Autopsy

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Autopsy segna il ritorno alla regia del norvegese André Øvredal a sei anni di distanza dal mockumentary Troll Hunter. I fiordi lasciano posto al sud degli States, e il girovagare tra i boschi a un unico, cupo interno: un laboratorio per autopsie. Con Brian Cox ed Emile Hirsch.

Le viscere del male

Tommy Tilden è un esperto medico legale e gestisce con suo figlio Austin un obitorio in Virginia. Un giorno lo sceriffo del posto arriva con un caso di emergenza, il cadavere di una donna sconosciuta ritrovato in un seminterrato a seguito di un pluriomicidio. Sembra un caso come tanti, ma nel corso dell’autopsia i due professionisti vengono man mano turbati da nuove, terrificanti scoperte. Il corpo della donna è perfettamente conservato all’esterno, ma all’interno è stato smembrato e rimangono segni di cicatrici e bruciature, come se fosse stata vittima di un orribile e misterioso rituale di tortura. Mentre padre e figlio cercano spiegazioni scientifiche plausibili a queste scoperte raccapriccianti, cose sempre più inspiegabili sembrano succedere nell’obitorio. [sinossi]

Autopsy segna l’esordio in una produzione in lingua inglese per André Øvredal, nome forse in parte accantonato in un angolo della memoria anche da molti cultori dell’horror e del fantastico, ma che alcuni anni fa balzò di colpo sul proscenio. Oggi quarantaquattrenne, il norvegese Øvredal fu infatti l’autore, nel 2010, di Troll Hunter, mockumentary che attingeva al pozzo scavato da The Blair Witch Project e (per la messa in scena del gigantismo mostruoso) Cloverfield per ragionare in chiave non banale sull’archetipo fantastico dei fiordi, il troll. Troll Hunter divenne un piccolo ogetto di culto, e per il regista si profilarono scenari esaltanti. Sei anni di silenzio non sono pochi, ma l’impressione è che possano essere stati spesi bene: fin dall’incipit, che mostra la polizia di una cittadina del sud degli Stati Uniti alle prese con un massacro domestico di ardua risoluzione (“le vittime cercavano di uscire, non di entrare”, ipotizza confusa un’assistente dello sceriffo) e con il cadavere ignoto di una ragazza sepolto a metà in cantina, Autopsy riesce a trascinare lo spettatore in uno stato semi-onirico, dove gradualmente tutto sembra diventare possibile, anche gli eventi più inesplicabili nel ricorso alla logica.

Rifuggendo dai boschi e dai luoghi aperti che fungevano da location perfette per la ricerca dei mitici troll, André Øvredal si rinchiude nel piano seminterrato dove Tommy Tilden e suo figlio Austin svolgono la mansione di medici legali. La presentazione dei personaggi la dice lunga sulle intenzioni di Øvredal: l’autopsia che i due stanno portando a termine è mostrata in ogni particolare, dal corpo carbonizzato che hanno sotto le mani fino allo studio delle viscere, del cervello e via discorrendo. Autopsy, che virerà ben presto verso timbriche soprannaturali, con il cadavere della ragazza dell’incipit a nascondere non pochi (e terrificanti) segreti, non è un horror edulcorato, tra costole trinciate, cuori e polmoni asportati, denti ritrovati nei luoghi più impensabili. Øvredal non è però un nipotino dell’epopea slasher, e dissemina il racconto di intuizioni visive non prive di eleganza, dimostrando di conoscere con una certa precisione i ritmi dell’horror e le sue pulsioni più profonde.
Certo, non riesce a evitare una certa meccanicità del racconto, e alcuni passaggi – che qui non vengono analizzati nel dettaglio per non togliere la sorpresa agli spettatori – si muovono in direzione della prassi, diventando prevedibili agli occhi del pubblico già svezzato; eppure quella grande magione dispersa nel nulla, con corridoi e stanze nelle quali si possono materializzare i peggiori incubi, riesce a restituire un’angoscia sottile, che non avrebbe bisogno degli escamotage sonori che comunque, di quando in quando, fanno capolino.

Il regista norvegese, per niente spaventato dal mostrare le efferatezze compiute sul corpo dell’ignoto cadavere – a rigor mortis avvenuto, ecco lo spaesamento per chi è abituato alle perversioni del torture porn –, è assai più reticente nel mettere in scena il corpo della ragazza in tutta la sua nudità. Qui si può rintracciare un passaggio significativo, per quanto forse in parte involontario (ma sarebbe interessante materia di discussione): se è lecito, e perfino previsto, che nulla dei colpi inferti durante l’autopsia avvenga fuori campo, lo stesso discorso non è più valido per il corpo intatto della giovane protagonista defunta – tale Olwen Kelly, ignota almeno quanto il personaggio che interpreta, ma ammirevole nella sua staticità cadaverica. Si teme il corpo vivo, il corpo erotico (o, meglio, erotizzabile). Si teme l’eventuale tendenza necrofila. Ma forse, ed è qui che interviene un aspetto non secondario del film, si teme la donna. Autopsy è un film maschile, in cui l’atto “legale” sfiora in più di un’occasione l’ipotesi di stupro – il dottor Tilden fruga anche nell’organo genitale del cadavere, trovandolo per di più martoriato – e si trascorre un’ora e mezza in compagnia di un sopruso a fin di bene. Ma se il cadavere sentisse ancora quel che gli viene fatto? Se quei colpi, quelle raschiature, quegli squarci nel petto, non rimanessero innocui, non fossero davvero post-qualcosa?
Nel suo giocare con la prammatica del genere Øvredal non sempre mantiene la direttrice del progetto, ma Autopsy riesce in ogni caso a perturbare, inquietare e costringere lo sguardo in prospettive non abusate. Il massimo, probabilmente, che gli si potesse chiedere.

Info
Il trailer di Autopsy su Youtube.
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    di Troll Hunter è un mockumentary norvegese diretto dal giovane André Øvredal, che dopo aver spopolato nei festival europei dedicati al fantastico arriva in dvd anche negli scaffali italiani. Un'opera affascinante, in grado di maneggiare i generi.

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