Intervista a Cristian Mungiu

Intervista a Cristian Mungiu

Fresco di nomina a presidente di giuria della Cinéfondation di Cannes, Cristian Mungiu è uno degli esponenti di spicco del nuovo cinema rumeno. E sulla Croisette si è giocata finora buona parte della sua brillante carriera: Palma d’oro con 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni, migliore sceneggiatura con Oltre le colline e migliore regia con Un padre, una figlia (Bacalaureat) nell’ultima edizione. Con quest’ultimo film ha fornito un quadro di decadenza morale e di corruzione diffusa nel suo paese, nel rapporto tra un medico e sua figlia prossima a proseguire gli studi all’estero. Abbiamo incontrato Cristian Mungiu a L’immagine e la parola del Festival del Film Locarno, dove ha tenuto una masterclass.

C’è una battuta chiave in Un padre, una figlia, che arriva verso la metà del film. Il padre rimpiange il fatto, suo e di altri, di essere tornati a vivere in patria nel 1991. Evidentemente le speranze di ricostruzione del paese sono miseramente fallite nel desolante clima sociale fornito dal film. Ci puoi spiegare esattamente cosa rappresenta l’anno 1991 per la tua generazione?

Cristian Mungiu: Il comunismo in Romania collassò nel 1989, e ciò portò a molte speranze e aspettative ma anche a strane idee, perché non avevamo assolutamente nessuna esperienza di cosa significasse vivere nella libertà e di come fosse il mondo occidentale. Pensavamo che sarebbe arrivato il capitalismo non solo con la libertà ma anche con molto benessere e con molta correttezza. Insomma pensavamo che sarebbero arrivate tutte le cose buone. Quindi fino a quegli anni molte persone avevano ancora grandi speranze e alcuni di loro, che avevano lasciato la Romania in precedenza scappando in qualche modo, tornarono nella speranza di poter ricostruire e riformare il paese. Nel 1991 una sollevazione del segmento liberale della società venne soppressa molto violentemente dalla reazione del partito al potere. Fondamentalmente successe che ci fu un lungo periodo di proteste, le prime nella brevissima storia della Romania libera, una storia di un anno e mezzo. Ci fu questo movimento chiamato Piața Libertății e la gente si riuniva per parlare della democrazia e una dimostrazione di 24 ore divenne una protesta che durò per dei mesi. Il centro di Bucarest venne chiuso e le persone costruirono delle barricate, un po’ come successe qualche anno fa in Ucraina con l’Euromaidan. Durò a lungo, credo da gennaio a giugno, e a giugno il partito erede del partito comunista, che aveva vinto le elezioni, decise di sopprimere tutto questo. Fecero venire in treno i minatori, che erano molto ingenui, lavoravano molto lontano da Bucarest, e vennero sobillati dalla polizia segreta. Questi distrussero e spaccarono tutto. Picchiavano la gente per strada, ed erano completamente manipolati, e fu la fine delle speranze. E per molti fu il segnale che, diversamente da quello che credevano all’inizio, non ci sarebbero stati grandi cambiamenti. Perché anche se il regime era cambiato, chi era al potere non era intenzionato a rinunciare ai suoi privilegi, immediatamente e senza esservi costretto. Questo è un punto molto importante nella biografia del mio personaggio di Un padre, una figlia. Appartiene a quel gruppo di persone che erano tornate quando c’erano grandi speranze e decise di restare. Se lasci il tuo paese per seguire il tuo destino ma poi ritorni, la gente ti vedrà come qualcuno che ha fallito. Quindi tornavano e iniziavano a riformare la loro vita lì e rimanevano. Molte persone hanno avuto speranze per un po’ di tempo, finché non hanno realizzato che alla fine le cose cambiano, ma a un ritmo molto lento. Quindi ti puoi aspettare che qualche cambiamento avvenga, ma non durante l’arco della tua vita.

Tutto ciò si riflette nelle sue aspettative e delusioni nei confronti della figlia, che vorrebbe, per compensazione, che possa studiare all’estero.

Cristian Mungiu: È importante per me una certa ambiguità, perché non cerco di complicare le cose più di quanto non le trovi già complicate nella realtà. Cerco di riportare la realtà come è e la realtà è ambigua. Non è chiara, sta a noi darle un significato, un senso e una direzione. Per questo motivo è difficile rispondere a domande su quale sia il significato di Un padre, una figlia. Ha tanti diversi significati a seconda delle diverse prospettive. Per questo qui a Locarno prima della proiezione ho detto che il film per alcune persone parla di corruzione e della Romania, per me parla della crescita, per altri invece parla dell’essere genitori, per altri ancora parla di conflitto generazionale, e tutto questo è vero. Ma parla anche di prendere decisioni, della verità e di mentire a se stessi, parla dell’educazione delle nuove generazioni e delle verità che cerco di catturare in ogni momento del film. Quindi… qual è il significato della vita? È di una complessità enorme e questo è valido anche per la relazione tra i personaggi in Un padre, una figlia. Le relazioni tra le persone non sono chiare e non sono uguali dall’inizio alla fine, è un processo continuo.

Il tuo cinema è contestualizzato nella realtà del tuo paese, nella sua drammatica storia recente. Ma può essere letto anche in una prospettiva più universale?

Cristian Mungiu: Sono ispirato dalla realtà e dalla vita e cerco di fare qualcosa che sembri il più vicino possibile alla vita. Ma naturalmente è finzione, è una convenzione e tu lo sai. Entri in un cinema, è buio, e stai vedendo la storia di qualcun altro. Quindi sai che è finzione ma lo scopo è di essere capaci di chiudere questo confine a un certo punto e dimenticare che sia finzione. Quello che cerco sempre di fare è di trovare una storia che parli per il mio pubblico a proposito della vita. So che, anche se prendo ispirazione dalle cose che mi sono vicine, cerco di renderle abbastanza generali e abbastanza universali così che parlino della natura umana e parlino anche a persone che vivono in paesi lontani e molto diversi dal contesto e dalla situazione locale che mi ha ispirato. Credo che il cinema abbia questa capacità meravigliosa di darti la possibilità di guardare la storia di qualcun altro sullo schermo, capendo però che parla di te. Tu hai bisogno di guardarti in questo specchio che è il cinema. Alla fine, se sarai capace di essere completamente onesto con te stesso, capirai qualcosa del momento della tua vita. Ma questo succede solo se hai a che fare con questo tipo di cinema ispirato alla realtà e agli avvenimenti della vita di tutti i giorni. A volte ho lavorato con attori che erano così rapiti dalle situazioni che questo confine tra la finzione e la realtà non era più chiaro per loro. Per esempio, Oltre le colline fu un film difficile da fare perché parlava anche di religiosi. Avevo cercato di rendere la loro vita più facile nel senso che non ho mai voluto girare in una chiesa, quindi ne ho costruita una, solo per dire loro: “Questo è un set, sono solo assi di legno e non è niente di sacro”. Ma per alcuni di loro rimaneva una cosa difficile da distinguere, si facevano il segno della croce e dimenticavano il valore generale della storia, quindi di tanto in tanto dovevo scuoterli e dire loro: “Questo è un set, stiamo facendo un film”. A volte le persone non sanno distinguere tra l’essere religiosi e l’essere superstiziosi. Per esempio, avevo l’attore che interpretava il prete e il primo giorno di riprese, quando aveva appena indossato l’abito talare, il consulente che avevo sul set – e che era un prete – chiese al mio attore: “Sei stato autorizzato a indossare quest’abito?”. Io gli chiesi: “Autorizzato da chi?”, e lui rispose: “Questo non è semplicemente un costume, è qualcosa di sacro”. Così non ho potuto lavorare col mio attore per almeno due giorni, perché lui era completamente perso, non riusciva a distinguere tra la finzione e la realtà.

Qual è il tuo stile e il tuo metodo di lavoro?

Cristian Mungiu: Ho creato uno stile di scrittura che è estremamente veloce e descrittivo, descrivere quello che succede. È la base per le mie sceneggiature. Non scrivo mai di quello che la gente pensa, per esempio, ma solo di ciò che si può vedere, così è più facile per me convertire a un certo punto questo stile in sceneggiature che siano funzionali. La scelta più importante che faccio non è tanto nel processo di scrittura, quanto prima di questo, cioè il decidere ciò di cui voglio parlare. Questa, secondo me, è la scelta più importante per ogni filmmaker. Una delle cose importanti per me prima di fare un film è sapere che tipo di film voglio fare, che tipo di scene ci devono essere, quale sarà il ritmo, quale sarà il tempo del suo svolgimento. Per esempio ho capito che la storia di Un padre, una figlia aveva un potenziale di 24 ore. Io, come gli altri nuovi registi rumeni, non uso il montaggio e non uso la musica, per partito preso. Il montaggio significa dire che ci sono delle porzioni della tua messa in scena che non sono importanti, che solo una frazione lo è. Per questo è meglio non usare non solo dei long take, ma un solo take per scena. È importante rispetto alla concezione che hai del tempo nel cinema ed è necessario che ogni scena lasci allo spettatore la discrezionalità di decidere cosa è importante. Credo che il cinema sia un’interpretazione della realtà e il punto di inizio deve essere la vita, e nella vita non c’è montaggio. Lo stesso discorso per la musica. Qual è la funzione della musica nel film? La musica è un segnale per lo spettatore che è il momento di provare un’emozione. Ma la questione è: puoi averla negli eventi della vita quotidiana? Io voglio raggiungere gli stessi risultati senza usare quei mezzi, che sono convenzionali e ovvi. Tutto ciò ha a che vedere con la responsabilità etica del cinema, che ha una grande potenzialità di manipolazione. La scrittura per me è il processo che mi porta a trovare la mia idea, la mia storia, il mio significato, l’impressione di parlare di qualcosa di importante, la mia motivazione e l’energia per fare di nuovo questo processo che è molto doloroso. Fare film può essere davvero molto doloroso. Lavorare col metodo che ho descritto è ancora più doloroso, perché il livello di precisione che hai bisogno di raggiungere è altissimo, non c’è niente che puoi sistemare dopo. La scrittura è quindi una scoperta, è cercare di capire di cosa stai parlando. Ma alla fine è solo un testo, e hai bisogno di un film, cioè hai bisogno di tradurre in qualche modo questo testo con delle persone su un set. Parte di quello che uno script non può contenere, per esempio, è una buona interpretazione, credibile, e devi adattare il ritmo al vero ritmo in cui le cose succedono. Puoi scrivere con la massima precisione possibile, ma poi sul set devi sentire che il ritmo e l’interpretazione sono giusti. Questi sono gli aspetti che coinvolgono quello che è la regia. Se cerchi una prospettiva unica dalla quale catturare una scena molto complessa, in particolare con persone che parlano tra di loro, questo è difficile perché non ci sono molti modi in cui tu puoi piazzare i personaggi in una situazione. Molto spesso le persone si guardano mentre si parlano, e trovare alternative a questo non è facile. Se guardi i miei ultimi tre o quattro film, vedrai che cerco sempre un modo in cui le persone più o meno stiano di fronte alla mdp e si parlino. Devo riempire questo spazio con molti personaggi e devo trovare quale possano essere le diverse posizioni della mdp in questi momenti di una lunga scena, in modo che essa ne catturi le parti più importanti. Qualcuno dei personaggi uscirà e so già che non ci sarà nella ripresa. Dunque l’inquadratura diventa molto importante e la devi decidere appena prima di girare. E poi, per quanto sai come vuoi che i tuoi attori recitino e siano naturali, non è semplice. La mattina, quando inizio le riprese, ho sempre l’impressione che tutto vada malissimo, la sceneggiatura, i dialoghi, gli attori, ma poco alla volta, verso la fine del giorno, faccio piccoli cambiamenti e gli attori iniziano a rilassarsi. Perché gli attori sono anch’essi persone. Ho una relazione ottima con i miei attori, che quindi non si vergognano di me, ma ci sono altre settanta persone presenti sul set. Non è solo come essere nudi, è come essere nudi anche emotivamente. Gli viene chiesto di fare cose che provocano in tutti emozioni, anche improvvisamente. Ma farlo davanti a tante persone e per tante riprese significa anche manipolare il tuo cervello per essere nella situazione, ma anche sfuggire dalla situazione immediatamente. È un processo molto schizofrenico. Ci sono varie scuole di pensiero sulla recitazione e non è molto chiaro quale sia alla fine il suo contributo al processo artistico. Ci sono attori che si aspettano che il loro processo artistico implichi che devono inventarsi qualcosa. Per me non si devono inventare molto, devono interpretare quello che dico loro in un modo molto personale. Questi sono gli attori con cui posso lavorare. Se mi imbatto in un attore che mi chiede: “Perché dico questo e perché non dovrei dire quest’altra cosa?”, ho un problema, perché ho passato sei mesi o un anno pensando quello che deve dire per essere coerente col suo personaggio e con l’intera sceneggiatura. Ciò che mi aspetto da lui è di essere capace di dire quello che voglio o che riesca a darmi un suggerimento considerando il personaggio che ho bisogno di avere. Sono tutte cose che non puoi programmare mentre scrivi.

Come sei arrivato a elaborare questo stile? Ha a che vedere con la tua attività precedente di giornalista?

Cristian Mungiu: Non era possibile per me pensare di fare film durante gli anni del comunismo perché era una società molto chiusa, e per essere riconosciuto come regista dovevi andare all’università e studiare cinema. Parlo degli anni Ottanta, non c’erano telefonini e macchine fotografiche e quindi dovevi far parte del sistema. Per me non era possibile semplicemente andare a una scuola di cinema perché erano in un certo senso chiuse. Erano solo per i figli di chi in quel periodo era importante nel partito o per i figli di gente che lavorava nel cinema o nell’arte a qualche livello. Avevo amici che provavano il test di ingresso a queste scuole per 5, 10 o 15 anni venendo bocciati ogni volta. Al principio dunque sapevo che questo sarebbe rimasto un sogno e che non avrei avuto la possibilità di accedervi. È importante essere capace di raccontare le tue storie in qualsiasi modo a te possibile, e sentivo sempre di essere più libero con le parole, perché si tratta di qualcosa che non dipende da nessun’altro. Ma avevo sempre questa idea in mente, che un giorno, se ne avessi avuto la possibilità, mi sarei potuto esprimere anche in un altro modo. Quindi fin dall’inizio, non solo scrivevo, ma facevo anche immagini. Lavoravo per un giornale anche come fotografo e quindi sapevo usare anche questa forma di espressione. Quando il comunismo crollò ero uno studente e studiavo lingue nell’università della mia città, e intanto lavoravo come giornalista. Mi sono laureato in quella università e per un periodo ho fatto l’insegnante, ma a quel punto sapevo di non avere più scuse per non diventare un regista. Dato che avevo sviluppato questo modo di scrivere che aveva anche un’impronta visiva, in cui usavo le parole non per descrivere i pensieri dei personaggi, ma solo per descrivere quello che succedeva e permettendo ai lettori di capire quanto succedeva solo dalle descrizioni degli avvenimenti, pensai che fosse un passo naturale per me di passare – pensavo solo per un periodo – al cinema, anche perché all’epoca guardavo molti film. Allora ho lasciato stare il giornalismo e l’insegnamento per trasferirmi a Bucarest, dove superai l’esame. Così è avvenuto il passaggio, e ho iniziato a essere uno studente alla scuola di cinema. E lì ho capito che non sapevo nulla di cinema. E non sapevo niente di come si racconta una storia per immagini, nonostante pensassi di saperlo e pensassi che la mia scrittura fosse molto visiva. I primi film che ho realizzato alla scuola di cinema erano tratti da sceneggiature molto buone che i miei professori apprezzavano molto e che sono ancora oggi degli ottimi racconti brevi, ma i film erano molto brutti, perché non avevo idea di come farli. Poco alla volta però le cose sono migliorate, e ciò lo si deve al fatto che rimasi per quattro anni nella scuola, passando molto tempo a parlare con gli altri. Per questo è molto importante sperimentare con i corti, per verificare i risultati di quello che fai ed è per questo che in fondo penso che sia una buona cosa iniziare a pensare di fare film non quando sei molto giovane, ma piuttosto quando inizi ad avere una certa esperienza di vita e cominci forse a capire un po’ le persone. Credo che sia importante per un regista essere consapevole dei modelli umani e sociali che lo circondano, essere perspicace e osservare le persone, capirle, avere storie proprie, essere passato attraverso situazioni personali. Solo così, poco alla volta, puoi iniziare a raccontare queste storie. È un processo continuo, e non posso dire che nel lavoro di regista raggiungi un momento in cui ‘sai’. Tutto continua a cambiare e, per esempio, una delle cose che cambiano è l’uso delle immagini nei film. A volte le persone credono che le loro immagini portino con sé un significato molto chiaro. Ma non è affatto così. Il significato dell’immagine che usi in un film è relativo al contesto, a cosa c’era prima e a cosa ci sarà dopo. È legato alla situazione, ma è legato anche allo spettatore. Lo stesso momento sarà interpretato da diversi spettatori in tanti modi diversi perché, se non vuoi imporre allo spettatore il significato che vuoi assolutamente dare al film, gli dovrai lasciare della libertà. Il film così non avrà un’interpretazione potenziale, ma ogni spettatore lo interpreterà attraverso la sua anima e le proprie esperienze. Questo è quello a cui punto, anche se a volte mi sembra di essere troppo organizzato per farlo.

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La pagina Wikipedia dedicata a Cristian Mungiu.

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