Né leggere né scrivere

Né leggere né scrivere

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Né leggere né scrivere, cortometraggio di Edoardo Ferraro (già autore di Colazione sull’erba, visto alla Sic veneziana lo scorso settembre), è un dolente viaggio nell’Italia di provincia degli anni Sessanta, cannibalizzata dall’epicentro del potere, che la sfrutta attraverso la “rivoluzione” del mezzo televisivo. Un’opera elegante, non priva di sincero affetto per i suoi personaggi, ma a tratti troppo calligrafica, quasi che la realtà dovesse necessariamente essere trasfigurata, in un processo di anestesia che ne depotenzia la lettura sociale e politica.

Elcito, 824 metri sul livello del mare

Anni sessanta, Roma. Italo è un giovane appassionato di Filosofia che lavora, svogliato, negli studi della RAI come assistente del signor Palombi, il quale lo costringe a tornare nel luogo in cui è nato, Elcito, un paesino nel cuore dell’Appennino marchigiano abitato solo da pochi anziani. Il compito del ragazzo è infatti quello di fare da interprete tra gli abitanti e il suo superiore. Insieme stanno cercando persone analfabete per un nuovo programma televisivo di carattere didattico. L’obiettivo di questo programma è chiaro e preciso: permettere a tutti, anche a coloro che non sanno né leggere né scrivere, di conoscere, imparare, capire quei segni che, anche senza parlare, ci fanno ‘sentire’ la voce degli altri. [sinossi]

“Per non saper né leggere né scrivere” è una delle frasi fatte più (ab)usate nel normale eloquio italiano; un colorito, ma non privo di eleganza, mettere le mani avanti rispetto a ciò che si sta affermando. Un modo per anticipare che si preferisce giocare sul sicuro, senza troppi rischi. Gioca su questa frase fatta, e sul suo contrasto con la realtà (dove non sapere leggere o scrivere acquista ben altro peso sociale), il cortometraggio di Edoardo Ferraro Né leggere né scrivere, prodotto dal Centro Sperimentale di Cinematografia e presentato all’interno del concorso internazionale del Ca’ Foscari Short Film Festival. In un’epoca in cui si sciorinano dati a dir poco preoccupanti sull’analfabetismo di ritorno, e sull’incapacità di buona parte della popolazione italiana – anche tra i diplomati e i laureati – di comprendere davvero il linguaggio, un viaggio a ritroso nel tempo alla ricerca nostalgica di una provincia “ignorante” non può certo apparire casuale. Ferraro, coadiuvato in fase di sceneggiatura da Elisa Dondi e Marco Borromei, evoca Non è mai troppo tardi. Corso di istruzione popolare per il recupero dell’adulto analfabeta, la trasmissione Rai diretta da Alberto Manzi che cercava nella fascia preserale di aiutare la popolazione analfabeta a comprendere la lingua scritta. Una trasmissione che fece epoca, ed è tuttora citata come uno degli esempi più fulgidi della vocazione pubblica della televisione di Stato. Né leggere né scrivere in qualche modo ribalta la prospettiva, ipotizzando che un programma simile non fosse poi così distante da un antropologismo ghignante, ghettizzante nei confronti della popolazione “di provincia”, più simile negli intenti in realtà ad Angelo Lombardi, l’amico degli animali, e al suo celebre adagio “Andalù portalo via”…

Ha molti pregi, Né leggere né scrivere, a partire da una forma elegante, arricchita dal bel lavoro fotografico sul bianco e nero portato a termine da Cosimo Caroppo e dal ritmo, ora sincopato ora prossimo alla stasi, dettato dal montaggio di Davide Minotti e dalle scelte di messa in quadro. Appare allo stesso tempo evidente come Ferraro, nonostante la giovane età (è nato nel 1989), sappia come maneggiare il meccanismo dell’immaginario, dote che aveva messo in mostra anche in Colazione sull’erba, selezionato nel settembre del 2016 tra i cortometraggi presentati alla Settimana Internazionale della Critica di Venezia. Né leggere né scrivere è una commedia all’italiana in piena regola, e lo sottolineano le location scelte (il paesino di Elcino, nel cuore delle Marche), la morale agrodolce, l’utilizzo della colonna sonora, il gioco tra professionismo e attori presi dal vero, sempre che questo termine abbia un senso. Tutto, sotto il profilo della ripetizione di uno schema estetico, è curato fin nel minimo dettaglio.
Forse è proprio qui che si può avvertire il maggior senso di spaesamento rispetto alla visione del cortometraggio: nell’operazione di ricalco del già esistente Ferraro smarrisce di quando in quando la sua verità, con il rischio di trasformare Né leggere né scrivere in una avventura puramente estetica, ma priva di reale forza. Il calligrafismo è dietro la porta, e solo qualche intuizione a suo modo struggente – il dialogo con il locandiere assai più dell’incontro di Italo con la madre, che già sfocia verso un patetismo di impatto sicuro ma più facile – riesce a evitarne le secche. Il rischio è quello di inserirsi in uno sguardo già di sistema, tarpando le proprie libertà sacrificate sull’altare di un “professionismo” sicuramente da difendere, ma che non può diventare l’unica ruota motrice dell’ingranaggio. Un lavoro di diploma al CSC interessante, per quanto non completamente compiuto, di un regista che già è in grado di incuriosire lo sguardo, con appena un paio di corti nel curriculum. Non è cosa da poco.

Info
Il trailer di Né leggere né scrivere.
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