L’accabadora

L’accabadora

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L’accabadora, che raggiunge le sale a due anni di distanza dalla sua realizzazione, segna il ritorno alla regia del sardo Enrico Pau a quasi dieci anni dal precedente Jimmy della collina. Un racconto ambizioso, che tra antropologia culturale (il mito della femmina accabadora della tradizione locale) e memoria storica dei bombardamenti su Cagliari cerca di tracciare un percorso nell’elaborazione del lutto, e nel rapporto con la morte, e con il suo significato.

L’estrema fatica

Alla fine degli anni Trenta, la trentacinquenne Annetta, una donna solitaria e silenziosa sempre vestita di nero, vive in un piccolo centro nelle campagne sarde. Custodendo un terribile segreto del passato, passa le giornate nell’attesa di una chiamata e, quando ciò avviene, apre una vecchia sacca contenente una mazzuola di legno, un vecchio cuscino e uno specchietto spaccato. Da quel momento, qualcosa di imprevisto la porterà a Cagliari e le cambierà la vita, facendole scoprire di potersi staccare dal suo ruolo di accabadora, figura della tradizione sarda il cui compito è aiutare i morenti a trapassare. [sinossi]

L’accabadora, che rischia di apparire come una meteora nei cinema italiani (al momento pare reperibile solo in diciannove sale, di cui ben otto in Sardegna), è un’opera che meriterebbe attenzione anche solo per un dettaglio, visto che segna il ritorno alla regia di Enrico Pau a un decennio di distanza dal precedente Jimmy della collina, che partecipò tra gli applausi al concorso del Festival di Locarno nell’agosto del 2006; qualche anno prima, nel 2001, era stata la volta di Pesi leggeri, esordio al lungometraggio per Pau, regista sensibile e mai prevedibile, in grado di utilizzare il racconto per allargare lo sguardo a una regione/nazione, la Sardegna, che sempre troppo poco spazio ottiene sulla ribalta nazionale. Anche per questo, forse, L’accabadora appare fin dalle prime sequenze come un fiero resoconto di una terra, della sua resistenza al male, interno o esterno che sia, come nel caso della guerra che arriva dall’alto, a bombardare Cagliari e a mietere vittime.
Anche Annetta, in qualità di femmina accabadora, miete vittime. Anzi, il suo ruolo è proprio quello di sostituirsi alla triste mietitrice, sollevando dalla fatica del respiro tutte quelle persone, anziani o malati terminali, che non riuscirebbero in nessun caso ad andare avanti. Annetta ha ereditato questo compito sociale dalla madre, e lo esegue con rigore, rispetto e precisione; sono i paesani a convocarla, per mettere fine alla vita di qualcuno della famiglia. Quello dell’accabadora è un mito della tradizione sarda che non mette d’accordo gli antropologi: c’è chi afferma che sia veramente esistita una figura (femminile) di questo tipo, e chi nega con forza qualsiasi tipo di dato di fatto, affermando che si tratta solo di superstizioni locali. In tempi di discussione sul “fine vita” e sull’eutanasia, sarebbe effettivamente curioso saperne di più. Nel frattempo l’accabadora è diventata perfino una figura orrorifica, come dimostra il misconosciuto no-budget La progenie del diavolo di Giuliano Giacomelli e Lorenzo Giovenga…

A Pau, che ha lavorato al progetto per molti anni, non manca di certo l’ambizione: fin dall’incipit è evidente come Annetta, interpretata da una Donatella Finocchiaro intensa ma un po’ monocorde nella sua postura dimessa, rappresenti lo specchio di una società sul finir della propria esistenza. Una società che verrà spazzata via con le bombe, per entrare a far parte del sistema dell’Italia finalmente democratica. La buona morte che la donna va dispensando in giro per il cagliaritano spegne le ultime resistenze, l’agonia di un mondo in disfacimento, sociale e politico; le attrazioni della modernità fanno fuggir via la nipotina Tecla, che finirà in un bordello cagliaritano. Anche la casa, bellissima e moderna, in cui trova rifugio nel capoluogo non ha più abitanti: sono fuggiti per paura delle bombe. Forse torneranno, sempre che gli ordigni non li abbiano colpiti altrove, magari nel bel mezzo della campagna. O sempre che la guerra non li abbia fatti fuori in combattimento.
In un racconto così dolente e raffinato – fotografia e montaggio lavorano con eleganza nella ricostruzione di uno spazio e di un tempo lontani – dispiace osservare lo sfilacciamento di una narrazione che, tolta l’intuizione iniziale, non sa mai davvero trovare una propria direzione, né un punto di forza. Nella Cagliari che aspetta le bombe e le teme tutto si fa calligrafico, o persino esageratamente dichiarato al punto da diventare pleonastico, come l’intera scrittura del personaggio di Carolina Crescentini – del tutto squilibrato il suo intervento attoriale, per un ruolo che è arduo ritenere credibile in una ambientazione d’antan –, si perde anche il senso intimo de L’accabadora. La ricostruzione d’epoca finisce ben presto per essere precisa, ma inanimata, stessa sorte che tocca a personaggi scritti più per il loro valore metaforico o addirittura produttivo (il medico irlandese interpretato da Barry Ward, indispensabile solo per poter contare su una co-produzione con l’Eire) che per quel che deve accadere in scena.
Se il talento di Pau non è in discussione, una storia come quella di Annetta avrebbe meritato un respiro più ampio, e una stratificazione psicologica più approfondita; si resta invece quasi sempre in superficie, impossibilitati a scavare nelle reali pulsioni della protagonista, e delle persone che fanno parte della sua vita, e della sua morte. Un’elaborazione del lutto che elabora troppo poco, finendo per inaridire un discorso affascinante. Peccato.

Info
Il trailer de L’accabadora su Youtube
La scheda de L’accabadora sul sito di Koch Media.
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