio e un lavoro. E decide di sfruttare il suo aspetto di straniero per convertire il locale in ristorante etnico. [sinossi]

Aki Kaurismäki ci aveva lasciato con un porto, quello di Le Havre, e ora in questo suo nuovo film, L’altro volto della speranza – in concorso alla Berlinale e dedicato alla memoria di Peter von Bagh, e dove ritroviamo in un ruolo cameo la musa del regista Kati Outinen – ci trasporta in un altro porto, quello di Helsinki, ancora un crocevia di persone, merci, culture, esistenze in fuga. L’immagine portuale che apre il film è il richiamo al film precedente, di cui questo vuole essere l’ideale proseguimento, perché l’umanesimo che permea la sensibilità del cineasta finlandese non può non tornare alla grave emergenza europea dei profughi, degli immigrati in fuga da catastrofi umanitarie.

Un mondo lento virato di colori pastello, quello della Finlandia ritratta da Kaurismäki, un cinema che respira come cinema muto e in bianco e nero, pur non essendolo. Dove passano parecchi minuti prima che venga pronunciata la prima parola, dove l’equivalente dell’iris, della luce che circoscrive dettagli nel muto, è l’aurea sgargiante in un contesto grigio attorno alla moglie di Wikström, con i bigodini e un grande cactus in vaso davanti. Oppure il fiore giallo sul tavolino che mette in simmetria i due personaggi seduti. I colori che tornano nei vestiti rutilanti delle immigrate e dei loro cibi che ancora contrastano con la cupezza nordica. O nella tinta scura con cui si presenta Khaled, risultato dell’emergere dal deposito di carbone, giocando così sui colori della pelle e sul razzismo, e riferendosi ancora al film precedente. Khaled tornerà bianco dopo una semplice doccia ma gli atti di razzismo nei suoi confronti non cesseranno. Le dinamiche da cinema muto tornano nella partita a poker, tutta giocata sugli sguardi dei partecipanti, che tutto dicono anche senza una parola. Un mondo surreale alla Jacques Tati, un mondo popolato di persone dallo sguardo spento, che procede con lentezza, che sembra d’altri tempi. E così l’impiegato della questura redige il verbale con una macchina da scrivere antidiluviana, schiacciando un tasto per volta, e sulla scrivania ha un altrettanto antiquato telefono a rotella. Ma il film non è ambientato nel passato come potremmo pensare – il tema che tratta è di stretta attualità – e sul tavolo del poliziotto appare in bella vista anche un moderno portatile. Un mondo che palpita di musica rock artigianale, di gruppi che si esibiscono nei locali dove campeggia il ritratto di Jimi Hendrix, o di quella araba suonata con strumenti tradizionali, musica che nel film o è diegetica o comincia come extradiegetica per poi volgere subito, al primo stacco, a inquadrare la band in concerto. Oppure che fuoriesce dal grande e colorato juke box, altro elemento vintage. Un cinema dove la finzione cinematografica, come spesso nell’opera del regista, è dichiarata o suggerita, come nella scena della scazzottata palesemente simulata.

Un’estetica grottesca in cui Kaurismäki dispiega tutto il suo sarcasmo e il suo spirito corrosivo, per raccontare una società dove la burocrazia e la giustizia non riconoscono il dramma che sta avvenendo ad Aleppo, società dove pullulano gruppi neonazisti, dove le culture straniere valgono solo per la moda esotica dei ristornati etnici trendy – su cui l’ironia del regista è massima nel concepire il piatto fusion, il sushi di aringhe sommerso di wasabi – mentre i forestieri vengono cacciati a pedate. Una Finlandia, e aggiungiamo, un’Europa (Khaled è già incappato negli skinhead in Polonia), incapaci ormai di uno sguardo umano.
L’altro volto della speranza, in concorso alla Berlinale, e dedicato allo storico amico del regista, il grande critico Peter von Bagh, segue due esistenze, due parabole umane, che vagano in parallelo, quelle di Wikström e Khaled, che solo dopo un bel po’ nella narrazione, si incrociano. Ma già in una della prime scene, Kaurismäki li mette nella stessa inquadratura: il loro destino li porterà a incontrarsi. Due solitudini, per diversi motivi, come sottolineano nel dirsi di non avere amici. E che, insieme agli altri lavoratori del ristorante, cagnolino compreso, formeranno una di quelle comunità “bastarde”, di marginali tipiche del cinema del regista. Restiamo umani.

Info
Il trailer de L’altro volto della speranza.
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