Power Rangers

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Fuori senso e fuori tempo, solo per inseguire una moda superomistica che sta mettendo in ginocchio l’immaginario hollywoodiano, ecco arrivare sul grande schermo anche i Power Rangers, già protagonisti di un serial scult un ventennio fa e oltre, su un’idea rubacchiata ai Super Sentai giapponesi degli anni Settanta.

Gruppo d’attacco ad Angel Grove

Nell’immaginaria cittadina di Angel Grove, cinque adolescenti ribelli con problemi di integrazione, vengono scelti dal Destino per vestire i panni della nuova generazione di Power Rangers, guerrieri mascherati chiamati a proteggere la terra dalle forze del male. Il male, questa volta, si presenta sotto le avvenenti sembianze della potente strega intergalattica Rita Repulsa che, sconfitta dalla vecchia squadra di eroi, è in cerca di vendetta. Grazie alle incredibili capacità acquisite e all’aiuto indispensabile del mentore Zordon, i ragazzi capiscono che l’unico modo per difendere il pianeta dagli attacchi alieni è unire le forze e fidarsi l’uno dell’altro… [sinossi]

I Power Rangers, gli adolescenti in tutina colorata – e distinguibili tra loro solo ed esclusivamente grazie a quella visto che portano anche in testa un casco, progenitori ideali dei Daft Punk – che combattono un “male” più pasticcione che realmente malefico, hanno imperversato sulle reti televisive di mezzo mondo all’inizio degli anni Novanta; il Muro di Berlino era crollato, si gongolava anche a sinistra per le potenzialità inespresse – e inesprimibili in un contesto economico capitalista, ma questo è un altro discorso e porterebbe fuori strada – della globalizzazione, e negli States, tra un elezione di Bill Clinton e una Guerra del Golfo si prendeva a modello per la serie televisiva Power Rangers i Super Sentai giapponesi, creati a metà degli anni Settanta da Shōtarō Ishinomori, mangaka morto sessantenne nel 1998 e responsabile anche di classici del manga e dell’animazione per il piccolo schermo come Cyborg 009, Ryu il ragazzo delle caverne e (purtroppo) Chobin, il principe stellare. Prendere a modello, in effetti, è un panegirico per evitare di utilizzare il verbo rubare: di fatto il Power Rangers televisivo fu un vero e proprio scippo in piena regola all’originale giapponese, primo esempio di tokusatsu di produzione occidentale [1].
Le bizzarre disavventure dei Power Rangers sembravano ancorate a una visione naïf dell’intrattenimento, demente action destinato a essere considerato uno scult a tutti gli effetti, e ad alimentare memorie nostalgiche solo negli appassionati di mirabilie sbilenche. Invece, nel 2017…

Davvero appare fuori da ogni senso e da ogni tempo l’irruzione al cinema di Power Rangers, reboot (come piace ora definire questo tipo di operazioni, per il resto vecchie come il cucco) che cerca nuovi adepti a un culto a dir poco strampalato: perché il pubblico di adolescenti nati all’inizio del Terzo Millennio dovrebbe trovare conforto e provare appartenenza per il risorgere di una fantasmagoria che sembrava desueta già oltre venti anni fa?
L’hanno affermato gli stessi autori, a partire dallo sceneggiatore John Gatins (nel suo portfolio anche gli script dello sportivo Coach Carter di Thomas Carter e soprattutto di Flight di Robert Zemeckis e Kong: Skull Island di Jordan Vogt-Roberts): l’intento era quello di prendere l’archetipo del teen-movie perfetto, Breakfast Club di John Hughes, e ibridarlo con l’ironia ai limiti del camp di Spiderman, sia quello della trilogia di Sam Raimi che i successivi. Un’ipotesi creativa a suo modo affascinante, ma che nonostante gli sforzi nella costruzione dei dialoghi di Gatins non riesce a trovare una sua reale statura credibile nelle oltre due ore – troppe – durante le quali si dipana Power Rangers. Un film che fa di tutto, ma proprio di tutto, per cercare di tenersi al passo coi tempi: gli adolescenti mettono insieme diversi gruppi etnici e perfino differenti gusti sessuali, hanno la battuta pronta, vanno male al liceo così come vuole la prassi, impareranno passo dopo passo cosa significa instaurare una relazione affettiva, e cosa significa dover affidare la propria vita nelle mani di qualcun altro.

Tutto però risulta a dir poco artefatto, oltre che clamorosamente semplicistico: non può funzionare sul grande schermo un apparato effettistico che punta all’eccellenza contrappuntato da un villain che non metterebbe timore neanche nel bimbetto più spaurito e fifone. Un ibrido che non può trovare soluzione, e che lascia Power Rangers in un limbo in cui idiozia e ambizione si danno, ed è preoccupante, del tu. Il problema, a ben vedere, è anche quello di un immaginario ad alto budget hollywoodiano sempre più in crisi: tra reboot e remake, tra riprese del passato e riscritture di ciò che è già stato fruito da altre generazioni, la Mecca del Cinema sta completamente dimenticando il proprio ruolo demiurgico, a favore di un gioco al ristagno che punta sul sicuro senza porsi obiettivi di reale lunga durata. Certo, gli incassi di Power Rangers, come di altri titoli destinati a uscire nei prossimi mesi – ovviamente Spiderman: Homecoming, ennesima ripresa delle avventure del giovane Peter Parker stavolta inserita nel multiverso della Marvel – potranno tranquillizzare i produttori, ma cosa rimarrà, quale traccia lascerà un film così puerile, statico, privo di qualsivoglia spirito d’indipendenza, che non sa neanche giocare con la sua natura intima di giocattolone per nerd non troppo svegli?
Hollywood gioca al ribasso, conducendo una guerra priva di idee che influenza anche il resto della produzione mondiale dedicata al fantastico e al visionario, da sempre soggiogata dallo strapotere del dollaro. Non propone soluzioni allo standard, non esce dal seminato neanche quando potrebbe, non rende neanche fertile lo scontro tra teen-movie e cinecomic già accennato in precedenza. Tutto è lì, lindo e pinto ma privo di qualcosa di più di un effetto speciale. In vista del prevedibile capitolo numero due il consiglio per Dean Israelite, trentatreenne al secondo lungometraggio, è quello di recuperare il magmatico e fantastico (nel senso più puro del termine) Fish Story di Yoshihiro Nakamura: capirà probabilmente come si può utilizzare un immaginario del passato intessendolo in una trama che guarda anche al futuro senza paura di sposare il sublime al demenziale. Ma con consapevolezza, quella che manca completamente in Power Rangers.

Note
1. Tokusatsu è una parola giapponese che, attraverso la crasi tra i termini tokushu (“speciale”) e satsuei (“fotografare”), sta a indicare gli effetti speciali. Divenne di uso comune proprio quando sul piccolo schermo a Tokyo e nell’arcipelago iniziarono a fiorire serie live action incentrate su temi fantascientifici, fantasy e horror, ma in realtà si può utilizzare anche per indicare anche i kaijū eiga, i film di mostri giganti. Alcuni tra i tokusatsu televisivi più noti sono Ultraman, Kamen Rider, e Spectreman, entrata nell’immaginario collettivo – per lo meno quello romano – come protagonista di una canzone della band demenziale Santarita Sakkascia.
Info
Il trailer italiano di Power Rangers.
La sigla italiana della prima stagione del serial Power Rangers.
La sigla iniziale di Zyuranger, uno dei “super sentai” a cui si ispirarono i creatori dei Power Rangers.
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