Tomba del tuffatore

Tomba del tuffatore

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La tomba del tuffatore è un manufatto dell’arte funeraria della Magna Grecia, rinvenuto nelle vicinanze di Paestum nel 1968. Idealmente partono da qui la rovina del presente e le vestigia di un passato irriconoscibile (e mai conosciuto) che sono al centro del viaggio materico e ipnotico in cui vengono condotti gli spettatori dai giovani registi Yan Cheng e Federico Francioni. Un cortometraggio già in Satellite alla Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro nell’estate del 2016, e alla ricerca di una meritata visibilità.

Il tuffo nel vuoto

Un uomo cade nel nulla. In un museo del 21° secolo, sul coperchio di un’antica tomba greca, il Tuffatore viene colto nell’atto estremo, sospeso, del volo: il passaggio dalla vita alla morte; dal fisico al metafisico. Intorno a lui, turisti venuti in pellegrinaggio da tutto il mondo. Nella sua vorticosa caduta esploriamo un paradiso artificiale, la Costiera Amalfitana, in cui il tempo è indistinto: uomini e donne vagano tra le rovine del passato, spettacoli ed eventi emblematici. In questa immersione verso il nulla, però, cresce una domanda: chi è, veramente, il Tuffatore contemporaneo? [sinossi]

La cosiddetta “Tomba del tuffatore” fu rinvenuta nelle vicinanze di Paestum nel 1968: mentre il mondo giovanile (borghese) si gettava nelle strade alla conquista del nuovo, l’antico riemergeva per l’ennesima volta, lasciando simboli e misteri di passati che vivono ancora nel nostro sangue, senza che nessuno ci faccia più caso. È un enigma, quello della tomba del tuffatore, ma è anche solo e solamente ciò che appare: il coperchio di un’antica tomba della Magna Grecia, in cui il tuffatore (figura quotidiana che assurge al mito, e viceversa) è immobile, nell’aria. Quasi come il fermo immagine che impedisce – ritarda – il tuffo di Vittorio Gassman in C’eravamo tanto amati. Immobile, il tuffatore. Non è più sulla terra, non toccherà mai l’acqua. È nel passaggio. Ed è quindi, nel suo immobilismo, l’unica cosa viva. Sempre viva. Cantava Flavio Giurato ne Il tuffatore, title-track di uno degli album di cantautorato italiani meno citati ma da imparare letteralmente a memoria: “Volevo essere un tuffatore con l’altezza sotto il naso ed il gonfio del costume; Volevo essere un tuffatore che si aggiusta e si prepara di bellezza non comune; E ora voglio essere un tuffatore per rinascere ogni volta dall’acqua all’aria”. Sì, dall’acqua all’aria, proprio come il tuffatore dipinto sul coperchio di una tomba duemilacinquecento anni fa.

Presentato nel caldo della Mostra del Nuovo Cinema di Pesaro 2016, dove era inserito all’interno del fertile vivaio di Satellite, Tomba del tuffatore è un saggio breve, lo schizzo appuntato su un foglio a penna, con nervosa rapidità, per cercare di racchiudere un concetto che attraversa la mente, e che non è facile focalizzare. È un saggio in fieri, quello portato a termine dai giovani registi Yan Cheng e Federico Francioni, un viaggio all’inseguimento di un’eternità che non è possibile fermare, raggelare, ma forse può rinascere attraverso l’immagine.
È un viaggio nel tempo che fa del tempo (breve) a disposizione il grimaldello indispensabile per scardinare il bauletto, scoperchiare quella tomba che è lì fin dall’inizio, viva e mai nata allo stesso tempo. I due registi, studenti del Centro Sperimentale di Cinematografia nella sede distaccata in Abruzzo, riescono a tracciare le coordinate di un racconto sul corpo pulsante, naturale, della costiera amalfitana, che diventa anche – e forse in parte persino suo malgrado, com’è giusto che sia – viaggio nella memoria, studio antropologico, analisi dell’esistente. Tutto filmato con la stessa naturalezza di una gita in pullman, o di un bagno al mare. Il tuffatore, eternamente in volo, tocca l’acqua nel presente, lanciandosi da una piattaforma naturale impervia e altissima, la rìa nota con il nome altisonante di “Fiordo di Furore”, dal nome del borgo in cui Roberto Rossellini, tra le altre cose, girò L’amore. E c’è anche del furore – nel senso dello sconvolgimento dell’animo, non del paesino – in Tomba del tuffatore: è il furore del dover trovare un senso, un punto di contatto, quell’incrocio che permetta di compiere uno snodo. Muti ma mai puramente descrittivi, i due giovani registi riescono a lavorare di montaggio come se stessero ragionando per figure retoriche. Tomba del tuffatore riecheggia di anafore, metonimie, sineddoche, ellissi e zeugmi, e si muove come le onde del mare, avanzando e retrocedendo. Nello spazio e nel tempo.

Non ha inizio né fine, com’è ovvio, un lavoro come quello di Cheng e Francioni. Non ha altro che il tempo presente in cui esiste; per questo passato e presente possono sovrapporsi, come le vestigia di un tempo oramai eroso e il gioco di un cane sull’erba, sovrastate e unite dalla rilettura del Pergolesi per mano (e voce) di Maria Pia De Vito, o come le statue che fanno da astanti a un matrimonio. La vita vive solo grazie alle rovine, e ai lasciti, di passati che non sono più neanche lontanamente conoscibili ma si agitano sottopelle, vibrano ancora. Ha la potenza delle immagini remotissime, Tomba del tuffatore, come un gruppo di ragazzi che si lancia in acqua da un enorme scoglio – e che in qualche modo rimanda a un altro film moderno e vecchissimo, atemporale, Storm Children, Book 1 di Lav Diaz –, e non ha timore di utilizzarle.
Un film di rovine, che l’uomo continuerà a creare per distruggere e dimostrare una volta di più il suo essere vivo, e un film che non cede mai al fascino dell’estetica. Un breve film prezioso, rinnovato a ogni istante nella sua essenza. E ancora in volo.

Info
Il trailer di Tomba del tuffatore.
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