Una squillo per l’ispettore Klute

Una squillo per l’ispettore Klute

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La New Hollywood e i generi rinnovati. Per Sinister e CG torna in dvd dopo lunga irreperibilità Una squillo per l’ispettore Klute di Alan J. Pakula, decostruzione del noir classico sulle note dell’amarezza e disillusione. Uno dei ruoli più belli per Jane Fonda, premiata con l’Oscar.

A seguito della misteriosa scomparsa del suo migliore amico il detective John Klute si sposta dalla Pennsylvania a New York per svolgere indagini private sul caso. Cercando la verità incrocia la sua strada con la squillo Bree Daniels, che si prostituisce per una clientela di alto bordo continuando a nutrire speranze di attrice e modella. Bree è un’anima inquieta in trattamento da una psicologa, incapace di legarsi veramente a qualcuno. Tra i due nasce un rapporto di protezione e faticoso avvicinamento, mentre l’indagine li spinge sempre più verso un sottobosco metropolitano di miseria e perversione. [sinossi]

La New Hollywood anni Settanta operò anche una sostanziale e importante rilettura dei generi classici. Ciò che spesso nell’industria americana veniva relegato nel consumo di massa e rinforzato da una sterminata produzione di b-movies, dalla fine dei Sessanta viene reinterpretato secondo nuovi umori e nuove strade narrative. Sostanzialmente, secondo un quadro mediale e sociale in profondo stato di mutazione. La crisi della Hollywood classica si tradusse in tal senso anche in uno dei momenti più fertili e preziosi del cinema americano; l’età del cinema a stelle e strisce probabilmente più amata dal pubblico popolare fino ai giorni nostri, per quella capacità di abbinare lo sguardo autoriale di tutta una schiera di giovani registi (Scorsese, Coppola, Cimino, Ashby, Bogdanovich, Spielberg, e chi più ne ha più ne metta…) ai mezzi imponenti della realtà cinematografica più ricca del mondo. Il paese dei balocchi messo in mano a nuove generazioni di visionari, ambiziosi e ardimentosi.
Una squillo per l’ispettore Klute, recuperato adesso in dvd da Sinister e CG dopo lunga irreperibilità, si profila secondo tale ragionamento come un film a suo modo seminale, che già raccoglie suggestioni di mutamenti in atto e prefigura sviluppi successivi. Vede la luce nel 1971, ovvero agli albori di tale grande rinnovamento espressivo, e si tiene ben lontano dalla riletta idea di grandeur che darà poi vita a nuove forme di epopea e/o kolossal.
Opera seconda di Alan J. Pakula, nome importante neanche troppo prolifico e caratterizzato da una vaga discontinuità, il film propone una propria revisione del noir, genere di lunghissimo corso nella cinematografia americana che viene riaggiornato a nuovi contesti. In sostanza si tratta di una rilettura condotta nell’alveo della disillusione e della decostruzione di miti. Il Sogno Americano si sta bruciando a poco a poco, e pure le certezze del noir seguono di pari passo tale generale stanchezza esistenziale. Si va alla scoperta di un nuovo paesaggio metropolitano, di cui si tralascia il fascino superficiale per addentrarsi nella miseria delle sue periferie, dove per l’appunto il Sogno ha rivelato più rapidamente e drammaticamente il proprio rovescio. Salgono in primo piano personaggi generalmente rifiutati fino a quel momento in veste di protagonisti, o quantomeno non indagati con altrettanto realismo.

Realismo crudo, non crudissimo, almeno nel caso di Pakula, che spesso sembra smussare di una morbida eleganza gli angoli più aspri, grazie anche a una curatissima fotografia di Gordon Willis. Tuttavia la sceneggiatura lascia emergere dai territori del rimosso tutto quel che da sempre ha ribollito sotto la superficie della Hollywood classica, specie in quella di genere. Si sposa una maggiore franchezza, si chiamano le cose col loro nome, si dà spazio al turpiloquio, a prostitute sia pure d’alto bordo alle quali si riserva il ruolo principale, alla tossicodipendenza, a perversioni sessuali che occupano le motivazioni profonde di una serie di crimini.
Non si tratta di un cinema che pesca nel torbido o che marcia scientemente nei bassi istinti del pubblico, come magari accadrà nel thriller dagli anni Ottanta in poi. Al contrario Pakula lavora con grande serietà e applicazione a una materia narrativa in cui più di tutto sembra pulsare sotto la superficie un profondo dolore esistenziale, un senso di vuoto e scoramento, la disintegrazione dell’individuo dentro a un profilo metropolitano che niente mantiene di ciò che, un tempo, promise.

A conti fatti la New York di Klute è la grande presente/assente; gli esterni non sono moltissimi, ancor più rari gli esterni/giorno. Per larga parte Pakula percorre i solchi che la metropoli ha lasciato sui suoi protagonisti, le tracce urbane su una mappa geografica che è l’anima dell’individuo. Assumendo un canone piuttosto convenzionale (il contrasto tra grande città e provincia) e imbastendo dal punto di vista di Klute una sorta di discesa agli inferi nel miserando sottobosco newyorkese, Pakula inanella anche una serie di interni tutti improntati al racconto della disillusione e della fine dell’uomo, con adesione a un “falso realismo” nei fatti fortemente stilizzato.
Con qualche eredità diretta dall’arte visiva anni Sessanta, Pakula mostra di amare fortemente la composizione geometrica dell’inquadratura, o meglio la messa in quadro (dentro al quadro) di geometrie imprigionanti. Ricorre spesso il quadrato, a cominciare dalla reiterata ripresa dall’alto dell’ascensore in cui Bree si muove inquieta come un leone in gabbia. Del resto è inconsueta anche l’attenzione riservata al disegno della protagonista, a tutto svantaggio di Klute che è volutamente lasciato nell’indefinitezza, quasi a voler smontare scientemente il canonico ruolo-funzione del detective di polso e decisionista. Klute fa bene il suo mestiere, ma resta sostanzialmente un personaggio passivo, perplesso spettatore di un mondo degradato lontano anni luce dalla quiete della sua Pennsylvania. A Bree Daniels è invece riservato uno splendido ritratto, che scende a fondo nelle ragioni di nuove nevrosi, dettate dall’inquieto rifiuto di appartenere a qualcuno secondo un tormentoso profilo di estrema ambivalenza emotiva.

Per lasciare posto al suo bel personaggio principale e alla sua relazione con Klute, Pakula decostruisce sapientemente gli schemi collaudati del noir classico, sfrangiando gli stessi confini fra i generi. Partendo come una sorta di giallo, in realtà Una squillo per l’ispettore Klute rivela a neanche metà del racconto chi è l’infame di turno, tramutando il resto del film in un noir nutrito di suspense. Bene o male i luoghi canonici ci sono tutti, ma volutamente sfilacciati, spesso ininfluenti. L’indagine procede a singhiozzo, non va da nessuna parte o apre piste che si perdono, e almeno una volta Klute riconosce amaramente il decorso fallimentare della sua inchiesta (“Credevo ci fosse più roba”, dice sconsolato davanti allo scatolone degli effetti personali di una delle vittime). Rompendo volentieri la linearità del racconto, Pakula apre ampie parentesi a tutto vantaggio del suo materiale umano, con passo lento e tutto trattenuto. Dagli incontri notturni tra Bree e Klute, alla sequenza non necessaria dell’uscita al mercato della frutta, alla chiara intenzione di raccontare personaggi a loro volta ellittici e frammentari: basti pensare all’inaspettato colpo di forbici di Bree ai danni di Klute, del quale per prima rimane attonita lei stessa. In tanta umanità vulnerata Pakula riesce anche a indovinare un bell’accento romantico. Di romanticismo “moderno”, precario, disilluso, come sottolinea la stessa Bree nel finale, poco persuasa che la sua vita con Klute possa davvero avere un futuro.

In tutto questo si può forse eccepire che, decostruendo così a fondo il linguaggio del noir, a Una squillo per l’ispettore Klute rimangano pochi meriti sul piano degli strumenti specifici del genere stesso, ovvero scarsa suspense ed eccessiva diluizione dei tempi narrativi. Ciò è in parte vero, e anzi gli atti dovuti al cinema di genere (come l’inseguimento ai piani superiori della palazzina) talvolta sortiscono l’effetto contrario, ovvero non tengono col fiato sospeso bensì lasciano chi vede nella paradossale attesa di un’altra bella parentesi di Bree dalla psicologa.
Tuttavia, all’interno di una non-struttura intensamente perseguita, Pakula congeda il proprio film con un’ultima mezz’ora da manuale, benissimo cadenzata sulle note della suspense e dell’attesa. Ben sostenuto da un commento musicale dagli accenti quasi argentiani, il film mostra una sequenza in prefinale di grande sapienza anche nell’uso dei luoghi (la resa dei conti avviene in una sartoria dopo l’orario di chiusura). A confermare quanto la riflessione di Pakula sia corroborata da consapevolezza del mezzo, Bree compie una camminata in mezzo ai tavoli da lavoro che si conclude con uno sguardo in macchina speculare alla soggettiva del maniaco. Uno sguardo in macchina che fa il paio con un’altra inquadratura nell’esordio del film, in cui Bree attraversando la strada va quasi a scontrarsi con la macchina da presa. In entrambi i casi lo sguardo dell’attore interviene a rompere l’illusione mimetica, quasi a voler far deflagrare il linguaggio senza eccessive insistenze fin dal minimo principio della rappresentazione cinematografica.
D’altra parte, non appare casuale che il titolo originale reciti semplicemente Klute, demandando allo sguardo di un protagonista-non protagonista il ruolo di spettatore di un’esistenza, quella di Bree. Soltanto nello sguardo dell’altro, nell’essere visti si può nutrire qualche speranza di esistere ancora.

Per questo film Jane Fonda vinse il suo primo Oscar, e benché la sua premiazione sia ricordata come una delle più fischiate della storia dell’Academy (pare più per ragioni politiche che altro), il ritratto di Bree Daniels è di quelli che rimane dentro. Il suo disagio, i suoi incubi notturni, la paura del buio e della solitudine, la paura di appartenere. Fu anche un segnale che le cose stavano davvero cambiando per l’establishment hollywoodiano. Dopo l’Oscar a Un uomo da marciapiede (1969) adesso si premiava un’attrice per un ruolo di squillo dai toni ineditamente franchi, calata in una vicenda di esplicite perversioni, sfruttamento della prostituzione e tossicodipendenza. Per una decina d’anni l’Academy fu audace e coraggiosa come in pochi altri momenti della sua storia, premiando spesso il meglio di una cinematografia che stava vivendo uno dei suoi massimi storici. Poi gli anni Ottanta: e Jane Fonda scoprì l’aerobica.

Extra
trailer cinematografico, making of (7′ 59”).
Info
La scheda di Una squillo per l’ispettore Klute sul sito di CG Entertainment.
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