Beata ignoranza

Beata ignoranza

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Dopo la parentesi drammatica – e infelice – di Gli ultimi saranno ultimi, Massimiliano Bruno in Beata ignoranza torna alla commedia pura, con meno verve però rispetto al passato e con una storia decisamente più debole.

Il giorno della fine non ci servirà messenger

Ernesto e Filippo hanno due personalità agli antipodi e un unico punto in comune: sono entrambi professori di liceo. Filippo è un allegro progressista perennemente collegato al web. Ernesto è un severo conservatore, rigorosamente senza computer, tradizionalista anche con i suoi allievi. Un tempo erano migliori amici ma uno scontro profondo li ha tenuti lontani, fino al giorno in cui si ritrovano a insegnare nella stessa classe… [sinossi]

L’ossessione del web, dei social network, della rete che imprigiona personalità e individualità è stata già abbastanza raccontata dalla recente commedia italiana, tanto da apparire un tema immediatamente saturo. Non solo il Brizzi di Poveri ma ricchi (nel personaggio della figlia di De Sica), non solo l’Edoardo Leo di Che vuoi che sia, ma anche – e soprattutto – il Paolo Genovese di Perfetti sconosciuti. Così Massimiliano Bruno, al suo quinto lungometraggio, con Beata ignoranza si immette in questo filone lasciando subito presagire il sentore del déjà-vu: ancora una volta si parla dell’influenza del web sulla vita delle persone, di giovani, giovanissimi, maturi, anziani, ecc.
Con la tempistica sbagliata di Beata ignoranza, Bruno tra l’altro ripete un errore, di tempi, di modi e di promozione, in cui era già caduto nel recente passato, prima della purtroppo infelice prova drammatica di Gli ultimi saranno ultimi. Per l’ambientazione psicoanalitica, Confusi e felici appariva infatti – in superficie – una riscrittura di Tutta colpa di Freud (sempre di Genovese, tra l’altro), con cui in realtà a ben vedere aveva poco in comune, anche per il semplice motivo che il film di Bruno appariva più strutturato – in gag, vivacità, discorso generale – rispetto a quello di Genovese. Non si capisce dunque se Bruno – che con i suoi due primi film, Nessuno mi può giudicare e Viva l’Italia, sembrava promettere una carriera molto più originale – stia finendo ultimamente per incappare in diktat imposti dalla distribuzione (che, magari, ha ritardato l’uscita di questo suo film), o dalla produzione (che, forse, impone la solita solfa), o se semplicemente segua un suo filo che vuole proporsi tetragono rispetto a quel che succede nel cinema a lui coevo e rispetto a quel che fanno i colleghi. Ma quest’ultimo atteggiamento è senz’altro poco giustificabile, tanto più quando si scelgono due protagonisti come Marco Giallini e Alessandro Gassmann, interpreti principali appena più di un anno fa di Se Dio vuole di Edoardo Falcone (e tre anni fa proprio di Tutta colpa di Freud) e volti simbolo della commedia di questi anni. Tutta colpa del già visto, insomma, un già visto senza soluzioni nuove, senza proposte di discontinuità… E se, ad esempio, siamo convinti dell’amicizia profonda che lega Bruno a Gassmann, già protagonista di Gli ultimi saranno ultimi, non possiamo allo stesso tempo giustificarne la presenza come in una sorta di factory che si ripete uguale a se stessa perché quelli sono i membri che la compongono. No, qui siamo nel campo di uno sfruttamento commerciale senza nemmeno l’acume di un reale spirito capitalistico, perché i film – a partire dalle locandine – non possono sembrare uguali anche se – di rado – sono diversi, deve semmai accadere il contrario perché lo spettatore sia spinto a recarsi al cinema. Ma, partendo da Bruno, si sta facendo un discorso che parla di tutta (o quasi) la commedia italiana contemporanea, e dunque sarebbe una faccenda troppo lunga da affrontare in questa sede…

Fatta perciò la tara dei suoi limiti commerciali e promozionali, Beata ignoranza appare in ogni caso come un film che prova a replicare, sia pur su un diverso ambito, il meccanismo corale-familista di Confusi e felici: i due professori interpretati da Giallini e Gassmann infatti fanno parte dello stesso mondo (si trovano ad insegnare nello stesso liceo), oltre ad aver condiviso e a condividere delle situazioni familiari e sentimentali. L’obiettivo dunque è quello di far sì che i due – contrapposti per ragioni di corna, ma soprattutto opposti per ragioni esistenziali (l’uno web-maniaco, l’altro contrario a internet) – finiscano per ritrovarsi e per trovare l’armonia all’interno della loro comunità/famiglia allargata. Di nuovo, dunque, una dinamica tra i personaggi che prevale sulla storia: è innegabile infatti che il conflitto sul modo di esperire (o di non esperire) il web serva da scheletro per proporre tutta una serie di gag, alcune riuscite, altre meno.
Ancora una volta, dunque, anche in Beata ignoranza si riscontra un limite ormai già endemico della nostra neo-commedia: l’incapacità (o la non-volontà) di raccontare storie, cui si preferisce l’intento di concentrarsi sui personaggi/divi. Impostazioni di questo genere, sia pur rette da una straripante verve (e non è il caso di Beata ignoranza, che appare più fiacco a livello di trovate rispetto ai primi tre film di Bruno), non possono non finire per mostrare, alla lunga, la corda.

Ecco che dunque, per quanto Bruno faccia agitare i suoi personaggi in Beata ignoranza, re-inventandosi ad esempio lo sguardo in macchina e gli ‘a parte’ forse debitori di Io e Annie (anche se sembrano soprattutto para-televisivi), giocando tra presente e passato (i flashback con la Crescentini attrice filo-drammatica), tallonando persino uno spunto meta-riflessivo (il documentario che viene girato sui due protagonisti dal personaggio della figlia e che poi arriva a coincidere con il film stesso), non riesce comunque a evitare la stanchezza di una gag che tira l’altra, di una trovata che deve essere all’altezza, di una situazione che deve servire a strappare la risata. Si ride, certo, a tratti in Beata ignoranza. Ma, in tutto questo, se non c’è una storia forte o se non si è il Blake Edwards di Hollywood Party, che si rifaceva alla grande tradizione delle comiche e dunque a una comicità fisica qui completamente assente, l’impresa di fare un buon film è impossibile per chiunque.

Info
Il trailer di Beata ignoranza.
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