Almost Dead

Almost Dead

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Almost Dead permette a Giorgio Bruno di partecipare al revival dello zombi-movie, rivisto però dal giovane regista italiano con uno sguardo nostalgico, più prossimo ai ritmi romeriani che alla rilettura di buona parte degli autori contemporanei. Un horror che non rinuncia a una seppur labile interpretazione politica e sociologica del ‘morbo’, ma si fa notare soprattutto per una compattezza e un’asciuttezza che lo collocano nel cuore del genere, con pretese che lo spingono ben al di là dei confini nazionali.

La selva oscura

La dottoressa Hope Walsh, sopravvissuta a un terribile incidente d’auto, si ritrova in un luogo sconosciuto e desolato. Il genere umano è stato colpito da una dilagante epidemia infettiva che ha trasformato quasi tutti in zombie. Colpita da amnesia, Hope avrà solo sei ore di tempo per trovare l’antidoto capace di fermare il virus, entrato nel suo corpo attraverso il morso di uno zombie. [sinossi]

Il primo pregio di Almost Dead è quello di ricordare a tutti, anche ai più distratti, che laterale alla via principale della produzione cinematografica italiana ne corre un’altra, parallela ma mai convergente. Non, come quella che porta a un cinema di ricerca più interessato a profanare la prassi e a tentare percorsi che un tempo si sarebbero definiti “d’avanguardia”, antisistemica, ma che prova, con le pur scarse armi a disposizione, di proporsi come integrazione al sistema vigente; un sistema che però, almeno per adesso, non sembra avere la benché minima intenzione di lasciare spazio a chi si occupa di lavorare il genere. Nonostante l’esempio mainstream dei vari Veloce come il vento e Lo chiamavano Jeeg Robot, sicuramente episodi produttivi di maggior peso rispetto alla media di una nazione che procede al ritmo della commedia, sempre più sclerotizzata e standardizzata, tutto quel che concerne l’exploitation, che si tratti di horror o di fantascienza, di thriller o di fantasy, fatica a ottenere la giusta attenzione da chi investe soldi in Italia nella settima arte. I registi dediti al genere rimangono dunque reclusi in un recinto secondario, costretti a muoversi in un sottobosco che con grandi difficoltà riesce a ottenere i fondi necessari per allestire un set, e quando questo miracolo avviene non sa per tempo se si aprirà anche la via della distribuzione in sala, chimera pressoché irraggiungibile per la stragrande maggioranza di questi titoli. Distribuzione Indipendente sembrava poter rappresentare un’eccezione alla regola, ma negli ultimi anni ha iniziato a ridurre al minimo le uscite in sala; così i vari Federico Sfascia, Lorenzo Bianchini, Sebastiano Montresor, Domiziano Cristopharo, Ivan Zuccon (solo per citare alcuni dei nomi più noti, ma la lista sarebbe davvero molto lunga) rimangono fuori da ogni speranza di distribuzione nazionale, così come quel Raffaele Picchio che ai tempi di Morituris si vide scatenare contro le erinni della censura di Stato, che vietarono persino il nulla osta, non accontentandosi del divieto ai minori di anni 18, quel divieto che invece colpì – per esempio – P.O.E. – Poetry of Eerie, il film collettaneo messo in piedi da Cristopharo.

Almost Dead di Giorgio Bruno rappresenta dunque l’ennesima speranza che qualcuno si renda conto del potenziale espressivo del cinema italiano anche quando esula dalla prassi produttiva nazionale, anche quando gli attori in scena non sono particolarmente noti (qui l’unico volto riconoscibile è quello della protagonista Aylin Prandi, già vista tra gli altri in Diaz – Don’t Clean Up This Blood di Daniele Vicari, Il paese delle spose infelici di Pippo Mezzapesa, Qualche nuvola di Saverio Di Biagio, Gianni e le donne di Gianni Di Gregorio, Amaro amore di Francesco Henderson Pepe, e Il prossimo tuo di Anne Riitta Ciccone), anche quando il budget è ridotto al minimo.
Perché Bruno dimostra di saper gestire un set anche con le risorse ridotte al minimo: chiude un’intera storia di zombi nell’abitacolo di un’automobile che ha avuto un incidente, elimina quasi completamente i personaggi eccezion fatta per la già citata Prandi, gioca d’atmosfera, e di psicologia. Anche gli effetti speciali abbandonano il piatto griogiore del digitale normalizzato per puntare su un recupero, mai tardivo, dell’artigianato. Non è un caso che gli zombi di Almost Dead, al contrari di non pochi esempi contemporanei, riprendano i ritmi e le movenze che donò loro il padre tutelare del sottogenere, George A. Romero; lenti, all’apparenza del tutto privi di un’intelligenza che non sia quella legata alla nutrizione, questi zombi aggrediscono di quando in quando l’automobile in cui si è risvegliata la dottoressa Hope Walsh, del tutto priva di memoria per il colpo in testa ricevuto nell’incidente.

Hope, speranza. Riferimento fin troppo facile, forse, ma che coglie uno dei tratti distintivi di Almost Dead, la volontà di non costruire particolari sovrastrutture, cercando invece di colpire direttamente il bersaglio, senza troppi fronzoli. Ne viene fuori un horror asciutto, che non cerca una visionarietà impossibile – o per lo meno assai difficile da rendere con così pochi mezzi produttivi – ma si adatta alla bisogna, senza per questo rinunciare a una pur labile e forse semplice lettura sociale e politica del tema “zombesco”. Perché tutto, anche un’epidemia su scala globale, è riducibile a un conflitto di classe; prima ancora di essere vittime di mostri cannibali che vogliono cibarsi delle loro carni, i protagonisti di Almost Dead sono vittime del Capitale, della difesa elitaria della classe dominante. Un’immagine tragica, riletta con grottesca crudeltà nella sequenza finale.
La vera speranza è che un film come quello di Giorgio Bruno (qualcuno ricorderà Nero infinito, un noir piuttosto involuto ma dalle potenzialità non disprezzabili) non finisca nel dimenticatoio, e che la classe dominante, quella delle commedie nazionalpopolari, non si accanisca una volta di più sulla classe dominata, costringendola all’infezione, e all’inevitabile morte. A meno che non si trovi un antidoto…

Info
Il trailer di Almost Dead.
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