Ghost in the Shell

Ghost in the Shell

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Sbirciando sotto la lussureggiante patina di questo Ghost in the Shell in carne e ossa (e computer grafica), ennesimo segnale di un immaginario hollywoodiano impigrito e timoroso, si trovano solo tracce sterili e sbiadite del caposaldo oshiiano e delle tavole originali di Masamune Shirow. Un evidente e volontario passo indietro, fantascienza cyberpunk paradossalmente ancorata al secolo scorso. Interessante la parabola attoriale di Scarlett Johansson, corpo esuberante e sempre più digitalizzato.

Under the Skin

In un futuro non troppo lontano, il Maggiore è il primo essere del suo genere: un’umana salvata da un terribile incidente e modificata ciberneticamente allo scopo di ottenere il soldato perfetto, il cui compito è quello di fermare i criminali più pericolosi del mondo. Quando il terrorismo raggiunge un nuovo livello che prevede la capacità di penetrare nelle menti delle persone e controllarle, il Maggiore è l’essere più qualificato per contrastarlo. Mentre si prepara ad affrontare un nuovo nemico, scopre però che le hanno mentito: la sua vita non è stata salvata, le è stata rubata. Non fermerà davanti a nulla pur di recuperare il proprio passato… [sinossi]

Doveva accadere. Rimandato a data da destinarsi il remake live action di Akira, pietra miliare di Katsuhiro Ōtomo, presentava meno difficoltà il progetto di occidentalizzazione, flebile whitewashing compreso, di Ghost in the Shell [1]. Un tuffo in un futuro oramai passato, reso stantio da Rupert Sanders non per i contenuti di partenza ma per la semplificazione e banalizzazione finale. Un risultato previsto, perseguito in modo sistematico, figlio di una prassi che non prevede complessità, increspature, glitch. Insomma, un tradimento in salsa hollywoodiana, ben confezionato, con qualche facile concessione (Takeshi Kitano) e un convincente cavallo di troia (Scarlett Johansson e una sbrilluccicante computer grafica).

A Sanders – e alla composita produzione – interessa l’iconografia, la fascinazione delle linee e dei cromatismi oshiiani/shirowiani. Il character design di Motoko; la metropoli dominata da mastodonti verticali e da onnipresenti ologrammi, un po’ Neo Tokyo (Akira) e un po’ Hong Kong à la Blade Runner; il succulento mecha design. Insomma, il guscio. Quello che ci può essere (che ci dovrebbe essere) sotto la pelle è un fardello nella scalata al box office. Ecco allora il paradosso della durata: la scrittura di Jamie Moss e William Wheeler si muove in due opposte e controproducenti direzioni, dilatando il minutaggio dagli ottantadue ai più canonici centosette minuti e radendo al suolo la complessità e la stratificazione dell’originale.
Tenendo sempre a mente la natura multiforme di Hollywood e del cinema statunitense, un dedalo di luci e ombre capace di creare e distruggere, saremmo tentati di definire questo Ghost in the Shell come una sorta di manifesto in negativo del mainstream a stelle e strisce. Una summa dei danni provocati dai paletti immaginari, dalla necessità di prendere per mano il più pigro degli spettatori, dalla foga dei remake, dalla sopravvalutazione del live action e della computer grafica (e/o sottovalutazione dell’animazione tradizionale), dalla forzata e spesso devastante occidentalizzazione. Ghost in the Shell lima sistematicamente qualsiasi ambiguità, appiccica pudiche pecette – si vedano le due versioni della nascita del Maggiore. Non c’è nemmeno un approccio filologico e rispettoso, ma una modalità riproduttiva che sembra ispirarsi alla carta carbone, all’inesorabile sfumatura dei contorni, fino all’invisibilità e impalpabilità della sostanza.

In fin dei conti, già nel lontano 1995 il Burattinaio ci aveva messo in guardia: «una copia non è che un banale duplicato […] per prolungare la sopravvivenza dobbiamo diversificarci in modo complesso e a volte morire». Parafrasando il Burattinaio, questo novello Ghost in the Shell è una copia per sua natura priva del necessario carattere evolutivo. Carne, sì, ma carne morta, condannata dalla mancanza di diversità e originalità.
Appesantito da due decenni di ritardo e dal lavoro di dolorosa sottrazione, il remake di Sanders si autoconfina tra le curiosità, tra le note a margine di un tomo sulla fantascienza cyberpunk. Tornerà utile, probabilmente, per rilanciare l’originale, per invogliare al recupero e alla scoperta di una pellicola fondamentale per l’immaginario sci-fi, degli anime e delle sorelle Wachowski (Matrix e bla bla bla). Adesso, con calma dignità & classe, aspettiamo il live action di Akira.

Note
1. In realtà la Warner è nuovamente sul piede di guerra e il nuovo campione pronto a sfidare Ōtomo dovrebbe essere l’astro nascente Jordan Peele (Scappa – Get Out). Cfr. Warner Bros. Courting Jordan Peele to Direct ‘Akira’, GeekofColor, 30 marzo 2017.
Info
Il trailer italiano di Ghost in the Shell.
La pagina facebook di Ghost in the Shell.
Il sito ufficiale di Ghost in the Shell.
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