Manon

Espressione cristallina del sadismo di Henri-Georges Clouzot, Manon è un film che mostra l’impossibilità dell’amor fou. Stasera al Palazzo delle Esposizioni di Roma per l’omaggio a Clouzot e al noir francese.

Ti amo, ma…

La vita e l’amore di Manon e di Robert attraverso una lunga serie di peripezie, dalla Seconda Guerra Mondiale alla fuga verso la Palestina, dall’omicidio alle truffe, alla prostituzione e al mercato nero. Una continua lotta per sopravvivere e il costante e autolesionistico tentativo di Manon di sfuggire all’amore della sua vita. [sinossi]

Vincitore nel 1949 del Leone d’Oro alla Mostra del Cinema di Venezia, Manon è il quarto lungometraggio di Henri-Georges Clouzot, il film in cui il cineasta francese esplicita in maniera definitiva – e poi divenuta proverbiale – il suo sadismo, in particolare verso il genere femminile. Se nel suo lavoro precedente, Legittima difesa, la donna era svampita, sensuale e ‘facile’ ma sempre fedele, mentre l’uomo era maldestramente possessivo e geloso e non riusciva a uccidere per amore, qui la donna tradisce ripetutamente e l’uomo uccide, ma la punizione arriva per lei e non per lui.
Manon è però una ‘problematica’ femme fatale, come lo era Jenny Lamour di Legittima difesa e come soprattutto lo sarà poi la Dominique/Brigitte Bardot di La verità (1960), persino – come una novella, libidinosa, Giovanna d’Arco – messa alla sbarra e pubblicamente giudicata e giustiziata per le sue impudicizie e per i suoi costumi libertini (in realtà figli della nascente liberazione sessuale). Ed è chiaro che un po’ Clouzot si compiace della posizione pruriginosa dei vecchi giudici, anche se allo stesso tempo non può fare a meno di provare simpatia per la Bardot. Ma per l’appunto anche in Manon la protagonista non è una classica femme fatale, anzi è pericolosamente (per lei e per gli altri) problematica. Innanzitutto perché, anche se tradisce, ama davvero.

Geniale adattamento del romanzo settecentesco dell’Abbé Prevost, intitolato Storia del cavaliere Des Grieux e di Manon Lescaut, con qualche punta di debito nei confronti dell’opera pucciniana di fine Ottocento che già semplificava il titolo in Manon Lescaut, il film di Clouzot sposta tutto il racconto nel suo quasi-presente, facendo iniziare la storia sotto gli ultimi bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale e cambiando la destinazione della fuga finale dei personaggi: non più la terra delle opportunità americana, come nelle precedenti versioni, quanto la Terra Promessa israeliana che veniva fondata proprio nel 1948. Un colpo di genio che permette di mantenere la dimensione religiosa: la Manon dell’Abbé Prevost sarebbe dovuta andare in convento contro la sua volontà, quella di Clouzot spera di emendare i suoi peccati in Palestina, aspirando inconsapevolmente a un presunto e impossibile ritorno alla purezza virginale. E non a caso Clouzot fa iniziare la vicenda proprio all’interno di una Chiesa diroccata, esposta ai bombardamenti: Manon sta per essere rasata ed esposta a pubblico ludibrio dai suoi compaesani per l’infamante accusa di aver flirtato con i tedeschi; il partigiano Robert però la salva e poi la tiene prigioniera in chiesa, ma ben presto si innamora di lei, abbandona la lotta e fugge con la donna a Parigi.

La miseria come conseguenza della Seconda Guerra Mondiale e la precarietà della vita in quei tempi rocamboleschi e tragici diventano perciò gli strumenti che connotano l’amore di Manon e Robert: lei vuole liberarsi dalla povertà e dunque accetta le avance di ricchi signori e spinge lui a trafficare nel mercato nero, lui ad un certo punto capisce che non può che vivere continuando a sfiorare la morte e che sarebbe illusorio rifugiarsi in campagna.
D’altronde, il treno stracolmo di passeggeri con destinazione Marsiglia – con il vagone comodo ed elegante concesso per l’uso esclusivo dei militari americani – e la nave merci nella cui stiva sono assiepati gli ebrei europei in fuga dall’Olocausto appena compiutosi, ma anche il nuovo sterminio che viene messo in opera dai beduini al momento dell’arrivo in Terra Santa (inquietante prefigurazione del conflitto tra il mondo arabo e quello occidentale), sono elementi che ci danno la dimensione di un mondo impazzito, in cui si vive e si muore con uno schiocco di dita, e dunque non resta che amarsi per continuare a sopravvivere.
Un amore che però, viste le condizioni in cui si trova a sbocciare, non può che essere conflittuale, estremo, sadomasochistico: il sentimento tra i due nasce infatti nel momento in cui Manon e Robert si picchiano nella chiesa diroccata e si alimenta subito dopo sotto i bombardamenti. Si rinfocola poi sempre per la via di conflitti tragici, come quando Robert scopre che Manon si prostituisce e, mentre sta per strozzarla, ricomincia ad amarla più di prima, o come quando arriva ad uccidere per lei e allora lei torna a innamorarsi di lui.

E, nel finale, per alzare ancora di più la posta di questo gioco al massacro, Clouzot arriva addirittura ad osare l’inosabile: si mette ad indugiare sulla tetta semi-scoperta di Manon esanime e poi allude persino alla necrofilia. Questo, mentre intorno a loro il paradiso della Palestina si è rapidamente trasformato nell’inferno del deserto, tra carcasse di animali e il sogno di una nuova vita subito infranto. Le illusioni della Francia e dell’Europa della ricostruzione post-bellica naufragano profeticamente già tutte qui, in un film del 1949.

Info
La pagina Wikipedia italiana di Manon.
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