Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau

Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau

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Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau è stato presentato in una sezione di solito trascurata della Berlinale, Generation 14plus: il lavoro dei registi canadesi Mathieu Denis e Simon Lavoie prende le mosse dalle manifestazioni studentesche nel Quebec del 2012 per mettere in scena una rivoluzione del linguaggio.

Canadian Graffiti

Nel 2012 il movimento di protesta denominato ‘Maple Spring’ esplode nel Quebec. Alcuni giovani che ne fanno parte, Klas Batalo, Ordine Nuovo, Tumulto e Giutizia, si uniscono in un gruppo d’avanguardia che diventa una scheggia impazzita. La loro profonda ostilità nei confronti dell’ordine sociale trova la sua ambigua espressione in atti che includono guerriglia, lanci di bottiglie Molotov contro le vetrine dei negozi, atti vandalici contro i manifesti pubblicitari. [sinossi]

Ce l’ha insegnato Jean-Luc Godard che le posizioni politiche e morali si esprimono attraverso il linguaggio, le inquadrature, le carrellate. La lezione è stata pienamente assimilata dai registi canadesi Mathieu Denis e Simon Lavoie nel film Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau, presentato alla Berlinale curiosamente alla sezione Generation 14plus, che non è sicuramente mai stata considerata tra le più appetibili del festival tedesco. Denis e Lavoie reinventano un nuovo Sessantotto, una rivoluzione politica che si traduce in una di immagini e di linguaggio cinematografico. Nulla a che vedere con la nostalgia delle barricate degli anni Settanta: i registi parlano del loro presente, anche se la forma di certe proteste storiche ritorna e riaffiora qua e là. Parlano di situazioni alla Occupy Wall Street, di una rivoluzione colorata per cesti aspetti, ma che non rifugge a degenerazioni.

Il film comincia con un lungo momento di nero, di assenza di immagini, solo con la musica. Sembra in questo caso rifarsi non alle avanguardie quanto a un modello di presentazione classico, come per esempio si fa alle proiezioni filologicamente corrette di 2001: Odissea nello spazio. E poi prevede anche l’intervallo di una volta, con la scritta “intervallo” che rimane sullo schermo – e qui siamo dalle parti di The Hateful Eight – su sfondo nero dove a un certo punto cominciano ad aprirsi degli squarci da cui entra luce in crescendo fino a coprire il cartello facendo riprendere il film.
Un altro lavoro che portano avanti i registi riguarda il continuo cambiamento del formato di proiezione. Per un’opera come questa costruita come un patchwork di immagini di consistenza e provenienza diverse, filmati di repertorio e fiction, ogni rapporto d’aspetto sembra avere una funzione precisa. L’anamorfico è quello del cinema tradizionale, della fiction, recitato e con una fotografia patinata. Per esempio la scena della ragazza con la sua scenata da ribelle in un pranzo famigliare in una grande tavolata, in una sontuosa abitazione. Il formato Academy o 4/3, in tante varianti, invece riguarda le immagini televisive, il footage di varia provenienza generalmente con una definizione bassa. Esemplare per esempio la scena del processo resa con la piattezza del linguaggio televisivo, con pochi e semplici stacchi, che diventa anche piattezza morale, il sistema che condanna chi non si lascia omologare. E questo momento è significativamente interrotto e intervallato da immagini televisive vere di riprese di proteste e tafferugli.

E poi ci sono le scritte godardiane, gli inserti con cartelli grafici, con frasi e sentenze, sullo schermo, tipici del maestro della Nouvelle Vague. Ma le scritte vengono anche fatte sui corpi nudi dei protagonisti, sulla loro pelle, in un approccio di body art ma anche nell’espressione del concetto hippie e sessantottino del libero amore. E la prima azione di sabotaggio messa in atto dal gruppo sembra ispirarsi a Essi vivono: rimuovere di notte i cartelloni pubblicitari sostituendoli con scritte in vernice programmatiche e rivoluzionarie, come “La gente ancora non si è accorta di quanto sia miserabile. Noi glielo mostreremo”.
Rivoluzionario nella sua stessa struttura e linguaggio, Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau mostra comunque distacco e non empatia, nei momenti in cui la protesta assume forme violente, le Molotov, le finte lettere all’antrace, cosa peraltro inevitabile in questo tipo di situazioni. E restituisce un forte senso di decadenza e declino di una società, come quelle che aveva messo in scena il regista connazionale, del Quebec, Denys Arcand.

Info
Ceux qui font les révolutions à moitié n’ont fait que se creuser un tombeau, il trailer.
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