La fine della notte

La fine della notte

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Opera prima in lungometraggio di Davide Ferrario, La fine della notte è un film fintamente oscuro e pessimista che cerca in realtà la commedia cinica e ribellistica ispirandosi a un violento fatto di cronaca. In dvd per General Video e CG.

Estate 1986, provincia vicentina. Claudio e Vincenzo sono due giovani emarginati dalla vita piatta e monotona. Si scontrano con un riccone locale e una sera escono di casa decisi a fargliela pagare. È solo la prima tappa di un lungo viaggio nella violenza tutto racchiuso in un’unica nottata… [sinossi]

Degli enormi problemi del cinema italiano nella lunga traversata degli anni Ottanta si è parlato ampiamente nel dibattito storico-critico degli ultimi vent’anni. In tal senso l’opera prima in lungometraggio di Davide Ferrario sembra profilarsi come involontariamente profetica fin dal titolo, La fine della notte.
Il film infatti è realizzato nel 1989, quando al volgere del difficile decennio per il nostro cinema s’incominciano a intravedere timidi segnali di ripresa. Se da un lato il cinema dei “vecchi maestri” è sempre più in difficoltà, dall’altro vi è una generazione di giovani autori che tentano di percorrere strade decisamente distanti dalla tradizione nazionale. Piccole e piccolissime produzioni, budget ridotti, una schiera di volti nuovi nel comparto attoriale, frequente rifiuto del set in favore dei luoghi reali, presa diretta e soprattutto un altro modo di narrare.

Cinema “carino”, camera-e-cucina, o comunque timido, volutamente rarefatto, involuto, che sfugge da logiche narrative di racconto stringente e “necessario”. Cinema di casa nostra che per la prima volta nella sua storia deve affrontare la difficoltà di essere visto; non solo perché in quegli anni la crisi delle sale è particolarmente violenta, ma anche perché per la prima volta il prodotto interno è nettamente scavalcato dallo stradominio del prodotto d’importazione. In tale solco si colloca anche l’esordio di Ferrario, che mantiene in comune con altri autori a lui contemporanei innanzitutto l’intento di raccontare un’altra Italia. Piccola, rimossa, provinciale, decisamente “insignificante”: il racconto dell’estremamente immobile e ordinario come fonte d’impressioni su profondi disagi.
Si vede La fine della notte e viene subito in mente Notte italiana (1987) di Carlo Mazzacurati, e in seconda battuta La stazione (1990) di Sergio Rubini. Opere sensibilmente diverse sia sul piano espressivo che nei loro intenti, ma che condividono un orizzonte socio-culturale di basso profilo, di provincia profonda e rimossa, popolato da personaggi poco identitari e irrisolti. Ferrario parte dalla cronaca per vestirla di cinema, cercando innanzitutto un proprio linguaggio, una cifra personale che sfrutti il dato contingente per un proprio esercizio espressivo.

Nel decennio edonistico per eccellenza avviene in Italia anche la scoperta di una strana violenza privata, non legata a dinamiche di criminalità organizzata ma a una vera e propria espressione edonistica di crudeltà. Autogiustificata, fine a se stessa, la deriva di quel che, a un livello più innocuo, si definirebbe bravata. Ispirandosi a una notte di violenza e follia avvenuta nell’estate 1986 nella provincia vicentina a opera di due emarginati, La fine della notte si apre in modo intelligente sulle immagini alla tv della tragedia dell’Heysel durante la finale di Coppa dei Campioni Juventus-Liverpool, a suo modo un drammatico evento-spartiacque per tutto un paese e una generazione, anzi per l’Europa intera. Lì, sugli spalti dello stadio di Bruxelles, l’Italia assistette a una sorta di definitiva formalizzazione di un cambiamento antropologico già in atto: l’esplosione della violenza disimpegnata, non più mitra e bombe politicizzate come lungo gli anni Settanta, bensì il trionfo dell’atto gratuito e dell’arbitrio fascistoide.
Ferrario parte da tale dato antropologico, andando a ricercarlo non a caso nella profonda provincia italiana, quella della noia alla fine della giornata di lavoro, del solito baretto, le solite sedie, la solita tv accesa accanto al frigo dei gelati. Un’Italia ricca e opulenta (l’operoso nord-est), ma marginale per molti. Lì, più che altrove, si annida il seme dell’atto gratuito anni Ottanta: giovani annoiati e soffocati dal basso profilo, dall’orizzonte ristretto, che possono trovare conforto solo nella sfida goliardica con se stessi (a ben vedere, uno dei migliori cantori di tale atto gratuito provinciale e virile tutto italiano è stato Luciano Ligabue nel non eccelso Dazeroadieci, 2002; niente può raccontare meglio quel particolare stato d’animo come la sequenza della corsa completamente nudo davanti alle lucenti insegne della passeggiata di Rimini).

In tal senso risulta non casuale la scelta da parte di Ferrario di sorvolare sui tratti marcatamente psichiatrici dei suoi due protagonisti, che invece nella realtà della cronaca venivano da una lunga storia di ricoveri e internamenti. I Claudio e Vincenzo di La fine della notte hanno sì evidenti tratti di disagio ed emarginazione, ma i richiami a veri disturbi sono limitati a una non meglio definita visita di controllo per Claudio nell’esordio del film, e a un profilo di orfano asociale per Vincenzo.
Per il resto, nel film i due appaiono niente più che due giocherelloni anche piuttosto simpatici, che lungo tutta una notte compiono una serie di crimini brutali quasi per caso, senza premeditazione, giusto per passare una serata. Ferrario trascende i connotati della vicenda reale inserendoli in un contesto espressivo che spesso è da commedia, con l’intento di identificare nei suoi due protagonisti uno spirito ribellistico, giovanilistico e vagamente antiborghese non del tutto riassorbibile nello spirito dei tempi. Ma più di tutto a portare il film fuori dalle secche del cinema d’impegno o denuncia è l’impianto formale scelto dall’autore, che si avvale per lo più di astrazione, tempi lunghi, dialoghi anti-naturalistici e spezzati, spesso giocando apertamente con le convenzioni del cinema americano, evidente oggetto di simultanea ammirazione e dissacrazione.

La fine della notte assume infatti i contorni di un western padano in cui Ferrario non disdegna pure una messe di vezzi autoriali (tratto che spesso ricorrerà anche nel suo cinema successivo). A Ferrario sembra interessare non tanto il racconto di un inspiegabile orrore, bensì l’utilizzo di quella vicenda per raccontare in negativo tutto un mondo spesso gratuitamente cattivo, o squallido, o ridicolo, che è quello delle vittime. La prima vittima è un odiosissimo proprietario terriero, impersonato da un redivivo Mario Valdemarin, ex-campione di “Lascia o raddoppia?” che intraprese poi una breve carriera di attor brillante per commedie rosa (lo ritroviamo, tra gli altri, anche in Nata di marzo, 1958, di Antonio Pietrangeli, e in Arrangiatevi!, 1959, di Mauro Bolognini).
Poi segue una famiglia di emigrati in Germania, tornati in patria per le elezioni, e un pavido riccone in vestaglia. Per finire, la violenza di Claudio e Vincenzo sembra placarsi solo davanti agli onesti lavoratori della terra. Solo in quel contesto di fuga agreste i ragazzi sembrano ritrovare un proprio orizzonte. Fino a quel momento la violenza è stata narrata sì in tutta la sua aberrazione senza disdegnare momenti di pura enfasi (ralenti, macrodettagli, suoni distorti, bambini che si avvicinano curiosi al corpo esanime del padre ucciso), ma per lo più i due protagonisti appaiono scanzonati e disorientati, prigionieri di un assurdo quotidiano di cui loro stessi sono la prima espressione, due dropout divertiti e con tanto tempo da riempire.

Ferrario usa assai bene i paesaggi e l’ambientazione notturna, con ricorso espressivo del setting padano. Convince però meno sulle ambizioni troppo scopertamente autoriali, a partire dai dialoghi stentorei e da battute cariche di significato, e anche dal cameo di John Sayles, la cui presenza si carica di importanza sostanzialmente extrafilmica. Così come gli spunti cinefili lasciano il tempo che trovano (il super8 ritrovato in una delle auto rubate), ridotti quasi soltanto a un tributo di Ferrario a se stesso per dichiararsi autore vorace di cinema.
Fin dall’esordio Ferrario ha mostrato di puntare alto, ma nel caso di La fine della notte tali ambizioni vanno a scontrarsi anche col debole profilo espressivo della piccola produzione italiana alternativa anni Ottanta, fatta di gracile grammatica filmica e di discutibile direzione d’attori. Resta un cinema estremamente interessante come testimonianza di una transizione metodologica; un cinema che tentava di fare polemica espressiva scegliendo l’understatement, la presa diretta, attori volutamente non istrionici (qui si preferisce il giovane Claudio Bigagli a Dario Parisini, che già all’epoca aveva avviato l’esperienza musicale dei Disciplinatha e successivamente dei Massimo Volume). Un orizzonte espressivo che in Ferrario appare fintamente basso, poiché le ambizioni autoriali restano comunque alte e non sempre raggiunte.

Un’ultima nota sulla qualità del dvd. Se da un lato è apprezzabile l’impegno nel ridare visibilità a molto cinema italiano anni Ottanta disperso, è altrettanto vero che spesso tali film vengono riversati in dvd senza troppa cura formale. I master non sono mai eccelsi e il lavoro sulle luci ne esce puntualmente danneggiato. Per un film come La fine della notte, così fortemente affidato alle inquadrature oscure, si tratta di un danno enorme, dal momento che spesso le immagini si disperdono in un indistinto buio ai limiti dell’intelligibilità.

Extra: “Notte nera” (16′ 19”, introduzione al film di Valentina Pattavina).
Info
La scheda di La fine della notte sul sito di CG Entertainment.
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