The Bye Bye Man

The Bye Bye Man

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The Bye Bye Man di Stacy Title è un horror con tutti gli elementi classici, ambientazione teen, periferia residenziale americana, incubi che tornano dal passato e che affiorano prepotentemente dall’inconscio. Un meccanismo che funziona, anche se solo fino a un certo punto.

Faccio cose, vedo fantasmi

Tre studenti di college, Elliot, la sua ragazza Sasha e il loro amico John, vanno a vivere in una nuova casa. Ma ben presto scopriranno che l’abitazione custodisce le tracce di The Bye Bye Man, un’entità sovrannaturale che per decenni ha terrorizzato vittime ignare. Elliot scopre che l’unico modo per sconfiggerlo è eliminare qualsiasi ricordo del suo nome, secondo la formula “Non dirlo, non pensarlo”. [sinossi]

La prova della monetina è il leggendario metodo usato da Tinto Brass per fare i provini alle aspiranti attrici per i suoi film. In tanti si ricordano ancora una dimostrazione pratica durante una lezione di regia che il Maestro tenne nello spazio dei giardini durante una Mostra di Venezia. In pratica consiste nel lanciare per terra una moneta invitando la ragazza a chinarsi per raccoglierla, per poi tastarne il posteriore e valutare così la sua ‘attitudine’ per il cinema. Se vi capita di sentire delle monete che misteriosamente cadono sul pavimento di casa vostra, potete sempre sperare che il Maestro Tinto sia venuto a trovarvi con uno stuolo di procaci fanciulle da scrutinare. Ma, se siete sfortunati, si tratta di Bye Bye Man, che non promette nulla di buono. L’importante è non dirlo e non pensarlo. Le monete che cadono dal nulla rappresentano uno degli ingredienti del film, usato dalla regista Stacy Title come segnale di inquietudine, uno di quei dettagli piccoli e apparentemente poco significativi – si può pensare che l’abbia fatta cadere uno dei coinquilini o comunque si possono dare spiegazioni razionali –, molto ben calibrati e centellinati, inseriti per far crescere progressivamente e sottilmente la tensione.

Ormai è sempre più difficile riuscire a far sobbalzare gli spettatori al cinema con i loro popcorn. Il prodotto di genere horror dozzinale medio funziona oggi con il facile spavento improvviso, con l’effettaccio pacchiano e la musica che parte a tutto volume. Con The Bye Bye Man, Stacy Title segue il solco dell’ultimo horror riuscito, It Follows di David Robert Mitchell, lungo un filo che porta dritto a Shining. L’ambientazione è quella stessa del primo film citato, il mondo di teenager, di compagni di college che prendono casa in una di quelle ville con mansarda, di legno bianco, da quadro di Hopper. E nella prima scena, quella nel passato, una macchina arriva a uno di quei garage con porta scorrevole come nella casa dei Simpson. Un contesto residenziale, con tanto verde, colori autunnali. Proprio quella tranquilla american way of life in cui si annidano i mostri. Ma anche dove basta andare alla biblioteca locale per capire dove siano gli scheletri dell’armadio della comunità. Non sono ragazzi dissoluti, come spesso raccontati dal cinema americano, dediti ad alcol e promiscuità, i protagonisti del film. Sono amici e fidanzati tranquilli. Elliot è orfano e vede il fratello maggiore come un modello di normalità. Mentre questi lo invidia per la sua vita ancora spensierata, da studente, lui ribatte in realtà di non vedere l’ora di maturare e dare vita a una famiglia. Proprio nelle pieghe di questa normalità borghese si annidano i mostri.

Stacy Title gioca sull’assenza e sulla sottrazione, sull’instaurarsi di un clima di paranoia, su una serie di segnali e presagi sottili e inquietanti. Oltre le monete, scricchiolii, graffi che compaiono sui muri, voci che si sentono dalle pareti, la classica luna piena, sedute spiritiche di una sensitiva graziosa che avrebbe potuto anche partecipare a una prova della monetina. Si gioca sui fantasmi dell’inconscio, sulla confusione sempre crescente tra reale e onirico, giocata sapientemente con l’alternanza, in montaggio molto serrato, tra soggettive, di allucinazioni, e oggettive, della realtà. Quello che si scatena sono le tensioni, le paure, le tentazioni che si materializzano, le proiezioni del subconscio, vedi l’ossessione di vedere la fidanzata a letto con il migliore amico, in un crescendo di schizofrenia. Tutto funziona anche nel delineare i profili psicologici dei personaggi a partire dal protagonista Il disorientamento e la perdita crescente di ogni certezza. E la soluzione per sconfiggere questa creatura diabolica sarebbe molto semplice, basterebbe non pensarla più e non dirla. Il Bye Bye Man rappresenta uno di quei pensieri ossessivi che si impadroniscono della nostra mente e che non riusciamo a rimuovere, un meccanismo insidioso del di dentro. “Più pensi a lui, più si avvicina.” Ed è una spiegazione sovrannaturale per quei semi della follia, quei meccanismi oscuri che portano persone normali, affettuose a impazzire e a fare stragi anche dei propri famigliari e di chiunque passi a tiro. Casi di cronaca abbondano nella società americana, anche per l’estrema facilità del possesso di armi, e non solo. Da Columbine al recentissimo caso dell’uomo in Ohio che ha freddato una persona a caso per strade per poi divulgare il filmato dell’omicidio sui social network. E non a caso il film dichiara, ammantandosi così di una ulteriore atmosfera angosciante, di ispirarsi a presunti fatti realmente accaduti, desunti dalle indagini dello scrittore dell’occulto Robert Damon Schneck sulla sparizione di tre studenti universitari nel Wisconsin nel 1990.

The Bye Bye Man funziona come un sequel di una variante di Shining, dove Jack Torrance sia riuscito a sterminare la famiglia e abbia poi lanciato un monito per i decenni successivi, per non ricadere nella stessa follia. Il mantra compulsivo “Non dirlo, non pensarlo” scritto ovunque è il corrispettivo de “Il mattino ha l’oro in bocca” del film di Kubrick, nella versione italiana. Non è solo questo a dimostrare che Stacy Title conosca e citi quel capolavoro. Ci sono i corridoi della casa, la porta che viene aperta, qui di uno sgabuzzino ripresa da un punto di vista in basso, in generale la stessa corsa alla detonazione della follia. E poi il protagonista Elliot sfoggia una diversa t-shirt in ogni scena – come la sequela dei vestitini di Danny confezionati da Michela Canonero –, raffiguranti simboli di gruppi musicali, i Joy Division e i Dead Kennedys.
Il meccanismo psicologico di The Bye Bye Man regge finché rimane fuori scena la visione dell’entità demoniaca. Basta solo vederla, caratterizzata semplicemente come una figura incappucciata in compagnia della sua belva infernale, perché tutto crolli a precipizio del ridicolo. E il film non si risolleva arrivando al trash, come nella scena finale in cui il fratello non riesce a convincere la figlioletta di allontanarsi perché lei ha necessità fisiologiche. E non basta la presenza della mitica Faye Dunaway, che da tempo non appariva sugli schermi, a risollevare la situazione.

Info
Il trailer di The Bye Bye Man su Youtube.
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