Gotthard

Gotthard

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Un kolossal in piena regola, la più grande produzione di sempre per la televisione svizzera. È Gotthard, il film in due parti che per il piccolo schermo (ma con grandi mezzi) racconta la sfida lanciata dall’uomo per la costruzione del tunnel del San Gottardo. Con un cast eterogeneo e multilingue che vede coinvolti tra gli altri Miriam Stein, Maxim Mehmet e Pasquale Aleardi. Un’operazione ambiziosa, non priva di squilibri, ma della quale viene naturale apprezzare lo sguardo sociale, teso a portare allo scoperto il conflitto tra un progetto fortemente progressista e l’orrido sfruttamento delle masse lavoratrici, minatori spesso immigrati mandati senza troppe remore al macello. Ma sono gli anni in cui un fantasma si aggira per l’Europa…

La ragazza e la miniera

Primavera del 1873: persone provenienti da ogni angolo della terra arrivano nel villaggio svizzero di Göschenen, nel cantone di Uri, per collaborare alla costruzione del tunnel del San Gottardo. Il paese non ha le capacità di contenere tutta quella gente, e così il progettista tedesco Max e il minatore italiano Tommaso si contendono l’ultimo posto a disposizione presso l’azienda agricola del carrettiere locale. I due sono caratterialmente opposti, ma nonostante l’antipatia a pelle saranno costretti a condividere la stanza. Ma non solo… [sinossi]
Ora c’è una ragazza di vent’anni che vive qua
Con lei dormo la notte, divido la notte
E una notte forse lei mi sposerà
Ora c’è una miniera che ci danno mille lire
L’ora per andare giù
Quando usciamo inciampiamo nelle stelle
Perché le stelle quasi ormai non le vediamo più.
Meno male che c’è sempre qualcuno che canta
E la tristezza ce la fa passare
Se no la nostra vita sarebbe
Una barchetta in mezzo al mare
Dove tra la ragazza e la miniera
Apparentemente non c’è confine
Dove la vita è un lavoro a cottimo
E il cuore è un cespuglio di spine.
Francesco De Gregori, La ragazza e la miniera

Il primo dettaglio che salta agli occhi durante la visione di Gotthard, presentato a Palazzo Trevisan degli Ulivi durante le giornate di Cinema Svizzero a Venezia, riguarda inevitabilmente il gigantismo produttivo. Pensato per il piccolo schermo, questo romanzo fluviale sugli scavi per la creazione del traforo del San Gottardo non ha nulla o quasi del prodotto televisivo, e dall’alto del suo costo monstre di 11 milioni di franchi rivendica il suo essere la produzione più costosa di sempre per quanto riguarda la serialità elvetica. Tra location en plen air ricostruite in Repubblica Ceca, e una certa cura del dettaglio, l’impressione è quella di trovarsi a tu per tu con un oggetto difficile da identificare per la tv non anglofona, quella che di solito preferisce giocare sul sicuro, senza avventurarsi su territori impervi. Non priva di retorica, né in grado di evitare una semplificazione della Storia – quella con s maiuscola, visto che al contrario la narrazione procede per blocchi abbastanza ben delineati, ed evita di cadere in contraddizione – la materia di cui si compone Gotthard riecheggia di moti quasi naturalisti, con gli operai al lavoro per lo scavo del traforo dipinti da Urs Egger (qualcuno ricorderà forse il suo Kinder der Landstrasse, venduto con il titolo internazionale Children of the Open Road, con il quale nel 1992 cercava di fare luce sul dramma degli jenisch, gli “zingari bianchi” che la Svizzera cercò di eliminare nel corso degli anni Settanta, ricorrendo all’aberrazione dell’eugenetica) con una vivida schiettezza non poi così dissimile dagli eroi del Germinal di Émile Zola.

Da un punto di vista prettamente narrativo Gotthard si muove lungo le sue tre ore di durata – in televisione è stato presentato in due parti da un’ora e mezza l’una, riscuotendo un grande successo – seguendo un percorso lineare, perfino troppo cronologico: si parte dall’arrivo a Göschenen, nel Canton Uri, del futuro ingegnere Max e si prosegue evitando tornanti di ogni tipo, quasi seguendo in modo ideale la costruzione del traforo. Un passo per volta, ma sempre nella medesima direzione. Questo aspetto fortifica l’impressione che Gotthard raffiguri la rappresentazione in forma televisiva del romanzo ottocentesco, in cui le tensioni emotive sono anche e sempre tensioni politiche – pur sfumate in una semplificazione che preferisce la retorica del buono e dei cattivi a una reale lettura stratificata – e l’obiettivo lo si raggiunge attraverso il tempo, in uno spazio definito, a suo modo quasi immutabile.
Questa scelta, operata da Egger insieme ai suoi sceneggiatori Niklaus Hilber, Patrick Tönz e Stefan Dähnert, permette di cogliere un cortocircuito volontario e piuttosto interessante: da un lato Gotthard magnifica le arti progressive di un’umanità che non si ferma davanti allo strapotere della natura nel cercare di migliorare la vita (il traforo del San Gottardo era ovviamente benaugurato dai grandi gruppi industriali, che avrebbero potuto contare su una via d’accesso privilegiata in grado di collegare il blocco nord della Mitteleuropa al sud, aprendo di fatto un canale con l’area mediterranea, ma di fatto contribuì a confederare ancora di più la Svizzera, creando un contatto diretto tra l’area germanofona e quella di lingua italiana), ma dall’altro non ha timore a mostrare le iniquità di trattamento cui andarono incontro gli operai, spesso immigrati e costretti a una vita di stenti, in un macello istituzionalizzato e accettato senza troppi problemi.

Se si esclude il lato feuilletton della vicenda, con la solita storia di un triangolo amoroso che annulla sulla carta il concetto di differenza di classe (la piccola imprenditrice Anna, che gestisce l’azienda agricola con il padre, è divisa tra l’operaio Tommaso e il figlio della Germania bene Max; tra loro gli uomini sono per di più amici), Gotthard gioca le sue carte migliori nella messa in scena delle rivendicazioni operaie. Nulla viene edulcorato delle terribili condizioni igieniche e sanitarie in cui si trovarono a lavorare migliaia di operai, e ancor meno si cerca di annacquare la soppressione dei naturali moti di protesta e degli scioperi a colpi di baionetta. Anche se Egger non riesce a evitare di trasformare il discorso politico in un bignami dei punti cardine del pensiero socialista, marxista e anarchico che a ridosso della Prima Internazionale iniziavano a diffondersi a macchia d’olio in tutta Europa, Gotthard sa scegliersi la parte, e lo fa con un nitore che appare quasi sorprendente. Ancor più sorprendente se questo nitore si lega a un afflato epico, da romanzo d’appendice, e a una messa in scena che non lesina sforzi per appagare lo sguardo dello spettatore.
Gotthard è un’operazione ambiziosa, non priva di squilibri e di debolezze – la seconda parte disperde molte delle intuizioni e della tensione narrativa dell’incipit, per esempio –, ma della quale viene naturale apprezzare lo sguardo sociale. Quando Tommaso informa Max di volersi recare a Londra perché lì è andato ad abitare Karl Marx “e io ho letto tutti i suoi libri” il dialogo appare abbastanza risibile, ma quale altra produzione da prime time sulle reti nazionali avrebbe mai osato tanto, soprattutto in tempi di centrismo politico quasi ottuso? Tra una sequenza spettacolare e un promemoria storico sulle vessazioni delle classi subalterne, Gotthard assolve quindi completamente al proprio compito. E lo fa con dignità, dote non comune.

Info
Qualche ripresa sul set di Gotthard.
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