Omicidio all’italiana

Omicidio all’italiana

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Maccio Capatonda torna alla regia con Omicidio all’italiana, messa alla berlina dei vizi (le virtù non sono proprio contemplate) dell’Italia contemporanea, che non perdona nessuno. Nonostante le buone intenzioni, però, le risate sono poche, e gli sketch appaiono nella maggior parte dei casi troppo prevedibili; il gioco si dimostra così facile, e la lettura del reale non riesce a entrare mai in profondità, preferendo una posizione di superficie. Accanto a Maccio Capatonda i soliti fedeli sodali Herbert Ballerina e Ivo Avido, ma anche qualche partecipazione straordinaria come quelle di Sabrina Ferilli, Nino Frassica e Ninni Bruschetta.

Road to Campobasso

Uno strano omicidio sconvolge la vita sempre uguale di Acitrullo, sperduta località dell’entroterra abruzzese. Quale occasione migliore per il sindaco e il suo vice per far uscire dall’anonimato il paesino? Oltre alle forze dell’ordine infatti, accorrerà sul posto una troupe del famigerato programma televisivo “Chi l’acciso?”, condotto da Donatella Spruzzone. Grazie alla trasmissione e all’astuzia del sindaco, Acitrullo diventerà in men che non si dica famosa come e ancor più di Cogne! Ma sarà un efferato crimine o un… omicidio a luci grosse? [sinossi]

In qualche misura Omicidio all’italiana riprende la strada là dove si era interrotto Italiano medio, esordio alla regia di Marcello Macchia alias Maccio Capatonda che un paio di anni fa racimolò al botteghino poco meno di 4 milioni di euro; la strada non è proprio quella che percorrono gli abitanti della sperduta (e perdibile) Acitrullo, che sognano la metropoli moderna identificandola con Campobasso, ma guarda in direzione di un cinema fortemente grottesco, che fa dell’acidula lettura delle distonie dell’Italia di oggi – ma anche di ieri e, a meno di una netta e improbabile inversione di tendenza, di domani – il suo fiore all’occhiello. Se in Italiano medio si prendeva in giro senza mezzi termini tanto la protesa superiorità intellettuale dell’uomo progressista quanto il laido contorno dominato da reality show, ignoranza dilagante e capitalismo sfrenato, Omicidio all’italiana parte da una suggestione neanche così peregrina: visto il clamore mediatico che ogni volta riescono a sollevare i casi di cronaca nera, solleticando l’appetito più disgustoso della popolazione, cittadine come Cogne, Avetrana, Novi Ligure e Garlasco possono essere considerate ancora innocue province? La loro fama non dovrebbe farle attestare al fianco di Roma, Milano, Torino e Napoli?
La provocazione è ovvia, ma riesce a cogliere un nervo scoperto, perché l’attenzione dei media su delitti domestici (i “migliori”, come li definiva un sulfureo Alfred Hitchcock) ha un valore strettamente politico, oltre che sociale, e rappresenta nel modo migliore – persino più del calcio – il panem et circenses della contemporaneità. Macchia/Capatonda mette alla berlina gli sgradevoli salotti televisivi pomeridiani, ma poi allarga il discorso al turismo necrofilo, e arriva a usare la gogna anche per le forze dell’ordine, del tutto osmotiche nel rapporto con questa realtà.

Il lancio di ortaggi contro tutto e tutti, per quanto mai accomodante nel dispensare cattiverie e giocare (a tratti anche in modo riuscito) con il cattivo gusto, non riesce però a tramutarsi davvero in Omicidio all’italiana in qualcosa di più di una semplice giostra degli orrori. Il discorso resta inevitabilmente in superficie, incapace di scendere in profondità anche per la pervicace intenzione di prendersi sul serio solo in maniera occasionale. Sotto il profilo del registro comico l’opera seconda di Maccio Capatonda si sfilaccia ben presto: se qualche singola intuizione riesce a cogliere il bersaglio trascinando lo spettatore nella risata, questo avviene solo in modo episodico, e per niente strutturale. La vicenda d’altro canto è meno coesa di Italiano medio, e non può far altro che procedere per accumulo di stramberie, sgradevolezze, colpi assestati all’establishment intellettuale in modo però farragino e poco strutturato. Così le partecipazioni straordinarie (Sabrina Ferilli, Ninni Bruschetta, Nino Frassica) adornano il contorno ma non partecipano fino in fondo alla narrazione, che termina ben presto in un corto circuito logico; un errore anche per un film che fa della logica il suo nemico dichiarato.

Certo, il lassismo di chi dovrebbe investigare sul caso, il volgare disprezzo per la verità dei programmi televisivi, lo squallore di chi costruisce le proprie vacanze sulle aree che hanno vissuto delitti efferati, sono punti fermi apprezzabili, ma che avrebbero meritato un trattamento meno “semplice”. Il meccanismo di Italiano medio funzionava perché il ludus intorno alla materia cinematografica andava a innervare il discorso, stratificandolo anche agli occhi di chi non avrebbe mai colto citazioni o allusioni; in Omicidio all’italiana il gioco sul genere si fa invece statico, e poco propenso a dialogare con la sceneggiatura, così da affossarla invece che sorreggerla. Film comico che riesce a far ridere solo a tratti (e soprattutto per la verve dialettica di Maccio Capatonda e Herbert Ballerina, in continua costruzione di neologismi a tratti davvero efficaci), Omicidio all’italiana non riesce a sfruttare il proprio potenziale, marcando un netto passo indietro rispetto all’opera precedente.

Info
Il trailer di Omicidio all’italiana.
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