Classe Z

Classe Z

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Avvincente come un episodio de I Cesaroni, edificante come una puntata de I puffi, Classe Z di Guido Chiesa è una commedia a tema scolastico cui preme ricordarci che l’unione fa la forza.

Io odio la scuola!

Primo giorno dell’ultimo anno per gli studenti di un liceo scientifico, ma a scuola c’è una novità: alcuni ragazzi sono stati spostati dalle rispettive classi in una sezione creata appositamente per loro. Questi studenti non sono stati scelti a caso, sono infatti elementi notoriamente problematici e svogliati, i professori hanno perso ogni speranza e non provano nemmeno più a farli studiare. A cento giorni dall’esame di maturità, i ragazzi si accorgono di essere spacciati, il solo modo per ottenere l’agognata maturità è farsi aiutare dall’unica persona che credeva in loro, il professor Andreoli… [sinossi]

Scontri generazionali, questioni identitarie, desiderio di riscatto, pulsioni e repressioni: sono tanti e forieri di articolati sviluppi i temi che attraversano la vasta filmografia dedicata alla scuola e a chi la abita, ovvero prevalentemente professori e studenti, adulti e ragazzi. Nell’ultimo decennio abbiamo visto sul grande schermo le pellicole più differenti sull’argomento, dal crudo e impeccabile La classe Laurent Cantet (2008), al toccante Monsieur Lazhar di Philippe Falardeau (2011), senza trascurare l’interessante Detachment – Il distacco di Tony Kaye (2011) o la sorprendente opera prima dello sloveno Rok Bicek Class Enemy (2013).

Dalle nostre parti la riflessione sull’ambiente scolastico è riservata – come molte altre “riflessioni” sulla società italica – prevalentemente al genere della commedia, per cui si ricordano l’ormai lontano Io speriamo che me la cavo della Wertmuller, La Scuola di Luchetti (1995), Notte prima degli esami di Brizzi e in tempi più recenti La scuola più bella del mondo di Luca Miniero, che in realtà fa della scuola il pretesto per mettere in scena l’eterna diatriba tra nord e sud. Ultimo arrivato è poi Beata ignoranza di Massimiliano Bruno, disamina poco articolata sulle derive tecnologiche e la dipendenza da social network.
Si inserisce nel medesimo filone anche Classe Z di Guido Chiesa, variazione sul tema scolastico tutta improntata a un suo aggiornamento che, proprio come il film di Bruno, si traduce in più smartphone, più tablet, più social network. E non è un caso, in tal senso, che tra gli sponsor del film ci sia il sito internet studentesco ScuolaZoo.

Nella classe zeta del titolo, in realtà la neo composta sezione H, troviamo relegati una serie di misfits che però non somigliano per niente ai “ragazzacci” teneri e ribelli di Breakfast Club di John Hughes (anche loro costretti a fare squadra e prigionieri di una scuola che li rifiuta) quanto piuttosto a stereotipi nostrani assai comuni e consolidati: c’è il pluriripetente Yuri (Armando Quaranta), l’erotomane Ugo (Francesco Russo), la Paris Hilton de noantri Stella (la youtubber Greta Menchi), la nichilista nerovestita Viola (Alice Pagani), il nichilista silente Julian (Luca Filippi) e l’immancabile maniaco dei social network Ricky (Enrico Oetiker), che naturalmente ha 100mila like e zero amici. Poi c’è anche una coppia di gemelli cinesi (David e Johnny Zheng) che, come vuole l’opinione comune, ha un’innata propensione per la matematica e tendenze isolazioniste.
La struttura “a inchiesta” del film trae origine poi da un consiglio disciplinare convocato per giudicare l’idoneità all’insegnamento del giovane professor Andreoli (Andrea Pisani), ma in realtà indagine e riunione sono solo la scusa per moltiplicare per tre l’abituale voice over della commedia nostrana, dal momento che qui tre studenti cercheranno di raccontare al consiglio (e allo spettatore) come sono andate davvero le cose.

Di fronte a questa classe composta appositamente per non arrivare mai a discutere l’agognata maturità, il corpo docente si comporta con estremo lassismo, c’è chi legge la Gazzetta dello Sport, chi dà voti bassi a prescindere, chi alza le spalle rassegnato senza nemmeno provare a fare lezione. Ma l’idealista prof Andreoli è diverso: lui crede in quei ragazzi e ama citare L’attimo fuggente di Peter Weir. Peccato che non possegga né il carisma né l’indole creativa e un po’ folle del personaggio lì incarnato da Robin Williams, e che dunque questa flebile idea di sceneggiatura si trasformi assai presto nell’ennesimo cliché.
Lo script di Classe Z tenta però ogni tanto di assestare qualche colpo, come ad esempio nell’incipit, quando ritrae il rientro a scuola dalle vacanze come il ritorno dall’aldilà di un branco di zombie (il punto di vista e la voce narrante sono qui quelli dell’intransigente Viola) e compaiono poi alcuni dettagli un po’ insoliti, ma realistici, come ad esempio i disegni sulla lavagna e poco altro. Si tratta però di elementi lasciati sullo sfondo, in primo piano troviamo soprattutto il già visto e il suo correlato tedio.
Anche la scelta di escludere i genitori dei ragazzi dalla scena, un po’ come nei Peanuts, poteva essere interessante, ma a conti fatti estraniarli dal milieu domestico ha significato anche eliminare i loro interessi o hobby, togliergli aspirazioni (scopriamo solo verso la fine il talento artistico di Yuri, degli altri invece non scopriamo proprio nulla), desideri, frustrazioni, che vadano al di là delle problematiche scolastiche. L’unica ragion d’essere di questi personaggi sullo schermo è semplicemente scoprire che l’unione fa la forza, un po’ come per I puffi.

È già da qualche tempo che Guido Chiesa ha abbandonato le sue velleità da cinema d’autore pensoso e d’impegno civile (suoi Il caso Martello, Il Partigiano Johnny, Lavorare con lentezza) per tentare la strada impervia del film per il grande pubblico (e per produttori più prodighi) che riesca allo stesso tempo però a rivelare uno sguardo personale e insolito, insomma, la sua autorialità. Se la missione gli era parzialmente riuscita nel precedente Belli di papà, qui della sua personalità non resta che qualche pallido barlume. Quello adottato da Chiesa in Classe Z è infatti uno stile schizofrenico, veicolato da una mdp che pare costantemente a disagio, non sapendo bene come ritrarre i suoi involuti personaggi e raccontare le loro vicende, troppo esili per sperare che moltiplicare le voice over riesca a conferire al film il giusto ritmo. Ecco allora che quando i suoi personaggi sono disposti in circolo, Chiesa non può far altro che circondarli roteando, ma senza la proterva convinzione mucciniana che ben conosciamo. Quanto alla lunga tavolata del consiglio disciplinare, non c’è altro da fare che alternare primi piani e carrellate.
Quanto alla colonna sonora poi, arricchita dalla presenza del rapper sardo Salmo, anch’essa pare imposta dall’alto e inanella uno dopo l’altro dei brani che simulano di essere di grande presa sul pubblico giovanile, senza però convincere di ciò né i personaggi (piuttosto forzata la loro partecipazione alle musiche diegetiche) né lo spettatore.

Voler essere al passo coi tempi o sufficientemente commerciale non sono certo desideri negativi, tutt’altro, ma lo diventano quando il regista lascia incautamente che lo spettatore si avveda di un suo sforzo in quella direzione.
E allora ecco che quell”autore eterodiegetico” – perché non compare in scena – che tanto sdegno e ilarità suscita all’interno di una lezione di letteratura presente nel film, finisce per essere qui il regista stesso, intento a nascondersi tra le pagine già note e terribilmente consumate, di una storia che non ha alcun desiderio di raccontare.

Info
La pagina facebook di Classe Z.
La scheda di Classe Z sul sito di Medusa.
Il trailer di Classe Z.
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1 Commento

  1. rocco 18/04/2017
    Rispondi

    FILM DI UNA PATETICITA’ UNICA.

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