A Good American

A Good American

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Vibra di genuino impeto divulgativo, A Good American, documentario incentrato su un’idea “altra” di intelligence, scartata dalla storia recente americana: ma la sua costruzione è debole sul versante dei meri riscontri fattuali.

Dati e (pre)supposizioni

Dopo la fine della Guerra Fredda, il matematico William Binney, brillante tecnico della NSA, inizia a sviluppare un programma di sorveglianza che, senza invadere la privacy, promette un altissimo grado di affidabilità, garantendo una prevenzione quasi totale contro possibili minacce. Tre settimane prima dell’11 settembre 2001, i vertici dell’NSA sospendono l’utilizzo del programma di Binney, in favore di un più costoso software concorrente… [sinossi]

Arriva in Italia con due anni di ritardo, il documentario di Friedrich Moser, A Good American, basato sulla vicenda di William Binney: già brillante matematico della National Security Agency, Binney lasciò poco dopo l’11 settembre 2001 l’agenzia americana, divenendo un severo critico dei programmi di sorveglianza messi in atto dai governi degli Stati Uniti che si sono succeduti da allora. Arriva, il documentario di Moser, proprio quando il tema della sorveglianza, dei suoi problematici confini, e dei suoi legami con la lotta al terrorismo, hanno ricevuto nuova linfa (cinematografica) da prodotti come il recente Citizenfour, documentario insignito dell’Oscar incentrato sulla vicenda di Edward Snowden, e dallo stesso biopic di Oliver Stone dedicato all’ex tecnico della Cia. Non è un caso che lo stesso Stone si sia occupato della produzione esecutiva di questo A Good American, a testimonianza di una continuità ideale (eviteremmo di usare la parola ideologica) con la battaglia portata avanti da Binney e dallo stesso film. Un prodotto che, come già il film di Laura Poitras, punta il suo obiettivo su una vicenda di stretta attualità, tutt’altro che pronta ad essere storicizzata, in un periodo in cui la stessa intelligence statunitense (con la presidenza Trump) vive una fase storica tutt’altro che chiara.

È un documentario dichiaratamente a tesi, A Good American, che già dal titolo rivela apertamente la sua posizione sulla vicenda che tratta: Binney, cripto-matematico dall’esperienza trentennale, aveva messo a punto un programma di sorveglianza infinitamente più economico ed efficace di quello che non riuscì a prevenire gli attentati dell’11 settembre, che venne tuttavia scartato dai vertici dell’NSA per ragioni clientelari ed economiche. Di più: lo scienziato americano (e il regista con lui) sostiene che il software da lui sviluppato (dal nome ThinThread) avrebbe con ogni probabilità evitato gli attentati stessi. Tesi impegnativa e priva di un reale riscontro (al di là delle dichiarazioni dello stesso Binney su una simulazione effettuata successivamente agli attentati) che tuttavia viene assunta dal film come punto di partenza tematico, ma anche emotivo, per la sua trattazione. L’apertura del documentario, con le drammatiche immagini del crollo del World Trade Center, la registrazione della telefonata di una vittima poco prima dello schianto, e le dure parole dello stesso Binney verso chi permise (nella sua visione) quell’azione, stabiliscono infatti un legame immediato (ma anche con un certo grado di arbitrarietà) con ciò che in seguito ci viene raccontato.

Non si può prescindere, nella valutazione di un’opera come questa, dalla sua dichiarata parzialità, che pur non raggiungendo il grado di manipolazione (ottenuta tramite selezione del materiale) e l’impeto propagandistico dei film di Michael Moore, non riesce a non trasmettere l’idea di una personale interpretazione, più che di una registrazione, dei fatti che racconta. La mistura di eventi documentati e di illazioni suffragate da indizi, unita all’assenza di testimonianze “esterne” allo stretto entourage di Binney, demanda alla mente più scettica un atto di fede difficile da accettare. Tuttavia, il film cerca in tutti i modi di farsi accattivante e credibile, a dispetto dei suoi scarsi riscontri probatori, con una struttura semplice quanto cinematograficamente efficace. Un’impostazione più classicamente documentaristica rispetto a quella del già citato Citizenfour, che alterna interviste frontali (con lo stesso matematico ad occupare, ovviamente, una posizione privilegiata) a immagini di repertorio e a spezzoni narrativi ricostruiti, tesi a illustrare frammenti di passato del soggetto. Nonostante la classicità dell’impostazione scelta, Moser si smarca dalle trappole del didascalismo, giocando spesso sull’allusione visiva e sull’assonanza indiretta (specie nell’utilizzo di paesaggi naturali a illustrare le parole del protagonista), peccando forse solo in un uso troppo invasivo del commento sonoro.

A dispetto dei suoi limiti, A Good American vibra di genuino, seppur sbilanciato, impeto divulgativo; la sincerità della sua prosa cinematografica riesce, a tratti, a far dimenticare i piedi di argilla (fattuali) su cui tutta la sua costruzione si regge. Il rifiuto dei bersagli di Binney (e dello stesso regista) a partecipare al film, evidenziato nei titoli di coda, ha probabilmente influito su quel clima da pamphlet di cui il film non riesce a liberarsi.
Non possiamo esimerci dal rimarcare, allargando il raggio del discorso, la nostra indiscussa preferenza per quei prodotti cinematografici che tendano a interrogare, piuttosto che a fornire preconfezionate risposte: il film di Moser si sbilancia in questo, in modo scoperto, sul secondo versante, a dispetto di una confezione cinematografica a cui non si possono disconoscere fascino ed efficacia.

Info
Il sito ufficiale di A Good American.
La pagina Facebook di A Good American.
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