Fiori nel fango

Fiori nel fango

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Frullato di generi popolari, Fiori nel fango di Douglas Sirk supera i limiti della produzione b-movie cercando strade personali ed espressive dentro agli schemi del cinema di largo consumo. Script (anche) di Samuel Fuller. In dvd per Sinister e CG.

Funzionario preposto al recupero sociale di persone con precedenti penali, il probo Griff Marat rischia di mettere a repentaglio la propria onestà e integrità morale nel tentativo di salvare la bella Jenny Marsh, invischiata in un rapporto di dipendenza psicologica con l’infame Wesson. Tra i due, ovviamente, divampa la passione… [sinossi]

Prima del notissimo periodo aureo presso la Universal, Douglas Sirk produsse un cospicuo corpus di opere con la Columbia che spesso vedevano la luce in un contesto creativo di b-movie. Si tratta ovviamente di una definizione legata all’orizzonte produttivo e non strettamente espressivo, poiché puntualmente Sirk (come anche altri autori che frequentarono il b-movie) era capace di fare miracoli anche in un ambito di budget risicati, regole più o meno scritte e rapidi tempi di ripresa. Solitamente il b-movie doveva avere a che fare con i generi più popolari, doveva limitarsi nella durata del montaggio finale (raramente si superavano gli 80 minuti) e più in generale assumeva i tratti di una duplicazione del cinema alto con mezzi minori e attori non necessariamente di primo piano. Fiori nel fango (1949), che alla sceneggiatura vede accreditato addirittura Samuel Fuller a fianco di Helen Deutsch, mostra abbastanza i segni di tale orizzonte di realizzazione. La durata è brevissima, l’unica star è il protagonista Cornel Wilde affiancato dalla sua consorte di allora Patricia Knight, e intorno uno stuolo di volti non notissimi. Altrettanto fedele alla linea del b-movie è l’appartenenza al cinema di genere, che tuttavia Sirk spinge verso una forte personalizzazione. Già in questo è ravvisabile un lavoro autoriale su materiali di largo consumo del cinema americano di allora; forse col decisivo apporto di Fuller in sede di sceneggiatura Fiori nel fango appare infatti un frullatone dei generi più popolari sopra al quale già predomina comunque una macrostruttura di melodramma morale secondo una precisa predilezione di Sirk che troverà il suo massimo compimento nel ciclo per la Universal. Il film esordisce infatti tra noir e poliziesco, si sviluppa poi intorno a un tema d’amore difficile e contrastato, presenta elementi di menomazione fisica (la madre cieca che sembra anticipare la Jane Wyman di Magnifica ossessione, 1954) e si conclude poi come drammatico road movie di fuga. Tutto questo concentrato in appena 76 minuti in cui si srotola un racconto che corre veloce nelle sue svolte e predilige i momenti forti.
Uno dopo l’altro, rapidi e senza tempo di riflettere sull’accaduto, un ritmo narrativo sostenutissimo che in buona parte appartiene alla dimensione b-movie. L’impressione che spesso ne ricaviamo è quella di assistere al rapido riassunto di un film che, realizzato con altri tempi e altre risorse, poteva essere davvero un capolavoro. Prevale invece la sensazione della svelta sintesi di una splendida sceneggiatura che con ogni mezzo possibile Sirk cerca di rendere comunque avvincente e pregnante, facendoci appassionare ai suoi protagonisti e al loro tormento morale. Di più: trovandosi a dibattere nelle strettoie delle produzioni a basso budget, Sirk cerca di compensare i limiti oggettivi di tale orizzonte lavorando moltissimo sull’espressività, squadernando una cura formale inconsueta nell’ambito del b-movie di vaglia.

La vicenda s’incentra sui tentativi del funzionario italoamericano Griff Marat, preposto al recupero sociale di persone con precedenti penali, di redimere la bella di turno Jenny Marsh, invischiata in un rapporto di dipendenza psicologica con l’infame Wesson. Griff introduce la donna in famiglia, cerca di farle riscoprire il piacere di occuparsi degli altri e ovviamente tra i due divampa la passione. Come nella migliore tradizione noir, nel tentativo di riscattare una donna per amore il probo protagonista finisce invece per infrangere la legge per lei, dandosi sul finale a una fuga disperata verso il Messico che si snoda tramite una lunga serie di peripezie sui più diversi mezzi di trasporto. Niente di più congeniale a Sirk del conflitto morale, dell’entrata in collisione di valori etici che ostacolano la felicità a due. Tema portante del rapporto tra Griff e Jenny si configura per l’appunto la dicotomia tra onestà e corruzione, che nel periodo Universal di Sirk potrà essere poi riletto come altruismo vs. egoismo (Magnifica ossessione, 1954), fedeltà vs. infedeltà (Come le foglie al vento…, 1956, che in realtà presenta una selva incrociata di dicotomie esistenziali) e quant’altro. Già qui comunque fa capolino il tema della dedizione agli altri, di matrice vagamente cattolica, che informerà in maniera più debordante Magnifica ossessione. Scegliendo non a caso di collocare il suo protagonista nella cultura italoamericana della famiglia e degli affetti più caldi e sinceri, Sirk narra il tentativo di redenzione di una donna quasi perduta condotto tramite la riscoperta dell’empatia, della devozione, del darsi agli altri. Ma ripercorrendo più fedelmente le linee del noir Fiori nel fango complica a un livello superiore i conflitti tra i suoi due protagonisti con l’allestimento di un percorso esistenziale uguale e contrario. Se Jenny riscopre l’onestà e l’umanità, per colpa sua Griff rischia di perdere la propria integrità secondo un classico schema di perdita di se stessi a contatto con una femmina corruttrice. Come accadrà in modo più stringente nelle sue opere maggiori degli anni Cinquanta, anche qui Sirk ricorre fortemente alla carica simbolica degli oggetti. Che siano gli onnipresenti specchi (simulacri fondamentali nella poetica sirkiana), le scale o gli orologi dai quali “si gratta via” l’onestà, Fiori nel fango è scandito da una messa in scena che demanda all’inanimato precisi compiti espressivi, così come agli effetti di luce, convocati nel contrasto forte tra bianco e nero con mirate connotazioni di senso (quelle grate riflesse a terra che ricordano le finestre sbarrate di una prigione innanzitutto esistenziale). Lottando strenuamente con i limiti della produzione a basso costo, Sirk cerca altrove i mezzi per conferire espressività al proprio discorso estetico e li cerca nella capacità dell’immagine di parlare per se stessa. Ne è prova il frequente ricorso a inquadrature strette che tagliano quasi i personaggi fuori dall’immagine, costantemente schiacciati in una condizione di prigionia che ne impedisce la felicità.

Per la sua abbondante prima metà Fiori nel fango combina tale predilezione per l’inquadratura claustrofobica con la predominanza di interni a loro volta opprimenti e spesso parzialmente fuori campo (vedi i ricorrenti shot all’interno della casa di Griff). Al canone sirkiano e più in generale del melodramma popolare appartiene anche la puntualità del lieto fine, che giunge rapido (qui davvero rapidissimo, ai limiti del pretestuoso) a gratificare personaggi e pubblico con la giusta ricompensa per i tanti tormenti vissuti. Risponde a tale regola pure la generale redenzione finale di tutti quanti, ivi compreso l’infame Wesson che con una sua mossa decisiva permette ai due eroi di essere felici insieme. La Grazia insomma, tema esplosivo di Magnifica ossessione, scende anche qui dall’alto in funzione di una generale catarsi. Pare che tale happy end posticcio non fosse previsto nella sceneggiatura di Fuller e che sia stato aggiunto da Helen Deutsch, ma se pure interviene in modo abbastanza frettoloso e sconnesso, risulta abbastanza coerente con l’universo del melodramma sirkiano.
Specie nei suoi ultimi venti minuti, quando segue con ritmo ansiogeno la disperata fuga dei due verso il Messico, Fiori nel fango rende realmente appassionanti i suoi due protagonisti, che probabilmente avrebbero avuto una cornice più credibile e pregnante se la produzione avesse permesso di scavalcare gli steccati del genere verso un più solido pessimismo. Resta insomma il rimpianto per uno script presumibilmente meraviglioso che si trovò realizzato in tempi brevi, accumulando con superficialità una quantità di eventi e svolte psicologiche buoni per un lungometraggio di almeno 120 minuti. Ma la mano di Sirk resta evidente. La sua tensione morale. La sua splendida capacità di parlare per immagini. Così come la sua capacità di raccontare con finezza i più piccoli trasalimenti psicologici. Resta impressa quella mano stretta timidamente al cinema, poi subito rilasciata con imbarazzo. La passione che divampa, in un minimo cenno. Extra: galleria fotografica.

Info
La scheda di Fiori nel fango sul sito di CG Entertainment.
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